Due di Uno

Racconto di Leandro Fossi

E’ estate ed è naturale che faccia caldo, però io non lo sopporto. Se non fossi costretto ogni giorno a uscire, me ne starei volentieri in casa dove c’è fresco e nessuno mi disturba. Vivo, infatti, da solo e non ho abbastanza soldi per permettermi di farmi portare quello di cui ho bisogno.
Prima di tutto vado a comprare il giornale, come passerei la giornata se non avessi il giornale da leggere? Mi diverte rendermi conto quanto sia incasinato il mondo, mi fa ridere e mi distrae da certi pensieri che spesso mi riempiono la testa.
L’edicola si trova all’incrocio della strada per andare in centro, lontana non più di trecento metri da dove abito. Mi reco sempre alla stessa perché lì vicino ci sono altri negozi che mi possono servire.
Per raggiungerla, passo davanti alla chiesa, un edificio mastodontico con un portico sorretto da colonne intonacate di bianco. Qualche mattina mi capita d’incontrare il parroco insieme ad alcuni parrocchiani: vanno a prendere il caffè al bar dell’angolo. Ridono e scherzano mentre attraversano la strada. Saluto il parroco con deferenza perché mi piace essere una persona cortese, ben voluta da tutti e rispettosa delle istituzioni. Il parroco ricambia con cordialità il mio saluto.
Acquistato il giornale, ogni due giorni sono costretto a fermarmi dal panettiere, ogni tre o quattro dal fruttivendolo e dal macellaio. E’ l’istinto di sopravvivenza che mi spinge a compiere queste fermate, se no, se dipendesse da me, le eviterei con grande piacere. Ogni tanto devo recarmi anche in tintoria e dal rivenditore di elettrodomestici e materiale elettrico. Ho in casa una radio portatile e i telecomandi di due televisori, alimentati a batteria. Ho pure tre orologi da tavolo – me li hanno regalati, altrimenti io una pazzia simile non l’avrei mai commessa – che funzionano allo stesso modo, con la complicazione che hanno bisogno di tre batterie diverse, di cui una minuscola, a forma di francobollo. Per prenderla bisogna bagnare di saliva la punta dell’indice.
L’edicolante è una donna minuta e bruna, che non sono mai riuscito a vedere tutta intera. Sta sempre nel suo guscio di carta colorata, solo una volta sono riuscito, con mia meraviglia, a vederle il seno, che mi è sembrato molto grande. Si vede che in quel momento era salita su un pacco di riviste. Le chiedo chi è quel signore che ha appena acquistato il giornale, che mi pare di conoscere.
Lei spalanca gli occhi come se avessi detto un’enormità, mi fissa e non mi dà nessuna risposta. Visto che continua a rimanere in silenzio e a guardarmi in quel modo offensivo, le vorrei chiedere: “Ho fatto una domanda indecente? Le ho forse mancato di rispetto?” Non faccio in tempo ad aprire bocca che arriva un altro cliente, una giovane ben vestita, con un paio di occhiali senza montatura. L’edicolante distoglie lo sguardo da me e si rivolge piena di attenzioni a lei, ignorandomi completamente.
Come dovevo comportarmi, dovevo mettermi a protestare e dirle chiaro e tondo che era una gran maleducata? Ne sarebbe valsa la pena? Chino il capo e, mugugnando, vado per la mia strada.
Quell’uomo che mi pare di conoscere sta aspettando sotto il semaforo. E’ di statura media, indossa una giacca leggera di colore avorio e un paio di pantaloni di cotone blu. E’ un po’ ingobbito, mi sembra impaziente che torni il verde. In una mano tiene un sacchetto di plastica in cui ha infilato il giornale. Di fronte all’edicola si è formata una fila di macchine, mentre altre scorrazzano lungo l’altra via, quella trasversale, che forma l’incrocio.
Quando scatta il verde, l’uomo non si muove subito: si comporta da persona prudente, guarda a destra e a sinistra, perché qualche pazzo che non rispetta i segnali c’è sempre, soprattutto d’estate con il solleone. Tiene una spalla più alta dell’altra mentre cammina, ogni tanto incespica e continua a guardarsi intorno.
Al di là della strada, davanti al bar dove di solito si reca il parroco con i suoi parrocchiani, c’è un crocchio di gente. Saranno quattro o cinque persone, sempre le stesse che ho visto altre volte, con la sigaretta che gli penzola dalle labbra. All’interno del bar c’è una rivendita di tabacchi. Dentro non si può fumare, è stato affisso un vistoso cartello bianco con in mezzo una sigaretta cancellata da una X rossa. Sono vecchi pensionati che stanno lì non avendo nulla di meglio da fare. Seduta sul gradino di una delle vetrine del bar, una giovane zingara chiede l’elemosina, tenendo un bimbo di pochi mesi in braccio.
