Cappuccino Tiepido

In fila Ettore stava preparando mentalmente la frase da dire senza intoppi quando sarebbe stato il suo momento. Era un vecchio trucco che aveva escogitato per evitare di imbambolarsi come gli succedeva da bambino nei negozi.
“Ah, no, alla cassiera che gliene frega di come lo voglio? A lei basta che dico ‘cappuccino’. Al barista devo dire che lo voglio tiepido!”
Nonostante i suoi 41 anni suonati e i 30 di pratica, il giochino aveva ancora bisogno di essere messo a punto ogni volta. Del resto al mattino i pensieri si succedevano lenti, non necessariamente nella sequenza più logica. Aveva sulle spalle troppe ore di viaggio e troppo poche ore di sonno perché scorressero più fluidi.
La transumanza quotidiana iniziava con 10 minuti di macchina per andare in stazione, poi l’odissea del treno per sardine, poi la Linea Rossa con i suoi odori da suk metropolitano e finalmente, dopo i tornelli ATM, c’era il bar della metro.La sua smania di una pausa lo portava a varcare la porta a vetri diversamente trasparenti, con gli adesivi anni ’90 di Coca Cola e Pepsidesolatamente sbiaditi. “Munirsi gentilmente di scontrino alla cassa, grazie” recitava un foglio di carta formato A4 stampato qualche lustro addietro, appeso precariamente alla porta.
Da quel momento iniziava ad assaporare il relax. Quell’improbabile bar era sempre affollato il doppio del treno, ma chissà perché sembrava meno promiscuo. Ettore là dentro si sentiva al sicuro, meno esposto. Il bonus-cappuccino da cinque minuti era diventato col tempo sempre più importante. Era l’unico momento della giornata che era rimasto soltanto suo.
Una volta preparata mentalmente la comanda, nelle due versioni, quella per cassiere e quella per baristi, poteva tornare a immergersi nei suoi pensieri. Per qualche insondabile motivo, quella mattina il corso dei sui pensieri aveva preso una piega particolarmente intimistica. Pensava alla sua vita attuale, gli entusiasmi della fase post-nerdiale evaporati da tempo, moglie e prole, lavoro a Milano e casa in Brianza, famiglia d’origine non pervenuta e famiglia acquisita pervenuta fin troppo. Transumanza quotidiana e piccolo ristoro da banco avevano radici lontane, risalivano al suo trasferimento di 11 anni prima da Precotto a Carate. I suoceri avevano alzato di un piano la villetta per gli sposini. “Cosa vuoi, c’è da viaggiare per andare a Milano ma qui si sta bene, e po ghe sèmm chi nunc, se arriva il nipotino…” gli pareva di risentirli i ragionamenti di sua suocera quando si parlava di nozze. Figurati se mollava la figlia unica, piuttosto la alzava di sei piani la villetta! Per andare al lavoro era quindi passato dai 35 minuti scarsi di metro a una tratta ‘door to door’ da quasi due ore. Già tempo di una pausa.
“Vita tiepida, cappuccino tiepido, Che altri gusti potrei avere?”, realizzò. E’ incredibile a quante cose si possa pensare nello spazio di perfezionamento del contratto per la fornitura di un cappuccino.

