Coda di Volpe

Racconto di Luca Rachetta

Era proprio un bel bambino. Almeno così dicevano la mamma e i parenti tutti, al coro dei quali si univano le anziane vicine di casa, sempre con gli occhietti lucidi non appena vedevano un bel bimbo paffutello e in salute, incarnazione del più grande rammarico della loro vita da zitelle.
E in effetti il bambino, che a undici anni suonati avrebbe preferito essere chiamato quanto meno “ragazzino”, era proprio grazioso, coi suoi capelli rossi, la carnagione chiara, il volto solcato da una nebulosa di lentiggini che andava da zigomo a zigomo attraversando il naso; il corpo era abbastanza snello, sebbene non magro, e prometteva, con la crescita, di evolversi in una struttura asciutta ma nel contempo robusta; le gambe erano agili e forti, esercitate ogni giorno dai salti che il bambino faceva giocando con gli amici o dall’arrampicata compiuta lungo le pareti esterne delle casette del villaggio, che percorreva in verticale dopo aver fissato la corda al comignolo in muratura. Ma il suo fiore all’occhiello era ciò che meno ti saresti aspettato non solo in un bambino, ma anche, indiscutibilmente, in un adulto: parliamo (e non strabuzzate gli occhi, perché è la pura verità) di una magnifica e folta coda rossa di volpe, che partiva dalla base della schiena e scendeva, lucida e vaporosa, fino a sfiorare, con la bianca estremità, il suolo.
Un prodigio della natura? Non proprio. Se difatti può essere definito prodigioso soltanto ciò che non è inquadrabile nella norma, allora tale aggettivo non poteva essere usato in un villaggio in mezzo ai boschi dove, a bambini con la coda di volpe, si accompagnavano fruttivendoli con la cresta di gallo, fornai col becco di papera, zitelle dai baffi di topo, tutti disinvolti e a proprio agio e, nella maggior parte dei casi, felici di vivere con quelle appendici zoomorfe.
Tale situazione aveva facilitato il primo gravoso compito dei genitori, vale a dire quello di scegliere un nome per i loro pargoletti che, nei limiti di quanto fosse possibile prevedere, risultasse consono a ciò che sarebbero divenuti di lì a qualche anno. Per questo il nome “Coda di Volpe” fu scelto da mamma Orecchie di Lepre e babbo Muso di Cane senza alcuna esitazione, quasi che fosse stato il destino a farlo nascere con quel nome marchiato addosso.
Questo attributo di provenienza animale, nel caso del nostro protagonista la suddetta coda volpina, che fuoriusciva in tutta la sua bellezza da un pertugio praticato ad arte nei pantaloni, non si limitava però ad arricchire l’anatomia umana di un particolare bizzarro, sebbene generalmente assai aggraziato, ma aggiungeva alla persona una connotazione caratteriale ben precisa. A motivo di ciò Coda di Volpe, a dispetto dell’età, era, manco a dirlo, scaltro come un adulto, e non già un adulto come Naso di Bue, lo scemo del villaggio, bensì come Palme di Cigno, il mitico navigatore del Fiume Argento che, annoverato tra i fondatori del paesino, si tramandava fosse stato in grado di vendere legna da ardere persino ai popoli che un tempo vivevano nella foresta, tra le chiome e i rami degli alberi. Ma a cosa serve la furbizia se manca l’occasione per esercitarla? Ecco che allora la natura aveva consegnato a Coda di Volpe anche la curiosità, che a definirla dote ci vuole un po’ di coraggio, ma a considerarla difetto ce ne vuole ancora di più, perché, senza di essa, si è morti già da vivi.
Accadde così, un giorno, che Coda di Volpe fosse impegnato ad annaffiare i vasi di gerani appoggiati sul davanzale della finestra di casa sua; essendo la modesta magione in pietra molto bassa e ad un solo piano, essa consentiva di svolgere l’attività di giardinaggio dal lato esterno della finestra, in mezzo agli sprazzi di sole che si deponevano tiepidi e ristoratori sul selciato. Stava pertanto Coda di Volpe con le spalle rivolte al centro della piazzetta a pianta quadrata, contornata da quattro fila di case, tra le quali la sua, e con un pozzo centrale che garantiva il fabbisogno d’acqua ai pochi abitanti.
