#107 Centosette cos’è? (parte seconda) La teoria di Jeff

cover_CentosetteLa teoria di Jeff, Bill Murray in Tootsie: I don’t like it when people come up to me after my plays and say, “I really dug your message, man.” Or, “I really dug your play, man, I cried.” You know. I like it when people come up to me the next day, or a week later, and they say, “I saw your play. What happened?” (Più o meno: Non mi piace quando la gente dopo un spettacolo viene da me e dice “Ho davvero colto il tuo messagio” oppure “ho davvero colto il senso della tua commedia, ho pianto”. A me piace quando qualcuno viene il giorno dopo, o una settimana dopo, e dice “Ho visto il tuo spettacolo. Cha cosa significa?”.

Con Centosette ero cosciente del fatto che un po’ mi scavavo la fossa lettararia: racconto piuttosto criptico e di libertà, nell’accezione: io un’idea ce l’ho ma trovategli voi il significato che preferite. Questo in qualche caso è successo, ed è già un risultato. Guardiamoci negli occhi: con Centosette non è che posso sperare di vendere tonnellate di copie. Come mi ha fatto notare qualcuno: “è libro migliore che hai scritto. Ma si rivolge a una nicchia ristretta di intellettuali, e di quella nicchia ristretta a un sottoinsieme di intellettuali che possono apprezzare un racconto da una prospettiva infantile. Nei fatti rimane un pubblico di tre o quattro individui.”

Quindi se vi state chiedendo perché di fronte alla consapevolezza di un libro che non può “sfondare” lo scrivo lo stesso, la risposta è semplice: carpe diem, nei limiti del legale e del buon senso, bisogna fare le cose che ci piacciono indipendentemente da quel che ne dirà la gente. Centosette mi piaceva e l’ho scritto, una storia completamente diversa dalle due precedenti con uno stile diverso. A differenza di Senza Ritorno non dovrete andare a cercare le parole difficili sul dizionario, a differenza di Sangue Al Cuore, per quanto possa sembrare strano, non dovete scervellarvi per ricostruire la trama. Centosette è lineare nella sua assurdità lisergica.

Potete scegliere se scrivere per il portafogli o per la letteratura. L’ideale sarebbe poter fare entrambe le cose insieme, qualcuno forse ci riesce, ma generalmente no. Quindi io non ho nulla da perdere e “vendere o no non passa tra i miei rischi”, Quindi posso sperimentare quello che mi pare, quello che mi diverte, perché se qualcosa non vi diverte non vale la pena farla, nemmeno un lavoro (sì certo su questo punto i soldi contano, ma in senso lato cerchiamo di capirci: anche sul lavoro si rende meglio quando ci si diverte, almeno nel mio caso).

Quindi se devo scegliere tra scrivere qualcosa di già scritto e riscritto, con le parole che “funzionano”, con gli schemi che “funzionano”, lascio perdere. Non mi pubblicheranno Feltrinelli e Adelphi ma sono abbastanza certo che vivrò lo stesso serenamente. Sì, se ho un talento lo sto sprecando per non fare soldi, e va beh: mi consolo come Tony Curtis in Operazione Sottoveste: sono il miglior ufficiale di collegamento della marina (qui mi posso anche lodare perché è vero). Dan Brown e Fabio Volo non hanno nulla da temere da me. Riguardo alla letteratura, o a qualcosa che le assomiglia, sono libero da vincoli editoriali, ideologici e tutto il resto. Posso fare quel che mi pare e voi lettori, pochi o tanti che siate, potete apprezzare o no; magari non ora, magari non subito magari fra tremila anni. La storia della lettaratura, ma non solo, l’hanno sempre fatta le minoranze non i best sellers. Proust fu rifiutato e pubblicato praticamente postumo, Il Grande Gatsby il primo anno vendette sette copie (poi rompete le palle a me su quanto vendo), Dostojevsky pare che proprio quando andava di lusso smerciasse 7000 copie in tutto il mondo. L’elenco potrebbe continuare all’infinito con buona pace di quelli che sbattono la testa contri i muri cercando di capire perché i loro libri non vendono e altri sì.

Non ho nessun culto del fallimento, se vendessi un milione di copie ne sarei solo felice, metterei i cartelli per strada dalla gioia, ma che succeda o no non ha nessuna importanza. Perché forse come scrisse una volta Umberto Eco: si scrive per diventare in qualche modo immortali.

Tutto il resto ha un’importanza relativa.

Leggete Centosette se vi va, se vi piacerà ne sarò felice, se non vi piacerà stroncate pure: fa parte del gioco e nessuno mi ha obbligato a partecipare: mi consolerò con l’amaro Unicum.

Sì lo so, sono come Michael Dorsey:

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