Il nipotino anelato dai suoceri era puntualmente arrivato, anzi di nipotine ne erano arrivate tre, ben cadenzate, una ogni due anni, la prima due anni esatti dopo le nozze. Una precisione da orologio svizzero. Robuste, sane, fiere nell’incedere, mettevano quasi soggezione, sembravano adulte e austere fin da piccole. Tutte la loro mamma, che a sua volta era tutta la nonna. A vederle insieme sembravano Matrioske, di aspetto uguale e altezze in scala. “Ma possibile che ogni figlia che faccio assomiglia a mia suocera?” pensò con un certo fastidio.
Non gli dava quel gran sollievo pensare all’altro elemento maschile del microcosmo familiare, suo suocero. Il Cavaliere del Lavoro Armando Ornaghi aveva cominciato a considerarlo un cialtrone circa mezz’ora dopo averlo incontrato per la prima volta. Da allora e presumibilmente per l’eternità, ogni volta che Ettore apriva bocca per dire la sua l’Armando attaccava con la sua risata a metà tra la bonarietà dell’adulto che sente parlare lo sbarbato e la derisione. Capirai, uno “che si era fatto da solo”, che aveva cominciato a lavorare a 11 anni, che aveva messo su una fabbrichetta di accessori metallici per mobili, cinque dipendenti, cos’altro poteva pensare di un genero con uno striminzito diplomino che lavorava in ufficio la miseria di 40 ore a settimana? L?Ornaghi di Carate per la sua unica figlia voleva uno con le palle, con piglio decisionista, da lasciargli la fabbrichetta visto che di eredi maschi non ne aveva. Non vedeva l’ora di avere finalmente un genero per fargli la proposta. Purtroppo per lui, si ritrovò Ettore. Mezz’ora dopo averlo conosciuto, spesa in poco più che convenevoli, stabilì che con un aspirante genero di quella fatta il discorso fabbrichetta non sarebbe mai stato nemmeno sfiorato. Provò a dissuadere sua figlia, ma le vie dell’amore (o di quel che sembrava tale) avevano deciso diversamente.
La signorina era a dir poco volitiva. Fresca di laurea in farmacia, la sera che conobbe Ettore a una festa, presentato da un amica comune decise, che aveva tutte le caratteristiche del marito che le serviva: alto, di bell’aspetto, perfino atletico, vestito con ricercatezza ma senza eccessi, buon ascoltatore, remissivo il giusto, adorante nei confronti delle donne (cosa non faceva il povero Ettore pur di batter chiodo). Lui dapprima lusingato dalle attenzioni della giunonica Stefania, in una ineluttabile progressione finì per essere come una pagliuzza in balia del vortice di corteggiamento-fidanzamento-matrimonio-figli. Si sentiva come se avesse fatto un salto temporale ma era atterrato nel posto sbagliato.
Gli anni a seguire lo videro scivolare lentamente in una vita melensa fatta di buone maniere, di mezze discussioni in luogo di sani litigi, di pranzi domenicali coi suoceri a base di risotto giallo e ossi buchi, detestati entrambi molto democraticamente, di serate in casa a giocare a ramino, di presenza costante e vistosa agli eventi della parrocchia, mai una sbronza, mai una zingarata con gli amici di una vita, mai un addio al celibato (del suo giro di amicizie Ettore si sposò per primo e non pensò ad organizzare il proprio), mai un rientro a casa dal circolo fotografico, unico svago che gli era permesso, dopo la mezzanotte.
Già, il circolo fotografico. Lo aveva trovato, senza cercarlo, proprio a Carate, lui che scattava foto da una vita. Glielo indicò Stefania, per rendergli meno doloroso l’allontanamento dal suo ambiente, salvo poi pentirsene presto perchè lui ci aveva preso gusto. Ettore ci si trovò bene da subito, nonostante la sua preparazione fosse di gran lunga superiore a quella dei fotografi caratesi. Finì per mettere a disposizione la sua conoscenza tenendo corsi e guidando le poche uscite di gruppo alle quali Stefania gli permetteva di partecipare. “Cosa vai a scattare foto al parco di Monza alle sei di mattina con quelli là? E’ mica meglio che fai le foto alle tue figlie?”. Vaglielo a dire che la brina sulle foglie con le luci dell’alba è un soggetto pazzesco. Battaglia persa. Così gli archivi di Ettore contavano una manciata di foto scattate con gli amici e qualche terabyte di immagini delle figlie sull’altalena, all’oratorio, in spiaggia a Lavagna, davanti all’albero di Natale, alle recite dell’asilo, i primi giorni di scuola, i compleanni…