Mentre innaffiava, vide muoversi all’improvviso le foglie e i fiori di una pianta, dai quali uscì qualcosa che sulle prime gli parve uno schizzo d’ombra diretto a tutta velocità verso il selciato davanti al davanzale. Il tempo di schiacciare gli occhi, come per proteggerli da un sole troppo intenso, e si mostrò alla vista di Coda di Volpe uno gnomo tutto verde, alto non più di dieci centimetri, con le fattezze, ovviamente miniaturizzate, di un bimbo di sei o sette anni.
“Ciao, Coda di Volpe!” disse lo gnomo con una vocina squillante e nitida a dispetto del fatto che provenisse da così in basso rispetto alle orecchie del nostro protagonista “Mi chiamo Patuf, e sono uno gnomo dei gerani. È proprio una magnifica giornata! Perché non andiamo a fare quattro passi nel bosco? Ho tante cose da mostrarti, che al solo vederle ti faranno diventare grande tutto in una volta! Ad annaffiare i gerani di mamma, invece, non diventerai di certo grande… ma soltanto vecchio! Ah, ah, ah!”
“Per qual motivo dovrei venire con te?” rispose Coda di Volpe con un fare diffidente che però, internamente, nascondeva la più bruciante delle curiosità “Io non ti conosco nemmeno! Non è che mi vuoi giocare qualche brutto tiro? E poi cosa vuoi che possa mostrarmi uno gnometto dei gerani come te? Ho il sospetto che tu nel bosco non ci sia mai stato e che tu abbia paura di entrarci da solo. Per questo mi vuoi con te, per farti coraggio e per avere l’aiuto di qualcuno.”
“Forse hai un po’ di ragione… forse!” replicò pronto e con aria furbetta Patuf “Sappi comunque che non ho alcuna intenzione di imbrogliarti o di farti del male. E come potrei, peraltro? Sono così piccolo e indifeso… e tu, invece, tanto alto e furbo! Suvvia, fammi compagnia! Mi annoio tanto a stare tra quei gerani per tutto il giorno!”
Alla fine lo gnomo, senza faticare troppo, riuscì a convincere Coda di Volpe a seguirlo.
Usciti dal villaggio, si trovarono presto al principio del bosco, dove la scaltrezza del bambino lo portò, per un attimo, a riconsiderare la faccenda, ponendogli domande sulla grossa percentuale di rischio che si correva a fidarsi degli sconosciuti e ad addentrarsi nelle selve, per antonomasia luoghi forieri di pericoli. Era tuttavia ancora giorno e proprio la fiducia che riponeva nella propria scaltrezza aveva finito col rassicurarlo, nel giro di pochi secondi, riguardo alle doti di cui disponeva per sfuggire a eventuali guai. Considerandosi pertanto ben equipaggiato in materia grigia e, cosa che non guastava, in velocità di gambe, il fanciullo caudato cominciò a penetrare nell’intrico della vegetazione con quella singolare guida che era Patuf, il quale pareva comunque piuttosto sicuro nell’affidarsi a un sentiero piuttosto che a un altro. Probabilmente l’esserino non stava camminando alla cieca, ma aveva in testa una precisa meta da raggiungere.
“Ecco, siamo quasi arrivati alla prima cosa che volevo farti vedere.” esclamò lo gnomo “Giusto il tempo di percorrere quel piccolo sentiero che si apre là davanti, sulla sinistra, tra quei due grossi alberi.”
Imboccarono quindi il sentiero. Dopo un breve tratto di cammino Coda di Volpe iniziò a scorgere, a un centinaio di metri, un grosso albero dal tronco millenario e, ai suoi piedi, una figura scura, un po’ per la distanza, un po’ per la scarsa illuminazione che giungeva all’interno della selva a causa del fitto fogliame delle piante, che faceva da schermo ai raggi del sole.
