Giudizio Sospeso

Racconto di Luca Rachetta

Quando S. Pietro uscì dal portone del Cielo, il brusio degli impetranti cessò immediatamente. Essi si disposero a semicerchio attorno al grande vecchio, che cominciò a parlare solo dopo aver avuto la premura di accostare alle sue spalle i battentidell’ingresso di cui era il custode, perché nessuno dei presenti, tutti ancora in vita, avesse l’occasione di sbirciare al di là di esso e di godere, pertanto, prima del tempo e prima del necessario accertamento dei propri meriti da parte del tribunale celeste, di qualche sprazzo di oltremondana visione.

“Cari fratelli, le domande di grazia che avete presentato, almeno quelle pervenute entro i termini indicati dal bando di concorso, a garanzia del rispetto dei quali fa fede il timbro postale, sono state attentamente vagliate dal Padreterno, che ha operato una selezione a partire dalle migliaia di richieste pervenutegli. Come sapete, la macchina dei miracoli è alimentata da un combustibile molto costoso che, data l’attuale congiuntura economica, l’Arcangelo amministratore è costretto a comprare in dosi minime. Al momento c’è fluido sufficiente per un solo miracolo, che il Padre Santissimo sceglierà personalmente dopo aver avuto un colloquio coi tre finalisti del concorso, di cui renderò subito noti i nomi. Gli altri sono pregati di appropinquarsi ordinatamente agli ascensori coi quali sono arrivati e di tornare alle loro case con animo sereno, dato che, grazia o non grazia, tutti rimarranno comunque nei pensieri del Padre. E mi raccomando di non sbagliare ascensore. Se qualcuno dovesse finire per errore, ad esempio, in un paese a regime comunista, dovrà aspettare un bel pezzo per far ritorno a casa. Perché, come avrete capito, se aspettate un miracolo… Campa cavallo…!”.
Radunati attorno a sé i tre finalisti, S Pietro aspettò che gli altri fossero scomparsi all’orizzonte per far uscire dal portone del Cielo un corteo di angeli, che proprio a ridosso dello stesso allestirono in quattro e quattr’otto un grazioso salottino da colloquio.
“Poiché siete ancora vivi” disse il primo degli apostoli “non potete varcare la soglia del Paradiso. Per questo sarà il Padreterno a venire da voi, concedendovi un’udienza che vale da sola molto di più della grazia che siete venuti a chiedere. Accomodatevi intanto sul divano a tre posti. Mi sembra di sentire già i passi del Padre che sta arrivando…”.
Si affacciò dalla porta del Paradiso un uomo un po’ in là con gli anni ma ancora energico, ben sbarbato, coi capelli brizzolati, dal fisico segaligno, che indossava un elegante vestito da uomo d’affari. Questi si accostò con passo sicuro ma non affrettato al divano, strinse la mano agli increduli e commossi impetranti e si sedette quindi sulla poltrona posta di fronte ad essi.
“Mi auguro vogliate scusarmi” disse il Padreterno “se non potrò concedervi troppo tempo, ma capirete senz’altro che di cose da fare ne ho a bizzeffe tutti i giorni. E di qui all’eternità non credo che le cose cambieranno sostanzialmente. D’altro canto, tra non molto (cosa volete che sia l’esigua durata dell’umana esistenza terrena…), avremo tutta una vita per conoscerci meglio! Orsù, allora, bando alle ciance! Iniziamo il colloquio dal primo alla mia destra. Parla, figlio carissimo!”.
Il primo questuante era un tipo decisamente male in arnese, macilento e malvestito, con una barbetta di qualche giorno che sottolineava pateticamente il viso triste e smunto.
