Flatlandia

flatlandiaFlatlandia è un mondo bidimensionale, gli abitanti sono figure geometriche piatte che non conoscono la dimensione dell’altezza. I bidimensionali deridono
gli unidimensionali, le linee, per la loro ristrettezza di “vedute”, per l’ignoranza del mondo superiore. A loro volta i bidimensionali vengono derisi, per gli stessi motivi, dai tridimensionali. Questi ultimi tuttavia non sono disposti ad ammettere la possibilità di una quarta dimensione.

Il reverendo Abbot con toni swiftiani spiega che differenza ci sia tra le varie dimensioni, triangoli e poligoni diventano persone strutturate in una società, piatta. L’intento educativo è quello di aprire spiegare con parole semplici concetti matematici, almeno per i tempi di Abbot, complessi. Il risultato è un libro che non manca di una vena umoristica e una fantasia potente. Tuttavia lo stile ottocentesco, spesso ampolloso, la trama esile, una struttura espositiva eccessivamente didascalica rendono il tutto un po’ pensante nella lettura per un pubblico “moderno”.

Il significato del libro, oltre agli aspetti geometrico matematici, può risultare contraddittorio a seconda di come lo si legga. Se lo si legge in senso letterale, la visione del mondo che ne risulta è classista e misogena. Se lo si affronta da un punto di vista umoristico, sicuramente le filippiche contro le donne servono a denunciare la condizione della donna nella società vittoriana; il classismo rimane, seppur edulcorato. L’elemento più favorevole del testo è la tesi per cui tutti siamo in fondo ignorati, e tendiamo a negare che possa esistere qualcosa di diverso da noi e spesso migliore di noi. Putroppo il sapere è un’arma a doppio taglio: “Quando ritrovai la voce, mandai un alto grido d’angoscia – Questa è follia o l’inferno! – . – Nessuno dei due – rispose calma la voce della Sfera. – Questo è il Sapere; sono le Tre Dimensioni” (p. 124) Il sapere non porta alla felecità, anzi chi più conosce rischia di essere linciato dai suoi stessi amici. Mentre chi nulla sa del mondo esterno vive felice, come il punto che vive in un mondo senza dimensioni e non ha coscenza di altro all’infuori di se: “Osserva quella miserabile creatura. Quel Punto è un Essere come noi, ma confinato nel baratro adimensionale. Egli stesso è tutto il suo MOndo, tutto il suo Universo; egli non può concepire altri fuor di se stesso [...] Eppure nota la sua soddisfazione totale, e traine questa lezione: che l’essere soddisfatti di sé significa essere vili e ignoranti, e che è meglio aspirare a qualcosa che essere ciecamente, e impotententemente felici.” (p. 140) La Sfera avrà sicuramente ragione, ma dato come finisce il romanzo vien da commentare: beata ignoranza.

Flatlandia di Edwin A. Abbot, Adelphi collana GLi Adelphi, p. 166, 8 euro, 1993

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