Ben presto, però, man mano che i due visitatori si avvicinavano, fu chiaro che quella figura era scura soprattutto a ragione del colore del suo vello, cioè quello di un lupo dalle notevoli proporzioni, accovacciato nello spazio delimitato da alcune delle enormi e sporgenti radici dell’albero. Confitto in quella sorta di castone di terra, l’animale giaceva come una pietra falsa, scheggiata dai colpi e dal tempo; col pelo arruffato e incrostato di fango indurito e con delle foglie secche che qua e là ne variegavano il corpo di giallo, la povera bestia, che ispirava profonda compassione, fissava ora quelle due presenze con gli occhi spenti, le cui palpebre, per la debolezza dell’intero organismo, sembravano tenersi sollevate con grande fatica.
“Coda di Volpe,” disse Patuf “ti presento Enam, il lupo più vecchio del bosco. Ha quasi trecento anni e ne ha di storie da raccontare…”
Rivolgendosi quindi a Enam:
“O grande e saggio Enam, ti prego, rivela a questo ragazzo i segreti che hai appreso nel corso della tua lunga vita! Non ti preoccupare: Coda di Volpe ti capirà, perché non è uno dei tanti. Viene dal villaggio più vicino a questa foresta, dove gli uomini non sono semplici uomini, ma qualcosa di più… La sua coda ne è la prova. Non temere: parla la nostra stessa lingua, la lingua delle creature silvane. Per questo l’ho portato con me. Con lui non parlerai al vento. Fidati!”
Mentre Patuf perorava la causa del suo protetto, gli occhi del lupo erano rimasti fissi e spenti in direzione dello gnomo. Soltanto quando il discorso accennò alla coda volpina, le pupille di Enam si mossero in direzione della stessa, per poi ritornare, quasi immediatamente, alla traiettoria visiva tenuta in precedenza. Ad un certo punto mosse le ampie fauci, con l’evidente intenzione di dare una risposta alla preghiera di Patuf, mostrando in tal modo una bocca priva di molte zanne, con la lingua più vicina al rosa che al rosso.
“Mio giovane amico,” profferì con voce bassa e roca, resa a momenti sibilante dai vuoti formatisi tra una zanna e l’altra “visto che sei venuto fino a me per l’ansia di conoscere, ti racconterò la storia della mia stirpe.”
Lo gnomo e il bambino si disposero ad ascoltare con grande attenzione, mentre la foresta pareva ora più silenziosa di prima, come se gli animali avessero cessato le loro attività e si fossero disposti tutt’intorno a Enam non certo per apprendere, ma piuttosto per ricordare una storia che da sempre amavano sentir raccontare, quasi che essa contenesse il senso del loro presente e la chiave di lettura del loro futuro.
“Un tempo” esordì solenne quel grande vecchio “ero un lupo giovane e forte, l’orgoglio della mia razza. Essa dominava la natura, lussureggiante come tu, amico dalla coda volpina, non puoi nemmeno immaginare. La vegetazione cresceva quasi a vista d’occhio e le specie animali proliferavano, mentre sulla volta del cielo limpido pareva specchiarsi tutto ciò che succedeva sotto di essa. Di notte, alla soffusa luce lunare, noi lupi ci spostavamo in lungo e in largo, annusavamo cespugli e sentieri, facevamo sentire a tutti la nostra presenza, nobile e terrifica allo stesso tempo. Ma era nelle notti di luna piena che la vitalità della natura ribolliva in ognuno di noi, come se il magma fuoriuscito dal cratere di un vulcano avesse preso a scorrere diramandosi in tanti rivoli di lava incandescente. Dappertutto vi era un gran tramestio: coltri di foglie calpestate al galoppo, arbusti spezzati, digrignare di zanne avide di preda, di sangue di nemico… Vale a dire del proprio simile, il rivale in potenza. Ci scontravamo, graffiandoci e lacerandoci, immersi nella luce della luna, che nei punti più spogli della selva giungeva talmente intensa che sembrava quasi giorno. Ma non un giorno qualsiasi… bensì un giorno cattivo, da regolamento di conti. Sacro, tuttavia, in virtù della regolarità con cui si presentava e delle gerarchie che disegnava all’interno della nostra progenie, garanzia di un ordine naturale necessario. Prima di diventare vecchi e saggi, come sono io adesso, si deve essere giovani e guerrieri… Una volta sono stato anche questo.”
