Attaccato al bancone

Incontravo la nonna in questo bar vicino alla stazione del metrò tutti i venerdì. Era comodo per lei – che prendeva il treno per tornare in paese, e questo era tanto perché fosse comodo anche per me. Da quando i servizi sociali ci avevano separato – si affida il minore al pio istituto degli orfani in quanto il tutore si accerta al di sotto della soglia di povertà stabilita dal decreto …
- ci venivano concessi venti minuti di intimità familiare vigilata: il secondino dell’orfanotrofio ci faceva la cortesia di accomodarsi in un tavolo distante e lasciarmi mangiare il gelato in pace.
Non ricordo di averlo mai visto distogliere lo sguardo.
Sono sempre stato troppo piccolo per arrivare al bancone di quel bar [dopo la morte della nonna non ci sono più tornato]. Mi aggrapavo con la punta delle dita al bordo e mi tiravo su strusciando con i piedi. Il mio sguardo spuntato oltre il limitare, si affacciava su un mondo di tazzine e bottiglie di liquori, e una enorme macchina per il caffé che sbuffava vapore, mentre l’elica di un frullatore macinava la granatina.
Un mondo che aveva i suoi abitanti, provienti – ne ero certo – da uno di quei giornalini a fumetti che i ragazzi della camerata ricevevano dalle donne di carità.
Nel mentre leccavo il gelato, rispondevo con il capo alla litania amorosa delle sue domande: ti danno da mangiare? hai freddo la notte? stai studiando il latino? …
La nonna voleva che imparassi la Bibbia in latino, ed ogni settimana le recitavo a memoria un versetto. Lei ascoltava, ripeteva in silenzio e annuiva sorridendo. Dopo rimanevamo così, in silenzio, io concentrato sul secondo gelato, lei accarezzandomi la testa. Nel lungo abbraccio di commiato nascondevo la faccia premendo contro il suo corpo ossuto: nonna, quando mi porti via con te?

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