I Conigli

Raconto di Matteo Lolletti

Questo ricordo è mio, e non so che significato abbia. È un ricordo che riguarda gli anni in cui, bambino, vivevo con la mia famiglia in un grande appartamento dai soffitti alti, posto all’ultimo piano di un vecchio condominio che sorgeva ai bordi del centro storico. Il palazzo era di fronte al fiume Montone e a “quella maledetta strada”, come la chiamava tutto il quartiere, un lungo viale alberato, ancora oggi, di notte come di giorno, molto rumoroso per l’infinità di auto che lo percorrono. Ricordo che in quel periodo succedeva spesso che qualcuno del quartiere “finisse investito” . Per come la vedo oggi, era un po’ come se allora non avessimo ancora troppo chiaro quanto potesse essere pericolosa un’auto che ti centrava in pieno a 120 chilometri l’ora. In quei giorni, nelle mie fantasiose paure di bambino, vivevo addirittura la convinzione che morisse una persona al giorno, in quella maledetta strada.

Ricordo che in quel periodo, eravamo nell’autunno del 1981, pioveva ogni giorno e ogni notte, e la pioggia non si fermava mai, neanche quando tutti dormivano e non restava nessuno a guardarla scendere. In quei giorni, ogni sera, dopo che mi ero addormentato davanti alla televisione, mia madre mi prendeva in braccio e mi portava a letto. Poi, mentre indossavo il pigiama di cotone grosso, mia madre usciva dalla stanza e spegneva il riscaldamento, girando la rotella del termostato
finché il rumore caldo delle ventole cessava. Quindi tornava nella mia camera, che lei stessa aveva dipinto di verde perché, sosteneva, “il verde rilassa”, e mi sistemava per bene le coperte, ripetendomi una frase che già si mischiava ai sogni e che oggi purtroppo non ricordo più. Ricordo invece che prima di addormentarmi, ogni sera, sentivo la caldaia ripartire e mio padre che rimproverava a mia madre di averla spenta. Fuori, intanto, pioveva.

La mattina dopo, dovendo andare a lavorare molto in anticipo rispetto ai miei orari di scuola, mia madre mi svegliava sempre troppo presto. Così restavo un po’ nel letto, al caldo, ad ascoltare mio padre lavarsi nella stanza a fianco. Quindi mi alzavo, e, stropicciandomi il sonno negli occhi, entravo in bagno, dove mio padre si stava pettinando i pochi capelli scuri, mentre fuori pioveva ancora. In sala da pranzo, intanto, mia madre finiva di prepararmi la colazione, che era la stessa da anni e che sarebbe cambiata solo quando, molti anni dopo, avrei smesso di mangiare di mattina appena alzato: the caldo e numerose fette di pane montanaro spalmate di nutella. Ricordo che a quel punto andavo in sala e, prima di sedermi, guardavo fuori dalla finestra, e vedevo il fiume ingrossarsi, e ruggire sugli argini. Osservavo il ristorante, che pareva cercare di spostarsi verso la strada con i piedi già inzuppati d’acqua. C’erano sempre diversi uomini, in quei giorni, fermi sul ciglio della strada, a guardare il fiume e a scuotere la testa, indicando con le mani alcuni punti precisi del corso d’acqua. Poi mi mettevo al tavolo di legno bianco, accendevo la televisione e facevo colazione, guardando i cartoni animati che iniziavano in quel momento. Mio padre e mia madre allora uscivano per andare al lavoro, salutandomi velocemente e raccomandandomi troppe volte di stare attento. Poi mi lavavo, indossavo i vestiti che mia madre mi aveva preparato sul letto già rifatto, e sistemavo il pigiama sotto il cuscino, dopo averlo ripiegato con cura. Quindi riempivo la cartella con i libri e i quaderni della giornata, ne ripassavo mentalmente il numero, prendevo il grembiule nero dalla spalliera della sedia ed entravo di nuovo in bagno, dove, in punta di piedi per riuscire a vedermi nello specchio grande e alto, mi pettinavo i capelli corti e biondicci, con la stessa attenzione che avevo visto usare da mio padre. In quei giorni, prima di uscire, indossavo sempre, e con qualche sforzo, il piccolo k-way giallo comprato due anni prima per una gita scolastica, perché fuori pioveva ancora. Poi con la cartella di plastica rigida sulle spalle, scendevo le scale di corsa, tenendo le braccia protese in avanti a resistere alla sensazione di cadere all’indietro per il peso dei libri, ed uscivo dal condominio, a cavallo della mia bicicletta gialla, sotto la pioggia infinita di quei giorni. Era una pioggia grossa e fresca, quella, e, stando a ciò che Renzo, il vecchio barista della latteria sotto casa, raccontava a mia madre, spesso restavo qualche minuto a sentirla con le mani, i palmi goffamente girati verso l’alto. E mentre pedalavo verso la scuola mi perdevo a chiedermi da quanti giorni stesse piovendo e quanta pioggia fosse caduta, e mi addentravo in una lunga serie di calcoli improbabili per stabilire quanti secchi d’acqua da un litro ci sarebbero voluti per raccoglierla tutta. Quando tornavo da scuola, pioveva ancora, e pioveva dentro il fiume.
Poi ricordo il giorno in cui il fiume ruggì più forte del solito. Le cose andarono all’incirca così.