“Venne poi il tempo dell’uomo. Egli cercò di penetrare nel bosco, di carpirne i segreti; interrogò la natura per farsi rivelare dove si trovasse l’accesso alle sue grazie, che i lupi avevano varcato già nella notte dei tempi; capì che doveva guardare alla nostra razza, se voleva recuperare una memoria da lui perduta con la civilizzazione. Quindi uomo e lupo si fusero insieme, forse perché alcuni membri delle due specie si innamorarono e si riprodussero, generando così i licantropi: alcuni uomini presero a trasformarsi in lupi su impulso della luna piena, perdendo per alcune ore la propria razionalità e riconquistando l’animalità delle loro origini.”
“Furono però dei casi isolati. I licantropi, quel portentoso anello di congiunzione tra razze superiori, vennero chiamati prima pazzi, poi malati. Quando infine fu trovato l’antidoto a quella venefica infezione, vale a dire una dose ancora maggiore di civiltà e di società, nessun uomo più si ammalò. I lupi mannari, che oltre a essere pochi erano impossibilitati a riprodursi come i muli, si estinsero rapidamente.”
“Adesso, amico mio, mi vedi stanco e morente, e la mia condizione è quella della mia stirpe e di tutte le altre. Non ci siamo adattati al compromesso, che l’uomo, peraltro, eccezion fatta per quelli di loro che scelsero di essere licantropi, non ci ha mai offerto davvero. Eppure, osservando te, Coda di Volpe, ho l’impressione di scorgere la fisionomia di un nuovo tipo di lupo mannaro. Tieniti stretta quella coda… Tenetevi stretti il villaggio in mezzo ai boschi, i vostri becchi, le vostre zampe, i vostri musi… Questo messaggio ti affido.”
Cominciò quindi a tossire. E quei colpi di tosse risuonavano assordanti in quel silenzio di cordoglio che si era mantenuto per tutto il tempo del discorso di Enam. Patuf prese allora per mano Coda di Volpe, facendogli intendere che dovevano andare via da lì. Cosa che fecero in punta di piedi, come se si congedassero deferenti dai resti di un tempio che, con l’immagine della sua rovina, testimoniava l’estinzione di una religione e del suo popolo.
Patuf e Coda di Volpe ripresero il loro cammino. Ad un certo punto quest’ultimo, dopo aver riflettuto per una manciata di minuti sulle parole di Enam, chiese allo gnomo se potesse aiutarlo a comprenderne il significato. Non capiva, in particolare, il senso del monito del vecchio lupo, che aveva esortato lui e la sua gente a tenere da conto quanto di animale fosse nei loro corpi. Patuf rispose con volto benevolo e sorridente:
“Capisco il tuo imbarazzo. Enam parla difficile come un oracolo e il senso di ciò che dice non è sempre chiaro. Ma non lo fa per cattiveria. Il fatto è che in certi casi, e un giorno te ne renderai conto, non è possibile semplificare, perché in tal modo si correrebbe il rischio di non essere compresi. Certi significati non possono essere affidati alle espressioni di tutti i giorni, quelle che si usano mentre si gioca o si studia. E questo perché per tali significati non esistono espressioni pronte che siano adatte a esprimerli, ma bisogna al contrario inventarle, combinando le parole solite in maniera inconsueta. Non ti preoccupare se non hai capito tutto quanto. Concentrati sul senso generale del discorso che, come ha detto Enam, sta tutto nella tua coda di volpe, nel tuo villaggio in mezzo ai boschi, nell’aspetto un po’ animale dei tuoi paesani, in quella gioia di vita che gli uomini senza coda, senza becco e senza zampe hanno ormai perduto.”
