Tokyo Anno Zero

tokyoannozeroCon Tokyo Anno Zero David Peace dà inizio ad una nuova saga, costellata di efferati e ossivi omicidi. Primo di tre libri, Tokyo Year Zero si avvia con un passo rosselliniano – fin dal titolo che richiama inevitabilmente Germania Anno Zero – tra le macerie di un impero sconfitto, devastato dalla bomba atomica: “Beneath telegraph poles that stand as grave markers, down these streets that are no streets, we walk [...]” (p. 6) e tra le macerie affiorano corpi di giovani di donne, un invstigatore indaga. Tutto è visibile, tutto è invisibile “in the half light” (un po’ ovunque). Come nel Red Riding Quartet la verità è soggettiva; ogni prova, ogni indizio portano a biforcazioni inconfessabili: i colpevoli si confondono con gli innocenti, le prede con i cacciatori, “Night is day. Day is Night [...] the women are the men [...] The dead are the living, the living are the dead.” (p. 159).
Nel Giappone sconfitto e occupato dai vincitori, tutti hanno un passato, un altro se da dimenticare, da nascondere. Cioè a dire che tutti tra le nostre macerie personali, nelle nostre sconfitte quotidiane, cerchiamo di sopravviere, ognuno di noi ha qualocosa da noascodere, una vita da dimenticare.
Come sempre l’aspetto più interessante di David Peace è lo stile. Narrato in prima persona dall’investigatore, Tokyo Anno Zero è visto con gli occhi del poliziotto, attraverso il filtro delle sue paranoie, i suoi segreti, le sue paure, i suoi sogni. E nella sintassi spezzata, onomatopeica e nelle frasi ripetute all’infinito si entra nell’incubo di una vita umana.
Un’unica avvertenza: a molti lettori potrebbe risultare indigeribile. Ma il “ragazzo” ci sa fare. “No one is who they say they are…” (praticamente ogni due pagine).

(Tokyo Anno Zero) di David Peace, Faber and Faber, p. 368, 16,99 gbp, 2007, (editore italiano Il Saggiatore)

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