1 2 3 Tortellini

Un racconto di Ivo Rabolini

Un matrimonio era un avvenimento fuori dallordinario per il paesino dei miei nonni, nel fitto dei faggi dellappennino, a unora di cammino dalla strada provinciale, che dalla masera sul poggio si scorgeva laggiù nella valle. Si maritava lunica figlia femmina di una delle quattro famiglie che lo abitavano. Sposava un foresto, non uno della montagna, che veniva da una vallata vicina. Una scelta che lasciava tutti sorpresi, perché quelli di qua dal monte non avevano grande simpatia per quelli di là. Lo sapevo perché li ascoltavo, quando ne parlavano i giovanotti e i grandi. Ne prendevano in giro l’accento, che anche a me sembrava strano: una cantilena che finiva con la voce che si faceva acuta, non saprei come spiegarla meglio.

Poi si ricordava – e si rideva – delle vicende buffe di un paese di quella valle che veniva proprio chiamato “dei matti”, perché si narravano storie davvero bislacche sugli abitanti. Me ne ricordo una. Per qualche ragione si doveva spostare il campanile: allora si riunirono e pensarono come fare. Venne unidea: la paglia secca è molto liscia e mettendone una grossa quantità intorno e spingendo qualche risultato si poteva ottenere. Detto e fatto, si sparse paglia attorno alla base del campanile e si misero a spingere tutti con le mani appoggiate alla murata del campanile. Dopo molti sforzi, con le fronti sudate e le mani indolenzite, uno guardò dietro di sè e disse:” Veh, come lè andada indredo la stroppia. Vol dire che el campanil el sè ben spostado”.E tutti contenti andarono a casa.

Capite che sposare uno di quelli era una idea ben strana. Ma la Rita era una ragazza decisa (decisa soprattutto ad andarsene da casa) ed il futuro marito aveva un mestiere di tutto rispetto: faceva il casaro. Quindi le critiche, se cerano, dovevano essere sommesse e io, 8 anni di ingenuità cittadina, anche se capivo e parlavo bene il dialetto, non le avevo afferrate. Anche Bruno era passato una sera, due mesi prima, aveva ascoltato la notizia senza commenti e se ne era andato, senza farsi vedere per un po. Poi era ricomparso, più taciturno del solito, ma basta. Bruno era un ragazzone di un casolare non distante, che aveva sempre una storia pronta anche per noi ragazzini e ci raccontava della caccia, dei sentieri e degli animali dellAlpesigola. Passava spesso con il fucile in spalla, un calibro 16 a una canna e la cartuccera alla vita. Ma io lo avevo anche visto qualche volta avviarsi al pascolo

del Lavarett, dopo aver chiesto in paese se Rita era là con le vacche. E una sera li avevo visti tornare lungo la stradina, dietro le bestie. Ero su un ramo alto dellalbero di marene che stavo imprudentemente saccheggiando prima di cena e avevo visto lo sguardo che si erano scambiati. Mi aveva turbato e avevo trattenuto il fiato. Lespressione della Rita era seria seria e decisa, ma quella di Bruno mi aveva colpito: un tramonto col temporale. Si era poi allontanato camminando allindietro per due, tre passi con il viso arrossato con lo sguardo che diventava più cupo ad ogni passo. Poi si voltò e quasi corse via tagliando giù per i campi. Vigilia del matrimonio. Noi ragazzini eravamo arruolati come aiutanti di cucina in particolare a chiudere i tortellini, che devono essere minuscoli.

Avete mai provato a farlo? Ci voleva abilità e sveltezza, anche perché ne dovevamo preparare qualche migliaio, visto che gli invitati erano duecento, più il prete col sacrestano, le cuoche e la gente del paese. Una lunga tavola era stata preparata nel tinello della casa più grande. Le cuoche tiravano la pasta con lunghi mattarelli. La sfoglia veniva tagliata con le “ruzelle” in quadratini ordinati e una donna posava le palline di ripieno al centro di ogni riquadro. Noi chiudevamo i tortellini, piegando i lembi prima a triangolo e infine ad anello intorno al medio. Poi venivano raccolti su un largo tagliere e, quando questo era completo, si portavano ad asciugare al piano sopra, su lenzuola stese sulle tavole del pavimento di una stanza vuota. La pasta era quasi terminata e così il ripieno quando sul tavolo accanto a me cade un tortellino. Poi un altro. Guardiamo il soffitto. Dalle tavole sconnesse del soffitto, un terzo tortellino cade. La cuoca parte di corsa sulle scale e noi dietro. La porta era scostata, la apre e in mezzo alla stanza Coppi, il cane da caccia, scodinzolava, confuso, perché non sapeva da che parte iniziare: ne mangiava uno qui, poi uno più i là. Le lenzuola erano spiegacciate, i tortellini ovunque, sparsi e in mucchietti. Coppi si prese una bastonata e poi unaltra prima di scomparire “tzigando”. Ed ora? La cuoca si guardò attorno, mani sui fianchi, e sentenziò: ” Quei ch lha toca i ha mangia, quei alter, i ha sposta cui linzöo.

E dman se cusina ben ben e s magna tutt. Guai chi fiada!” Infatti, nessuno disse nulla. Il giorno del matrimonio. Eravamo tutti vestiti della festa, come quando andavo alla messa la domenica con la nonna: Ci eravamo appostati, mio cugino Enzo ed io, sulla masera, ad avvistare il prete, che gli era stato mandato un ragazzo con lasina sellata a portarlo su, e gli invitati che arrivavano a piedi per il sentiero, giocando a indovinare chi erano fino dal pascolo delle Campore, che era ben lontano. Quando mi sono stufato, ho piantato lì Enzo e mi sono arrampicato su un pero selvatico dietro casa, che mi serviva da riparo, vedetta, cuccia, anche se mia nonna mi bravava sempre per via degli sbreghi sui calzoni. Salii più in alto per vedere oltre la fontanella e guardai giù dietro alla medda di covoni perché sentivo parlare fitto e di fretta.

“No vuol dire no, at capìi, e lashme staar” Rita quasi urlava. Bruno, davanti a lei, allungò una mano per carezzarla o rabbonirla. Lei gliela spostò con un braccio e gli mollò uno schiaffo che schioccò nellaria tersa, oltre i covoni e le case fino allaia granda, dove era apparecchiato il rinfresco con torte, confetti e Sassolino. Qualcuno dei primi arrivati si voltò un attimo, poi tornò a chiacchierare. Lei lo guardò, furiosa: “Lè fnida, lè fnida ebbasta!” e scappò via. Bruno restò lì appoggiato dietro la medda, testa bassa, senza muoversi. Io avevo un groppo in gola grosso così. Dopo la funzione nella cappelletta, dopo gli anelli, gli evviva e il riso, tutti seduti alla lunga tavolata a ferro di cavallo. Portarono i piatti col brodo e i tortellini. Ne mangiai uno, due, il terzo a fatica. Poi lasciai lì i tortellini e il resto, financo il croccante. La sera mia nonna mi ha persino provato la febbre, ma non ero malato.

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