Ancora confuso, Coda di Volpe ne concluse soltanto che gli uomini al di fuori del suo villaggio dovevano essere piuttosto infelici, e che forse il motivo di ciò stava nel fatto che erano uomini… e basta, privi cioè di quella scintilla di animalità di cui tutti, al suo paese, erano in possesso.
“Ti vedo ancora pensieroso,” riprese Patuf con tono rassicurante “ma ripeto che non ti devi preoccupare. Dopo aver visitato un altro paio di posti in mezzo alla selva non nutrirai più alcun dubbio, né sulle parole di Enam, né sulla ragione che mi ha spinto a chiederti di seguirmi in questo viaggio.”
Negli spazi che si liberavano alla vista tra albero e albero, Coda di Volpe cominciò a scorgere un qualcosa che sembrava una casetta. Percorso un breve tratto zigzagando tra i tronchi, i due viandanti si ritrovarono in una sorta di piccolo spiazzo che, a suo tempo, doveva essere stato ricavato sradicando tutte le piante presenti in quel perimetro grosso modo circolare. Al centro di esso c’era l’abitazione cui si era accennato sopra, o meglio, quel poco che ne rimaneva, visto che davanti a Coda di Volpe e a Patuf si mostrava ora, in tutta la sua evidenza, un rudere in pietra con il tetto sfondato, privo ormai di infissi e con ciuffi d’erba che spuntavano qua e là sulle pareti, negli interstizi tra un sasso e l’altro. Ciò nonostante, in passato, quel modesto e primitivo edificio doveva essere stato in possesso di un certo fascino: bastava immaginarlo, pensava il bambino, con un biondo tetto di paglia come cappello, con due graziose finestrelle sulla facciata a fare da occhi e una porticina in legno simile a una boccuccia. All’infantile immaginazione di Coda di Volpe vennero quindi a dar sostegno le parole dello gnomo:
“Qui, una volta, abitava la ninfa Leanar. Così bella da essere la perla del bosco; così virtuosa da rappresentare il Bene stesso, incarnatosi in uno splendido corpo di ragazza per essere contemplato e ammirato da tutte le creature e da quegli uomini che avessero avuto la ventura, dopo essersi inoltrati nel bosco, di arrivare fino a quest’oasi. Lo spazio intorno alla casa, le cui pareti erano ornate da magnifiche piante rampicanti che disegnavano arabeschi sulla semplice pietra, era occupato tanti anni fa da un bel praticello punteggiato di fiori dai mille colori, sui quali si sedeva la bionda Leanar dalle gote rosse di ciliegio. Gli animali, provenienti dal fitto della foresta, accorrevano verso di lei e le si mettevano intorno per ammirarla e respirare il suo alito di rosa. Con le creature più piccole in grembo, Leanar intesseva dolci melodie col suo canto, udito talvolta anche da qualche boscaiolo intento a far legna nelle vicinanze, che ne rimaneva ammaliato. Ad alcuni semplici pastori fu persino concesso di godere della sua vista, e di questa esperienza si racconta nei miti e in antichi componimenti in cui si favoleggia dell’età dell’oro o di qualcosa di molto simile.”
“Un giorno, però, si ammalò e, dopo una lenta e dolorosa agonia, morì. Lo squallore che vedi è la conseguenza della sua dipartita: la casa devastata dall’incuria, il prato occupato dalle erbacce, i fiori scomparsi, la vita che fugge da questo angolo di bosco. Persino la luce del sole non lo rallegra, ma ne svela, impietosa, la decadenza senza rimedio.”
Coda di Volpe, mortificato quasi che fosse corresponsabile di tale sfacelo, chiese a Patuf:
“Allora il bosco è rimasto senza la sua dea? Ecco perché la vegetazione mi è parsa tanto triste fin dall’inizio del nostro cammino! Adesso che non c’è più il Bene, il Male trionfa e divora tutto!”
“No, mio giovane amico,” intervenne pronto lo gnomo dei gerani, che a questo punto aveva dimostrato di saperla ben più lunga di quanto ci si sarebbe aspettato da un minuscolo essere uso a dimorare sui davanzali delle finestre di paese “non è così. Anche il Male, ormai, non esiste più. Vieni con me, e lo potrai constatare coi tuoi occhi!”
