Collodoro

collodoroLa prima impressione è che Collodoro sia una sorta di American Gods figlio di un dio minore, molto più divertente e divertito. Qui si narrano le vicende degli abitanti di Oropische, che si oppongono alla costruzione di una discarica. Il paese sardo appare come un luogo fuori dal tempo, la vicenda credo si svolga più o meno ai giorni nostri, ma gli abitanti appartengono ad una comunità rurale che vive d’espediente e antiche credenze. Realtà e magia si mescolano in maniera irrimediabile. Compaiono streghe e super Madonne, preti diabolici e ignoranti con superpoteri dei quali non sanno che farsene. La trama si svolge seguendo presente e passato dei personaggi, in una serie di digressioni e divagazioni che oserei quasi definire gaddiane. A tratti ho sospettato che il tutto fosse visto dallo sguardo di Collodoro, stralunato e deviato dai suoi poteri fortunosamente acquisiti.
Niffoi scrive in italo-sardo, le due lingue si mescolano, forse più che in Camilleri, dando vita ad una lingua ibrida. Ciò rende spesso la lettura non proprio scorrevole, ma lo sforzo vale la pena. Una narrazione fitta di similitudini, oltre alle varie superstizioni, che hanno spesso riferimenti alla natura alla terra: “Il sole dormiva ancora pigro dietro l’orizzonte e le nuvole correvano in cielo bianche e grasse come titte di capra da latte. Le stelle penzolavano simili a ragni fosforescenti dal soffitto del cielo ” (p. 252) Una lingua che contribuisce a connotare la comunità di Oropische come qualcosa a sé, lontana dal continente, dal mondo e dalle sue brutture, sospesa in un tempo ed uno spazio quasi onirico; non disposta a raccogliere la spazzatura degli altri. Dove sono possibili immagini come questa: “Ogni tanto rubava una fetta di cielo e se la portava a casa nella bisaccia, perché aveva puara del buio” (p. 32).

Collodoro di Salvatore Niffoi, Adelphi, collana Fabula, p. 291, 17.50 euro, 2008

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