Essere o non essere Connelly

Da più parti mi si dice la seguente cosa, riassumo: “scrivi bene, molto bene, ma perché non usi il tuo talento per scrivere un romanzo alla Michael Connelly? Te lo pubblichiamo prima ancora di averlo scritto e letto, tappeti rossi, battimano, ricchi premi e cottiglioni.”
(Connelly è solo un esempio a caso, potremmo sostituire il suo nome con un qualsiasi scrittore anglosasssone, svedese o qualche raro caso italiano di successo.)
Sullo “scrivere bene”, che poi è relativo, mi riferisco alla pseudo attività letteraria, non ai miei post sui blog che sono scritti veramente male.
Perché non scrivo un romanzo alla Connelly?
Perché li scrive già Connelly, è bravissimo, sa fare il suo mestiere e leggo volentieri i suoi libri.
La domanda vera è: perché io dovrei copiare Connelly?
La risposta è semplice, perché così vendo più copie e faccio contento l’editore.
La posizione editoriale è corretta, gli editori non sono dei filantropi e pubblicano libri per guadagnare soldi, è il loro lavoro e lo fanno bene.
Ma vendere copie non è il mio obiettivo principale.
Parafrasando Guccini: “vendere o no, non passa tra i miei rischi non comprate i miei [libri] e sputatemi addosso”.
Che i libri vengano venduti o meno il mio guadagno economico è praticamente nullo.
Certo sottovaluto un eventuale futuro nel quale potrei diventare ricco e famoso ubbidendo ai dictat editoriali, ma ho le stesse probabilità di vincere al superenalotto, tanto vale investire nel gioco d’azzardo.
Quindi perché dovrei rispettare regole e regolette che affliggono la narrativa da decenni? per scrivere qualcosa che forse piace ai lettori ma a me non frega niente?
Che senso avrebbe mettere in una libreria l’ennesiomo romanzo che scimmiottare Ellroy?
Uno si legge direttamente Ellroy. Per quale motivo dovrebbe leggere un imitatore?
Si parva licet componer magnis, se Joyce o Proust, forse lo stesso Ellroy, avessero ubbidito agli schemi narrativi del loro tempo non avremmo la loro opera. Proust è stato pubblicato postumo. Alberto Moravia pubblica il suo primo romanzo pagandoselo, nessuno voleva pubblicare Il Codice Da Vinci di Dan Brown. Dan Brown vendeva il suo libro nei mercati esponendolo nel baule dell’automobile. Tanto per fare alcuni esempi celebri a caso.
Quindi preferisco scrivere un po’ quello che mi pare, secondo i miei schemi, secondo i miei umori, perché in fondo sta tutto qui: “se son d’ umore nero allora scrivo frugando dentro alle nostre miserie: di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo.”
Regole e regolette per il romanzo perfetto le conosco e la lascio a chi l’ansia di scalare le classifiche.
Quindi scrivo quel che almeno piace a me. Se piace anche chi lo legge bene, sono contento, sono felice, il mio regno e il cavallo per un applauso. Se non piace, non succede nulla, non cambia niente. Meglio una stroncatura di una lode perché hai copiato qualcuno più bravo di te.
Se domani mattina mi pubblicano Mondadori o Feltrinelli faccio i salti sulla sedia per la gioia e stappo bottiglie per festeggiare.
Detto ciò la qualità del libro è indipendente dove è stampata e pubblicata.

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