Si allontanarono pertanto dal tetro paesaggio che aveva infuso la morte nel cuore di Coda di Volpe e si diressero verso un altro angolo di quella cupa macchia di cortecce, fogliame e arbusti morenti.
Giunsero infine al tronco di un albero secolare, ridotto a un guscio vuoto dal momento che le radici, diversi anni fa, avevano cessato di succhiare la vita dal terreno.
Patuf indicò la sommità di quel legno, là dove un tempo si dipartivano i rami più robusti della chioma.
“Era l’albero del gufo Zaqar, presenza oscura e malvagia. Non si allontanava mai da qui. Al massimo si spostava da ramo a ramo. Eppure il suo influsso negativo raggiungeva ogni punto della foresta, fatta eccezione per l’oasi di Leanar. Quando si verificava un incendio spontaneo, si diffondeva un’epidemia presso qualche specie animale o un piccolo rimaneva senza la mamma, uccisa da un predatore, potevi star sicuro che ciò accadeva a causa sua. Nonostante questo, però, Zaqar non era il Male come lo intendono gli uomini. Non era il Male cercato per interesse e vendetta, che la natura non conosce. Zaqar era il Male triste ma inevitabile, quello che spingeva Enam e gli altri lupi ad azzuffarsi per eleggere il capo. Era il Male giusto. La giustizia del Fato.”
“Se l’ordine naturale è violato, ha senso l’esistenza di Zaqar? Se la bellezza di Leanar è scomparsa, se il vigore di Enam è appassito, chi potrà mai essere il destinatario delle leggi di natura? Forse questa stanca selva priva di anima?”
“No, Coda di Volpe, lo stato di natura è morto. Neppure tu, in quanto essere umano, potrai mai conoscerlo appieno. Possiedi però una magnifica coda animale, un ricordo di esso, tramandatoti magari da qualche avo che lo ha vissuto. Conduci pure la tua vita civilizzata, mio giovane amico, dato che questo è il destino a te riservato, ma allo stesso tempo non dimenticare mai chi eri una volta e chi sei veramente.”
Patuf non aggiunse altro. Non parlò più nemmeno durante il ritorno al villaggio.
Coda di Volpe, che era sì intelligente, ma pur sempre bambino, continuava a non avere le idee molto chiare. Aveva compreso che lo gnomo lo aveva condotto nel bosco per insegnargli qualcosa, per raccomandargli di vivere in un certo modo. O meglio, per raccomandargli di continuare a vivere così come aveva fatto fin dalla nascita. Ma questo consiglio non gliel’avrebbe potuto dare una volta balzato fuori dal vaso dei gerani? Perché Patuf aveva sentito la necessità di fargli fare quel viaggio per raccomandargli ciò che, rimanendo al villaggio, avrebbe potuto indicargli puntando un dito o rammentandogli semplicemente le esperienze di quegli undici anni di vita? Mah…! Gli venne allora in mente sua madre, quando diceva che ci si rende conto di quello che si ha non appena ci si allontana da esso, o lo si perde definitivamente. Forse Patuf la pensava allo stesso modo.
Coda di Volpe, giunto alla porta di casa, si congedò dallo gnomo, che si andò a rintanare nello stesso vaso di gerani da cui era uscito diverse ore prima.
“Spero che mamma e papà non siano ancora tornati dai campi. Altrimenti, a quest’ora, saranno in pensiero!”
Prima di entrare in casa, si sentì chiamare per nome. Si voltò verso il centro della piazzetta, le cui pietre erano ormai blandite dalle rosse carezze del tramonto. A pochi passi da lui c’era la comare Baffo di Topo, col muso appuntito e gli occhietti piccoli e socchiusi, che, venendogli incontro, gli disse con dolcezza:
“Ma dove va, questo bel bambino paffutello?”

tratto da La Teoria dell’Elastico, Maremmi Editori Firenze, 2008.

 

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