Stefania aveva pure da ridire sul fatto che ci fosse bisogno di andare al circolo fotografico tutti i martedì sera. “Che novità ci saranno mai da raccontarsi tutte le settimane? Basta mica una volta al mese?”. Anche le figlie avevano imparato questa frase, tanto che Ettore al martedì alle 20,45 quando diceva “Allora io vado…” si chiedeva chi per prima delle matrioske avrebbe iniziato la tiritera.
“Per lei?… ”
Signore… signore?”
“Dica….”
Al terzo tentativo la voce della cassiera lo fece sobbalzare.
“Ah, si, un cappuccino tie… ehm, un cappuccino!” riprese bruscamente consapevolezza di dove si trovava e perché. Accidenti, però: come si permetteva quella cassiera troppo tatuata-truccata-annoiata di interrompere nientemeno che la redazione mentale del bilancio di una vita? Gli aveva quasi fatto sbagliare la formula dell’ordinazione che tanto accuratamente aveva preparato.
Pagò contando le monetine con esattezza e si spostò ordinatamente verso la non meno affollata fila orizzontale al banco del bar. Dopo qualche attimo sentì vibrare in tasca lo smartphone. Due vibrazioni brevi, era una email. Strano riceverne a quell’ora del mattino, pensò: amici e colleghi di solito cominciavano a scrivere dopo l’ingresso in ufficio, mentre in treno aveva già sfrondato la sua mailbox dalle offerte di viagra, di prodotti per miracolosi allungamenti del pene e da broker olandesi che gli proponevano di far transitare dal suo conto cifre a nove zeri per conto degli eredi di un fantastiliardario nigeriano morto in un incidente aereo.
Iniziò a leggere: “Caro Ettore, sono Paola, tua allieva al corso di fotografia”. Ebbe un tuffo al cuore. Non c’era bisogno di quella precisazione, aveva ben presente chi fosse: Paola era una ragazza sui trentacinque, spuntata al club fotografico da chissà dove. Parlava poco e ascoltava molto, aveva una dolcezza innata che lo impressionò da subito. Fin dalla prima lezione le si avvicinò istintivamente quando a lei serviva aiuto nella prove pratiche.
Riprese a leggere con le pulsazioni a mille.
“Volevo dirti che mi lusinghi quando dici che sono una buona allieva, e, aggiungo narcisisticamente, che mi ci riconosco un po’. Tu però sei bravissimo a comunicare. Si vede che sei appassionato del mondo della fotografia, della conoscenza tecnica non parlo nemmeno, ma quello che ti rende speciale è che riesci a far vibrare le stesse corde di chi ti ascolta. Con me è successo dal primo momento.
Se la tua situazione te lo permette mi piacerebbe conoscerti meglio.”
Prese a girargli la testa, al banco, col telefono in mano, mentre cercava di non sembrare un folle. Rilesse avidamente perché voleva essere sicuro di aver capito bene, ma lo fece così in fretta che saltò una parola ogni tre e dovette ricominciare da capo. Paola voleva conoscerlo meglio. Se lo ripeté una mezza dozzina di volte.
Cominciò a digitare forsennatamente sullo smartphone.
“Certo che la mia situazione lo permette. Anch’io voglio conoscerti, non chiedo di meglio. Ti chiamo”
Per sua fortuna stava rispondendo per iscritto, perché se avesse dovuto farlo a voce avrebbe balbettato stile mitraglia per un quarto d’ora buono.
“Facciamo il solito cappuccino tiepido, signore?” chiese il barman con una professionalità perfino eccessiva per quel luogo.
Ettore era carico come una molla. “Me lo faccia bollente!”
“Ah, oggi si cambia?”
“Si, oggi CAMBIA PROPRIO TUTTO” si sorprese ad urlare Ettore, tanto da creare un attimo di silenzio nel bar.
Bevve il cappuccino incurante della sua temperatura, si scottò le labbra ma non se ne accorse nemmeno. Gli piacque la sensazione del liquido incandescente che gli percorreva l’esofago.

Uscì dal bar con passo frettoloso. Prese le scale e guadagnò rapidamente la superficie. La pioggerellina di novembre gli ricordò che aveva lasciato l’ombrello al bar. Ne rise e pensò “e chi se ne frega dell’ombrello”. Aprì il giubbotto sul davanti, si godette la sensazione delle goccioline fredde sul viso e sul collo.
Prese il cellulare e fece partire una chiamata.
Il display indicava:
PAOLA_CORSO_FOTO

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