Calipso

Mi chiedo se i miei colori sono gli stessi che lui si dipinge nella mente, una mente spenta d’immagini. Quanti dei miei mostri gli faranno paura? Se lui non conosce neanche l’aspetto degli uomini, per avere chiuso le sue porte sul mondo troppo presto, la stessa visione di sua madre potrebbe terrorizzarlo.

Omero, come fai sembrare ancora più strana la realtà che io invento. Mi chiedo che senso abbia avuto tutto il mio errare se non posso comunicarlo così come l’ho vissuto. Anche gli altri, quelli che vedono, quelli che chiedono, a volte sembrano ascoltarmi con attenzione, a volte sono sicuro che pensano a cosa mi abbia spinto a lasciare la calma dei miei giorni, e della famiglia, per assecondare la vendetta di un altro. Lo capisco dalla ruga sulla fronte, dagli occhi spalancati d’incredulità.

E’ una fiaba per loro la mia storia con Calipso e l’ascoltano con l’attenzione che si dà ai vecchi svaniti e non più buoni per altro. Né io la carico del senso vero dei ricordi per non offendere mia moglie. Ma lei per me era il porto che non avevo mai cercato, il riposo sconosciuto, il mistero di un’anima diversa e profonda. Mi faceva paura, lei così magica e inafferrabile nella sua presenza, così attraente perché mi lasciava andare ogni giorno. Ma io restavo, restavo e dimenticavo chi ero per guardare lei.

Omero, il vero nemico degli uomini è il tempo che toglie la magia alle cose e cambia i desideri. Lei per me non era la risposta alle domande, ma la domanda per eccellenza: dovevo perdermi per lei? No, con il tempo la sua presenza affettuosa mi dette nostalgia dell’inquietudine. Ritornai in me e ripartii. Il tempo cancellò lei dai miei giorni, ma non dalla mia memoria.

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