Essere Andy Warhol

Exif JPEGLa mostra su Andy Warhol a Palazzo Reale a Milano ritengo sia una mezza fregatura. Poche opere iteressanti e tante cose minori. 17€ per vedere quattro sale allestite con c’è quel che c’è mi sembrano eccessivi, da buon brianzogenovese non posso evitare la nota da taccagno.
Il momento più pop art e warholiano della visita e’ stata la guida che cercava di spiegare i ritratti di Mao Tse-tung a una comitiva di bambini: apprezzabile temerarietà.
Vago tra le opere, spengo l’audioguida al secondo quadro perche’ tanto ripete all’infinito le stesse cose sulla serializzazione, semplicita’, cultura popolare, vanita’ varie e di quanto fosse geniale Andy.
E mentre guardo le polaroid scattate ai divi, le stesse fotografie della sedia elettrica virate in colori diversi, i ritratti puntinati, i fumetti resi quadri, i giochetti sulla saturazione dei colori, tutta roba che mi piace da sempre, penso che l’arte di Andy sia vittima di se stessa. Che l’unica vera invenzione di Andy Warhol sia Photoshop. Lui faceva tutto a mano da artista artigiano, ma tutte le sue grandi idee alla fine hanno avuto una sintesi in Photoshop, Instagram e simili. Forse la grandezza della sua opera è tutta qui: aver dato le basi per l’arte di massa, il fotografo della domenica che ormai può produrre scatti sensazionali con il telefono e un po’ di maquillage. E cosi’ mentre le opere fisiche e per il popolino di Warhol diventano elitarie, lo sono sempre state, roba da mostre per chi paga sostanziosi biglietti, la sua filosofia di fondo dilaga: siamo diventati tutti Warhrol, in tre minuti sparo il mio autoritratto quadricolor su facebook, nel mondo intero, per i miei 15 secondi di notorieta’ almeno tre volte al giorno.
Strano, non esiste ancora la app. per replicare i Velvet Underground da soli:

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