Gli Altri

Racconto di Gianluca Didino

Avete per caso visto passare una volpe?
(L. Buñuel)

Una sera qualsiasi.
Primi giorni d’estate, finiti gli esami, nessun impegno.
Alle nove e mezza squilla il telefono. Sono disteso sul divano a guardare una partita di rugby, ma ho il ricevitore a portata di mano.
Rispondo.
Solita storia: suoni confusi, interferenze, voci che si accavallano.
Una volta facevo fatica a capire, ma ormai ci sono abituato. I rumori e i discorsi sono quelli tipici di un paese di provincia: fiume, moto, pettegolezzi, droghe.
Sono alla panchina, ne sono certo.
Uno slargo sulla strada, una scala che scende, una piccola fontana: è il nostro punto di ritrovo. Vado. Devo andare.
Look indie, questa sera.
Calzoni qualsiasi, maglietta gialla troppo stretta, converse, capelli sulla fronte. Ragazzo indie controlla di avere le chiavi. Ragazzo indie saluta la madre, poi esce.
Arrivo alla panchina in cinque minuti.
Tardi. Tardissimo.
Bottiglie di birra vuote. Un pacchetto di sigarette. Un fiore dimenticato sulla panchina.  Sono rimasti in tre: due ragazzi e una ragazza. Gente che conosco di vista. Non so come si chiamino, non so che cosa facciano delle loro vite.  Giri diversi.
Mi aggiorno sulle novità. A si è trasferita a Bologna in via definitiva. B ha fatto un incidente in moto, su in collina. Si è rotto una gamba, ma poteva andargli peggio.
Chiedo degli altri.  Sono appena partiti, dicono. Una partita a calcetto. Qualcuno era in moto. In paese. Quale calcetto?  Calciobalilla, specificano.
Dire calcetto è come cercare un ago in un pagliaio. Ma io ci sono abituato. Escludo alcune possibilità. Analizzo le restanti. Escludo di nuovo.
Ho trovato.  Saluto i superstiti della panchina.  Salgo in macchina.  (In auto ascolto: Royksöpp – Melody A.M.)
Calcetto del Tobruk, di solito il nostro calcetto.
Questa sera non si vede anima viva. Le solite due o tre facce al videopoker. Un gruppo di skin seduti sul marciapiede. Due ragazze in minigonna.
Parlo con C, il barista, amico di vecchia data.
Mi racconta la sua settimana al mare.
Discorso confuso. Una discoteca. Una ragazza. Una stanza d’albergo. La ragazza è sadomasochista. Un’amica. Urla. La strada. Il mare. L’alba.
Decido di farmi una birra: a questo punto non c’è fretta.
Che va e viene tra il banco e i tavoli.
Parliamo del campionato di calcio appena concluso e dei mondiali imminenti.
La Juve è finita in serie B. I mondiali li vincerà il Brasile, dice lui. Io non ho opinioni.
D, un amico comune, quest’anno ha fatto parecchi soldi alla SNAI.
Il calcioscommesse. Guardo l’ora. Le scommesse sono un’alternativa a questo lavoro di merda, dice C. Le dieci e mezza.
Devo andare.
Non so dove.
Parcheggio del Tobruk: molte facce, nessuna conosciuta.
Sono indeciso sul da farsi. Accendo una sigaretta. Aspetto qualcosa.
Qualcosa arriva. Il cellulare squilla. Rispondo. Sono loro. Questa volta il rumore è più forte. Interferenze intensificate. Voci di molte persone e chill-out che sembra provenire da lontano.
Un locale.
Poi qualcos’altro: rumore d’acqua.
Un locale al lago.
Ci sono.
(In auto ascolto: Bloc Party – Silent Alarm, masterizzato)
Direzione lago maggiore.
Attraversare il paese. Prendere la statale del Sempione per quindici chilometri. Svoltare.
Oppure: prendere l’autostrada e lasciarla alla prima uscita senza casello.
In piazza qualcuno mi chiama.
Amici che non vedo da tempo. Amici che non ho voglia di vedere. Ragazzo indie registra il lampeggiare di abbaglianti. Ragazzo indie accosta, scende, stringe mani.
Guardo l’ora di sfuggita: le undici passate.
In ritardo sulla tabella di marcia.
Un ritardo che potrebbe costare benzina, minuti al volante, altro ritardo.
Gli amici chiedono se voglio fare una canna. Dico che ho appuntamento con gli altri. Dicono che una canna non si rifiuta a nessuno.
Grado di convivialità della marijuana: molto alto.
Una canna non si rifiuta a nessuno.
Li seguo. All’incrocio del Kabiria ci infiliamo verso la collina. Strada che diventa sterrata. Finestrino aperto. Notte estiva.
Accostiamo al ponte diroccato della circonvallazione.
Rumore di grilli. Lucciole. Profumo d’estate e profumo d’erba che si propaga nelle vicinanze.
Raccontano che F e G sono finalmente andati a vivere insieme, ora che G ha trovato lavoro in una fabbrica.
F è molto carina, dicono.
F è un ricordo di gioventù. Estate di quattro anni prima. Campi di grano. Feste del liceo. Vespa cinquanta special.
Da due settimane sto uscendo con F.
Una notte succede qualcosa.
Da quel punto in poi le cose cominciano a complicarsi.

