Fideg

fidegRecensione, di Leandro Fossi.

Fideg, che in dialetto piacentino significa fegato ed ha anche un valore evocativo, è il titolo del romanzo di Paolo Colagrande pubblicato da ALET Edizioni, che ha vinto il Campiello opera prima ed è stato selezionato per il premio Viareggio.
I riconoscimenti sembrano ampiamente meritati: si tratta di un libro diverso da quelli che riempiono attualmente le librerie, esilarante, pieno di trovate e di citazioni auliche amalgamate nel testo, costruito con una tecnica rocambolesca che, apparentemente, non ha ne capo e ne coda. E’ inoltre infarcito di una cultura pazzesca, come direbbe Fantozzi, non solo letteraria, per fare il verso a certi critici e intellettuali alla moda. La chiave sta in una citazione, questa volta fatta seriamente, dalle prime righe del saggio di Robert Louis Stevenson Una chiacchierata sul romanzesco: “ In qualsiasi cosa meritevole di lettura… dovremmo divorare con gli occhi il libro, rimanere con la mente ricolma di una fantasmagorica, sfrenata danza d’immagini, incapaci di prendere sonno e di pensare ad altro”.
Il protagonista è uno scrittore sfigato con famiglia, che ha perso il dattiloscritto di millequattrocentosessantuno pagine Storia degli eroi di pace e di guerra da Garibaldi ai giorni nostri, costato anni di lavoro. Prende a ricostruirlo, ne discute con gli amici rinverdendo la disputa tra finzione e romanzo storico e la questione del manoscritto ritrovato o tradotto, anche se qui è il caso inverso, per documentarsi studia i personaggi originali che incontra e visita luoghi carichi di memorie ottocentesche, soprattutto orali. Lo scenario è “un ubertoso borgo padano” con i suoi tic e i suoi snobismi.
Archiviati gli eroi di pace e di guerra e venendo ai nostri giorni, il racconto si fa straziante, rido per non piangere, si direbbe. Il panorama letterario è talmente desolante – spassoso il siparietto delle lezioni di scrittura di Sandro Veronesi e di Bergonzoni – e così ingorgato di liquame che la rivista che gli amici vorrebbero lanciare non può che chiamarsi La tubatura. Il nome suona bene. Sorge il dubbio se non sia meglio farne una rivista orale per non contribuire ad aumentare l’ingorgo. Non tutto però è irrisione. C’è Emilia, la moglie, che, essendo una pendolare per lavoro, tira sempre in ballo i treni, c’è il figlio Ale, ”molto bello”, il nonno Neride Bisi, acuto economista, ci sono le tavolate con gli amici in campagna, il coniglio in umido, i bicchieri di bianco.
Terminato il rifacimento del libro, il protagonista lo fa leggere agli amici, alla moglie e tutte le sere ne legge due o tre pagine ad Ale. L’amico Benazzi, il professore, lo boccia sotto tutti i punti di vista, un altro amico dice che è un libro incoerente, Bigozzi, lo “scrittore” reduce da una disavventura editoriale, si trincera dietro il fatto che lui di queste cose non se ne intende, Emilia, che “viene da lanciarlo dal treno”. Ale, invece, diventa matto e “con la mente ricolma di una fantasmagorica e sfrenata danza d’immagini” fa fatica a prendere sonno. La madre sbraita perché così lo eccita.
Fideg se Colagrande ha avuto fegato!

Fideg di Paolo Colagrande, Alet Edizioni, collana Perieli, p. 205, 12 Euro, 2007

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