Per descrivere con precisione dove ci troviamo, dovrei disegnare una piccola mappa con le due vie che formano l’incrocio, governato da quattro semafori. Potrei così indicare il punto esatto dove è situato il bar e, magari, indicare con delle crocette la presenza del gruppo di persone.
L’uomo passa in mezzo a loro a testa bassa senza salutare, getta solamente un’occhiata alla giovane zingara.
I vecchi pensionati non restano indifferenti: smettono di parlare e lo seguono con lo sguardo. Benché anziani, ce n’è uno che si atteggia a giovanotto: porta dei bermuda gialli, una t-shirt amaranto e dei mocassini marroni senza calze. Ha pure una capigliatura folta e riccioluta che gli ricade sulla fronte, ma sotto quei riccioli c’è una faccia raggrinzita come le mele che mi capita di dimenticare sul ballatoio della cucina. Un altro ha un aspetto meno appariscente, il suo corpo flaccido dimostra tutti gli anni che ha; unica debolezza, un paio di baffetti impertinenti che di sicuro quasi ogni settimana è costretto a tingere. Un altro… non saprei come descriverlo. Tutti questi signori mi fanno tenerezza: sono dei temerari, temerari e incoscienti. Il fumo uccide, c’è scritto sul pacchetto delle sigarette, ma loro non se ne curano.
L’uomo cui sto al tacco, come avrebbe detto mia nonna, prosegue diritto per altri dieci metri camminando rasente al muro. Si ferma davanti al negozio di elettrodomestici ad osservare i ventilatori esposti in vetrina, poi, dopo aver guardato per qualche minuto, entra. La porta a vetri a chiusura automatica mi fruscia sotto il naso richiudendosi. Del resto non è necessario che io entri perché non ho nulla da acquistare. Ad ogni modo sono in grado di vedere quello che succede all’interno.
Il gestore è basso, tutto pancia, la faccia rosea e l’aria compiaciuta. Accoglie i clienti con i pugni appoggiati ai fianchi, i gomiti allargati e il pancione bene in evidenza come se stesse facendo un comizio. Di solito lo aiutano la moglie e il figlio. Ora la moglie sta in fondo al negozio, dove sono allineate varie marche di frigoriferi, intenta a un lavoro a maglia. Sopra una mensola, attaccata alla parete dietro al banco, tre televisori sono sintonizzati su canali diversi. Le immagini si accavallano prive di senso e lo sfarfallio dei colori dà fastidio alla vista.
Il cliente estrae dalla tasca della giacca degli oggetti che posa sul banco. Strizzo gli occhi per vedere meglio: sono delle batterie identiche a quelle che servono per i miei orologi. C’è anche quella molto piccola, a forma di francobollo. Anche il gestore la solleva con la punta dell’indice bagnata di saliva. La guarda per un attimo, poi muove le labbra e fa dei gesti con le mani. A me l’ultima volta ha detto che è difficile da trovare per colpa dei fabbricanti di orologi che vogliono produrla direttamente per lucrare anche su questo. Il cliente, però, non sembra soddisfatto della spiegazione, non è di quelli che si accontentano di quattro chiacchiere; se vedo bene, si agita e picchia i pugni sul banco. Devi darti da fare brutto pancione, forse gli intima.
Il negoziante reclina il capo in atto di umiltà, trotterella verso la moglie facendo ballare il rotolo della pancia. Confabula un po’ con lei, quindi torna indietro in fretta muovendo le mani. Ci siamo, voleva forse dire? Ma l’altro continua a sbraitare, a un tratto gli punta un dito contro la gola, lo afferra e lo scrolla per il colletto della camicia. Non riesco a sentire che cosa gli sta dicendo, certamente frasi offensive. Io non sarei così impulsivo, starei più attento, perché il panciutello potrebbe reagire, aprire un cassetto ed estrarre un revolver. Vuoi che non abbia un revolver uno come lui con i ladri che ci sono in giro? L’uomo esce con la faccia stravolta e gli occhi fuori dalle orbite; si guarda intorno con uno sguardo torvo come se ce l’avesse con il mondo intero.
Dopo pochi passi, accecato dalla collera, va a sbattere contro una donna anziana con i capelli bianchi scarruffati, che regge, una per mano, due borse della spesa.