“Padre Amatissimo, è una questione di vita o di morte! Col mio impiego da manovale ero l’unico sostegno della mia numerosa famiglia; la recessione, però, mi ha fatto perdere il lavoro e siccome non sono in possesso di titoli di studio e di altri tipi di qualifica, mi ritrovo, anzi, ci ritroviamo tutti con l’acqua alla gola! Coi soldi della liquidazione ci ho pagato la seconda auto di mia moglie e i telefonini dei miei figli, coi sussidi per le famiglie bisognose e con le offerte della parrocchia ci potrò pagare appena il modesto pranzo da 150 invitati per la cresima della figlia maggiore… Sì, è vero che ho ancora da parte qualcosa della vincita record al totocalcio di tre anni fa, ma cosa vuoi che ci faccia, Padre Generoso e Comprensivo oltre ogni umana aspettativa? Potrei rivendere le azioni acquistate un anno fa, ma oggi mi frutterebbero sì e no il doppio di quanto speso! Padre, la società avrebbe il dovere morale di aiutarmi, ma essa latita, così come latitano le istituzioni, rette da incapaci e truffaldini buoni solo a riempirsi le tasche coi soldi dei poveracci! Pietà, Padre Osannatissimo e Riveritissimo! Mi basterebbe una vincita alla lotteria! Il bigliettino giusto, un milioncino di euro e potrei rifiatare! Aiuto, Padre Generoso e Solidale! Aiuto!”.
Il Padreterno fece segno di avvicinarsi a S. Pietro, che si trovava alla sua destra, e gli chiese a un orecchio: “Tu che hai frequentato il Bel Paese, ti sembra forse che costui possa provenire da lì?”.
“Non saprei…” disse S. Pietro “Ai miei tempi gli abitanti della penisola italica parlavano in latino ed erano piuttosto supponenti e sussiegosi. Oggi invece usano la favella di quel bravo cristiano di Dante e sono soliti piangersi addosso. Non li riconosco più!”.
“Bah! Non importa!” esclamò a bassa voce il Padreterno” Questo è comunque un caso pietoso per antonomasia! Magari un po’ enfatico nei toni ed esagerato nei contenuti, ma tuttavia da prendere in seria considerazione ai fini dell’elargizione del miracolo!”.
Il Padreterno chiese quindi al secondo questuante di esporre il proprio caso. Era costui un uomo dallo sguardo perso nel vuoto, vestito in modo sciamannato ma non certo da pezzente; era anch’egli male in arnese, dunque, ma in maniera diversa da chi aveva parlato prima, come se tale apparire rispondesse ad un vezzo patologico, dettato non solo dalla volontà di essere commiserato ma anche di essere ammirato per la singolare (o presunta) sensibilità del suo spirito eletto, prima interiormente affinata, coccolata e blandita e poi orgogliosamente dichiarata al mondo intero per mezzo di tanto manifesta sofferenza.
“Padre Santissimo e Veneratissimo, non lasciarTi fuorviare dal racconto, di per sé pietoso e commovente, del mio vicino di posto. Esistono drammi ben più complessi e dilanianti di quelli attinenti alla sfera materiale. Per me, ad esempio, nulla di ciò che vedo ha più colore, nulla di ciò che gusto ha più sapore. L’accidia mi appesantisce le membra appena mi desto la mattina e mi scorta, fedele quanto tediosa compagna, fino a sera, quando l’abbraccio di Morfeo mi reca quel letargico torpore, unica via di fuga dalla gabbia che mi paralizza l’esistenza. Non mi mancano poi neppure i malesseri fisici, visto che lo stato d’inerzia e di abbandono in cui giaccio si è somatizzato in febbre, dolori articolari, gastrite e astenia cronica. Di una ragione avrei bisogno, Padre Illuminatissimo e Sensatissimo, di una ragione che mi indichi una via da percorrere, una meta da raggiungere, uno scopo da conseguire. Non mi manca nulla… ma sento che mi manca tutto!”.
S. Pietro si avvicinò all’orecchio del Padre in preda a una visibile commozione: “Poveretto! Quanto mi fa pena! Come i pagani dei miei tempi: sbandati e senza punti di riferimento…”.
Il Padreterno annuì spostando subito lo sguardo verso l’ultima persona, come a voler concludere il più velocemente possibile la fase dell’udienza per passare alla fase in cui avrebbe tirato le somme ed emesso il suo inappellabile giudizio, che mai come questa volta si preannunciava difficoltoso e sofferto.
Il terzo uomo era meglio vestito degli altri e più curato nell’aspetto, pur non rivelando né gusto né eleganza alcuna, come stavano a testimoniare lo scarno e ribelle riportino, il grossolano nodo della cravatta e il calzino corto rivelato appieno da un maldestro accavallo. Nonostante ciò l’attenzione dei celesti osservatori, vale a dire del Padreterno, di S. Pietro e degli angeli che, dopo aver disposto divano e poltrone, si erano fermati sul posto alle spalle del Sommo Fattore, fu attirata dalla spossatezza degli occhi e dal senso di pesantezza che appariva evidente dall’inclinazione del collo e dalla curvatura in avanti delle spalle.
