Denti Bianchi

dentibianchiDivertente romanzo, scritto a venticinque anni, di Zadie Smith: scrittrice inglese di madre jamaicana, elemento presente anche in Denti BianchiCome Kureshi di Il Budda delle Periferie, Zadie Smith affronta il tema dei cittadini anglo-indiani, e non solo, in Gran Bretagna. Pur essendoci molte analogie tematiche tra i due romanzi, Denti Bianchi, scritto dieci anni dopo qullo di Kureshi, sceglie la via della sofisticated commedy. I toni sono meno grotteschi e crudeli, il mondo degli immigrati di prima, seconda e terza generazione è visto con occhio divertito colto nei loro piccoli difetti, i loro errori e scatti di orgoglio nel tentare disperatamente di essere inglesi e allo stesso tempo non dimenticare i valori delle loro origini.
Se Kureshi si tuffava nella fine degli anni settanta verso il grande scontro degli anni ottanta, la Smith abbraccia un arco di tempo che va dalla seconda guerra agli inizi degli anni novanta. Anche se l’azione vera propria è concentrata da metà degli anni ottanta al 1992. I problemi di integrazione restano, ma qualcosa sembra essere cambiato. Il melting pot in qualche modo riesce, la vita va avanti tra piccoli scontri domestici e più o meno grandi conflitti sociali. A tratti la vicenda dà l’impressione che gli eventi narrati si basino più su cultura libresca che non su vita vissuta. Comunque Zadie ha il senso della misura e riesce mantenere il tutto in equilibrio.

In Denti Bianchi tutto è molto detto e spiegato, la scrittura semplice ed efficace non lascia grandi punti oscuri al lettore. Putroppo, non so se per la traduzione o perché è così nel testo originale, è poco avvertibile un certo discorso che fa l’autrice sulla lingua inglese, sul modo di parlare degli immigrati e dei purosangue britannici: gli unici a parlare “l’inglese della regina” sono gli anglo-pachistani.

Denti Bianchi di Zadie Smith, Mondadori, collana Piccola Biblioteca Oscar, p. 552, 18.40 euro, 2001

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