Capitolo: 26 Trieste 2003: L’Alba di Un Passato. #SAC

5 a.m. Zulu
Mi avevano promesso: “una giornata a prendere il sole”. Risveglio alle cinque del mattino, plumbea giornata di fine luglio.
Non piove, non ancora.
Abbiamo in dotazione una borsa contenente il pranzo: una mela, due vaschette di crema al cioccolato, un panino imbottito salame e formaggio, un litro d’acqua minerale, naturale. Nella borsa hanno ficcato anche una radio che definiscono portatile: una specie di telefono troppo cresciuto, verde e pesante. Io sono “Tigre 5”. Le prime e le ultime parole che devo urlare nella radio sono “Tigre 5”.
Qui si urla sempre, è una specie di recita tra audiolesi.
Le altre “Tigri”” sono già sedute nel retro della jeep, individui identici a tutti gli altri: ragazzini persi tra il sonno e la nostalgia di qualche lurido posto che chiamano “casa mia”. Non li ho mai visti prima, mi siedo senza nemmeno tentare un saluto.
La jeep parte.
Destinazione: il confine.
Seduti su quelle panche di ferro ciondoliamo, le nostre spalle si scontrano. Tentiamo silenziosi gesti di inutili scuse. Il mezzo sobbalza sul sentiero disconnesso che sale verso la montagna. Un tenente, un ragazzetto acneico, ci istruisce sulla missione. La sua voce va e viene nel rombo del motore, le sue mani stringono il montante dell’auto, nocche bianche e voce tremante cerca di non essere sbalzato fuori dal veicolo senza portiere.
Noi “Tigri” verremo scaricate ognuna in un punto preciso.
Un paio di chilometri l’una dall’altra.
Dobbiamo presidiare la nostra zona fino a quando non verranno a riprenderci.
Dobbiamo impedire a chiunque di avvicinarsi al poligono a valle.
Pare sia pieno di gente che cerca funghi.
Ci sono anche i contrabbandieri,
Potrebbero essere armati.
Noi non siamo armati.
Abbiamo la radio e non parliamo la loro lingua.
Il vero pericolo sono i cinghiali: non attaccano l’uomo ma corrono e sono grossi. Se una di queste bestie attacca dobbiamo arrampicarci su un albero e aspettare.
Qui si urla e si attende sempre qualcosa o qualcuno.
Avrei potuto evitare tutto questo, forse avrei dovuto.
Un ramo si spezza contro il montante del parabrezza, l’auto scivola sulle gomme.
I nostri corpi si scontrano al centro della Jeep.
Paura.
Urla.
Ordini urlati.
Bestemmie.
La linea dell’orizzonte ritorna in posizione.
Non è successo nulla.
Siamo ancora vivi.
Nessun danno a persone o cose.
Proseguiamo verso il confine.
Ordini:
Contiuna a leggere

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