Nello scontro, una delle borse cade a terra e si sfascia, parte della spesa – delle zucchine e qualche pesca – si sparpaglia sul manto stradale. Lui, invece di chinarsi a raccoglierla, la prede a calci con una smorfia feroce. La donna si piega sulle ginocchia e si mette a strillare e a piangere. Accorrono i tabagisti che si trovavano davanti al bar; dall’altra parte della strada l’edicolante allunga il collo fuori dal guscio come una tartaruga davanti a foglie di lattuga fresca. Si forma un assembramento. Le auto sono costrette a fermarsi. Si sente il suono prolungato di un clacson. Qualche automobilista sporge la testa dal finestrino, urla: – Allora!
In mezzo a quel trambusto, una mano mi afferra per una spalla e una voce mi dice:
- Lei, signore, deve stare tranquillo! – Io cosa c’entro? – rispondo. – Bisogna chiamare il centotredici, basta chiamare i vigili… – si sentono altre voci. La donna piange e si dispera, incoraggiata dalla solidarietà di chi le sta attorno. Il più accanito è l’uomo in bermuda e mocassini marroni: – Questo è il bel risultato da quando hanno chiuso i manicomi! – sbraita
A nulla valgono le mie proteste che io non c’entro nulla. Il sangue mi monta alla testa, devo dare uno strattone per riuscire a divincolarmi. L’anziano riccioluto e l’altro dall’aspetto flaccido accompagnano la donna dentro il bar. Per terra è rimasta la poltiglia di una zucchina sfracellata. Il vero colpevole di questo putiferio se l’è svignata approfittando del passaggio di un’auto che ha costretto l’assembramento a sciogliersi. Con la coda dell’occhio lo vedo saltare sul marciapiede di fronte, quello rimasto in ombra dal mattino, e dirigersi alla macelleria più vicina.
Questa volta non resto sulla porta, varco anch’io la soglia del negozio. Se lui darà in escandescenze, come ha fatto finora, potrò costringerlo a calmarsi. Diversamente sarebbe un peccato tornare a casa pieni di livore e trascorrere il resto della giornata con un cerchio alla testa e tanti rimorsi.
Dentro la macelleria sono esposti nella vetrina frigorifera, sotto il bancone, grossi pezzi di carne sanguinolenta. Fa onore al macellaio perché non ha quel colore bluastro e sfatto delle carni non fresche.
- Ciao, Ermete ! – lo saluta l’uomo che si è fermato davanti al bancone. Anch’io lo saluto, lo conosco da vent’anni, è il mio macellaio di fiducia. E’ un uomo corpulento, dal volto acceso e gli occhi assonnati; avrebbe bisogno di più tempo per riposare. O, forse, beve e mangia troppo.
Lui, dopo aver risposto ai nostri saluti, preleva dalla vetrina un grosso trancio di carne con l’osso, un quarto di un quarto di bue; lo posa sul tavolo del bancone tenendoci sopra la sua manona. Con l’altra mano afferra un coltello grande, con la lama larga quattro dita, sulla fronte gli si sono formati due solchi verticali profondi che si congiungono alla radice del naso, solleva il coltello e vibra un colpo secco sull’osso. Il rumore si spande per tutto il negozio. Poi prende un coltello dalla lama sottile e affilata tanto che uno ci si potrebbe radere, e con quello comincia ad affettare.
Il coltello affonda nella carne, scorre agile e veloce, sul volto di Ermete non compare alcun segno di fatica. Taglia con leggerezza e maestria tante fette uguali che ricadono sul piano del bancone. Adesso che succede? Grido aiuto, ma la voce mi si strozza in gola come in un incubo notturno. Colui che ho seguito fino qui dall’edicola si è alzato sulla punta dei piedi, si è sporto in avanti e ha prelevato dal bancone il coltello con la lama larga quattro dita. Lo ha impugnato con tutte e due le mani, e digrignando i denti e aggrottando la fronte, ha assestato con tutta la forza un colpo sul collo del macellaio.
Il sangue esce a fiotti dalla ferita, sgocciola sul grembiule bianco di Ermete disegnando un continente vermiglio. La testa pende da un lato, tenuta attaccata al collo da un lembo di pelle non lacerato dalla lama. Gli occhi hanno perduto l’espressione assonnata, sono ora sbarrati e pieni di terrore, la bocca, rimasta aperta senza aver avuto la forza di gridare, è deformata da un ghigno. Subito dopo il corpo, con la testa mozza penzolante, si affloscia sul pavimento dietro al bancone.

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