Di nuovo nel 2006.
Anche la seconda canna è finita. Guardiamo le stelle. Restiamo in silenzio.
Sono il primo a parlare: devo raggiungere gli altri.
Di nuovo mani che stringono, pacche sulle spalle.
La macchina si muove lenta nel buio, come se strisciasse.
(In auto ascolto: Radio Dept. – Lesser Matter, masterizzato)
Sono fermo da un semaforo, in paese.
Un incrocio. Dall’altra parte della strada una piccola piazza. Nella piazza delle auto. Tra le auto un’Opel Corsa verde scuro. Qualcuno sta salendo sull’auto.
Un flash: è K.
K sta salendo sulla sua auto.
K sa dove si trovano gli altri.
K è gli altri.
Suono il clacson ma non mi sente. Accende il motore proprio quando il semaforo diventa verde. Decido di seguirlo.
Previsioni disattese: a quanto pare niente lago.
Prendiamo per la collina, seguendo i cartelli stradali per Torino. Strade sinuose come bisce. Colline che ospitano cinghiali e messe nere.
Poi un rettilineo. L’auto di K accelera, troppo per stargli dietro: qualche istante dopo è sparita dalla mia visuale.
Non importa.
A questo punto del tragitto la meta può essere una sola: casa di M.
Ne sono certo.
Mi fermo per fare benzina e ne approfitto per cambiare cd.(Inserisco nel lettore: Mercury Rev – Deserter’s songs)
Casa di M, luci spente.
Potrei suonare il campanello.
Non lo faccio. Un attimo di silenzio per fermare la notte d’estate. Penso ai segmenti invisibili che collegano le cose.
Una casa. Una strada. Un bar. Un’auto. Un lago. Un’altra casa.
Luci. Persone. Storie.
La rete.
Un impulso elettronico tra le maglie della rete.
Un collegamento ipertestuale.
Ogni nodo è una storia.
Un attimo, poi si riparte.
Chiamo M sul cellulare: spento. Chiamo R, sua sorella. È in casa. Io sono sotto casa. Dice: non posso farti salire. Scendo io.
Aspetto qualche minuto. Accendo una sigaretta. Cammino per il cortile.
Arriva.
M non c’è. È uscito, dice. L’interpretazione non era sbagliata: sono andati al lago. Un lago, l’altro. È tornato J dall’Egitto. J ha portato un regalo per gli amici.
Serata con l’erba sul pontile del Lido.
Vorrei raggiungerli, dovrei farlo.
R chiede se ho un attimo. Una sigaretta, dice.
Dico di sì.
Porte che si aprono: R ora vive a Milano.
Sta in casa con S, una ragazza che ho conosciuto in Irlanda cinque anni fa.
Un universo che si svela: vita della periferia milanese. Passanti ferroviari. Penny market. Cartelloni elettorali.
Sediamo su un muretto, la recinzione di un campo incolto.
R indossa un paio di sandali. Insetti come falene ci volano attorno. Odore d’erba tagliata e fumo delle nostre sigarette.
Un’altra storia. N ha dormito a casa loro, qualche tempo prima. N sembrava impazzito. Diceva di pensare seriamente al suicidio.
Un momento sospeso: N era del gruppo, una volta.
Ora non lo è più.
Pare sia andato in Sud America per stare lontano dalle droghe.
Devo salire in macchina.
Devo raggiungere il lago, fare un ultimo tentativo.
R mi bacia su una guancia.
Un bacio che ha tutto il sapore dell’estate.
(In auto ascolto: Sigur Ros – Takk)
Venti minuti di strada statale e sono al lago.
Il pontile. L’albero. Il tavolo di pietra.
Nient’altro.
Deserto, come immaginavo.
Ho parcheggiato l’auto.
Sono in piedi sul pontile. C’è vento, qui. Il lago è una macchia scura che non finisce da nessuna parte.
C’è silenzio.
Ci sono le tracce di un passaggio, le solite: bottiglie, pezzi di carta, pacchetti di sigarette.
Mi siedo in terra.
Guardo l’ora: le due e mezza passate.
Una notte d’estate come tante altre.
Ho voglia di sorridere.

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