Canne al Vento

cannealventoNon avevo mai letto nulla della Deledda perché, lo so è molto brutto dirlo, solo il nome mi lasciava presagire deprimenti storie scritte in stile mattone letterario. Come tutti i pregiudizi si è dimostrato infondato.
Canne al Vento è sicuramente un libro triste, ma Grazia Deledda è talmente abile nello scrivere questa storia che la vicenda risulta avvicente. Si narrano le vicende di un servo, Efix, e desi suoi padroni. Una piccola comunità rurarle sarda, lontana dal continente e da qualsiasi attualità. Mi ritrovo a ripetere le stesse cose scritte per Collodoro di Niffoi. La Deledda è lontana ere geologiche dall’epigono. Tuttavia anche quì ritroviamo la Sardegna, le superstizioni, la piccola comunità fuori dal tempo, la Madonna di Gonare. La scelta linguistica della Deledda è l’italiano, le incursioni del sardo sono sporadiche e “segnalate” come tali. Si rinuncia ad un mimentismo linguistisco in favore di una scrittura piana e accessabile a tutti.
Canne al Vento è una storia di espiazione delle proprie colpe, anche se il servo tende ad assimilare anche quelle altrui. E’ per certi versi una tragedia, dove il finale è già scritto nel destino: “siamo come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perchè! Siamo canne, e la sorte è il vento.” (p. 205)
Ma nonostate questa fede nell’essere in balia degli eventi, il servo che subisce umilmente qualsiasi angheria dei padroni riesce a cambiare il corso degli eventi. Contraddicendo le sue stesse credenze riuscirà ad ottenere quello che vuole, fino ad essere, seppur tragicamente, accettato nella famiglica che ha sempre servito. Nel mondo di Canne al Vento nessuno è senza peccato, ma con penitenza e carità si possono espiare le proprie colpe; si può essere di fatto servi e vivere da uomini liberi.

Canne al Vento di Grazia Deledda, Mondadori collana Classici Moderni, p. 226, 8.40 euro, 1990

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