“Rigorosissimo e Precisissimo Padre, Ti chiedo soltanto di essere alleggerito dal carico di responsabilità e di obblighi che la mia condizione disgraziata mi impone. Ricopro, come ben saprai, un posto di altissima responsabilità in un’importante azienda alimentare, in cui sembra davvero che neppure il più piccolo cetriolo possa essere messo sott’aceto senza che io gli faccia da balia, accertandomi che le maldestre manacce di qualche operaio non lo ammacchino e che la cattiva regolazione di un macchinario non lo cali in una soluzione troppo acetosa o troppo annacquata. Dottissimo e Saggissimo Padre, Tu mi consiglierai senz’altro di non prendermela tanto, di avere più fiducia nel prossimo, di tranquillizzarmi, prima di esaurirmi del tutto! E come potrei, Organizzatissimo e Responsabilissimo Padre? Se si rovina un cetriolo è sicuro che se ne rovineranno altri insieme ad esso, cioè i suoi compagni di barattolo, cui seguiranno gli inquilini dei barattoli della stessa partita, e magari di molte altre. E allora ecco il danno economico, la crisi, le riduzioni di personale, le famiglie sul lastrico, la fine del mondo, i miei sensi di colpa e la mia fine medesima! Padre Equilibratissimo, un miracolo mi ci vorrebbe per uscirne sano e ancora padrone di me!”.
S. Pietro si riaccostò al Padreterno: “Madre Santissima, che angoscia! Ai miei tempi almeno ci si riposava, ogni tanto! Ci si ritemprava, nei limiti di quanto consentito da una vita più dura sotto tanti aspetti!”.
Il Padreterno si alzò dalla poltrona senza profferire commento e annunciò che si sarebbe ritirato assieme a S. Pietro al di là della porta del Paradiso, per operare le ultime valutazioni sui casi a Lui illustrati e per prendere la sua decisione.
Una volta appartati, il Padre disse a Pietro: “E adesso? Sono tre poveri disgraziati, ognuno a modo suo: come arrivare a capire chi sia il più bisognoso dei tre è impresa che mi angustia assai! Ho la stessa sensazione delle altre volte, cioè che, chiunque decida di premiare, poi dovrò macerarmi nel dubbio di non aver optato per la soluzione migliore! Maledetto me quando ti sto ad ascoltare! Qui ci vuole un ricambio generazionale: non posso continuare ad avere come consigliere un bacucco che s’impietosisce a ogni piè sospinto e muore dalla voglia di concedere grazie! Cosa mi aveva detto S. Francesco, che infatti ha un migliaio d’anni e passa in meno di te? Lascia perdere questi concorsi, giacché finisci col creare più scontenti, compreso Te, che contenti!”.
“Calma, Padre Amatissimo, calma!” si affrettò a dire S. Pietro “Si potrebbe prendere una decisione salomonica, dividendo in tre parti uguali il premio del concorso!”.
“E a che pro?” disse il Padreterno camminando nervosamente su e giù lungo una linea immaginaria di pochi metri con le dita delle mani allacciate dietro la schiena “Il fluido dei miracoli è appena sufficiente per un solo caso disperato! No, no, facciamo come al solito: diremo, anzi, dirai, che ci sono intoppi burocratici e che l’assegnazione del premio è rimandata di qualche anno. Sarà nostra, cioè Mia, accortezza dilatare i tempi sino a che tutti i contendenti della giostra dei miracoli non verranno chiamati a partecipare all’eterno banchetto del Cielo, dove saranno talmente sazi di felicità da non aver più bisogno delle briciole che ora ci troviamo in così grande imbarazzo nell’elargire loro. Sì, sì, faremo così… E mica posso diventare matto, Io!”.
S. Pietro inghiottì tutto anche stavolta. D’altro canto il Padreterno non aveva tutti i torti: mica si poteva diventare matti per quelle teste pazze dei peccatori!

Tratto dalla raccolta:Dove sbiadisce il sentiero, Maremmi Editori Firenze, 2006.

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