Quel giorno, appena tornato da scuola, invece di entrare nel condominio, mi ero fermato sotto casa, davanti al portone a vetri, a guardare al di là della strada. Proprio sulla curva del viale, dove il fiume da sempre concedeva uno spazio incerto per qualche orticello e instabili stie di legno per piccoli animali, l’acqua era tracimata, invadendo la carreggiata. Ripenso ancora con uno strano divertimento a tutte quelle persone che, fradice di pioggia, si agitavano, quasi danzando, sul bordo della strada, ondeggiando con il fiume. Mi sembravano sorpresi, quegli uomini, di trovare l’acqua tanto in alto, come se tutto fosse accaduto improvvisamente, come se avessero incontrato in casa un estraneo, di notte.
Poi, inaspettatamente, un uomo, dopo aver percorso mille volte tutto il margine aggredito dal fiume, si tuffò nell’acqua torbida della piena. Come ferito, il fiume gli ruggì contro, e l’uomo si tuffò in quel ruggito marrone, e andò giù, lasciando le altre persone a chiamarlo per nome e ad alta voce e mille volte, mentre la differenza tra il corso d’acqua e la strada diveniva sempre più incerta. Poi,
quando tutto fu stranamente silenzioso (o forse è il mio ricordo a tacere le voci e le bestemmie), l’uomo riemerse da quella specie di malinteso scuro che era divenuto il Montone, tenendo due conigli per le orecchie, morti affogati. Urlava, quell’uomo, urlava in dialetto guardando gli animali e mostrandoli a tutti, allungando le braccia, con gli occhi che bruciavano di rosso e gli abiti impregnati di acqua fangosa, mentre i corpi degli animali, come slogati, gli oscillavano dalle mani, le piccole bocche aperte.

– Mi sono morti tutti… – disse allora una voce sopra la mia spalla.

Ricordo che mi girai, vincendo lo stupore di quella morte così corta, e trovai mia madre che mi guardava, da sotto l’ombrello, cercando da qualche parte il più rassicurante dei suoi sorrisi.

– Sta dicendo che gli sono morti tutti… i conigli… – aggiunse poi, dopo qualche secondo, guardandomi negli occhi mentre piegava un po’ la testa verso il basso, e indicando alle mie spalle, con la mano libera, l’uomo dei conigli. Poi, facendo un breve passo in avanti, spostò lentamente la mano sulla mia schiena e mi spinse verso il portone a vetri del condominio, restandomi dietro.
– Moriremo anche noi? – le chiesi allora, fermandomi in mezzo al nulla a gocciolare pioggia dal kway giallo, cercando il suo volto sopra la mia spalla.
– Tu sai nuotare? – disse lei, portandosi davanti a me e chinandosi alla mia altezza, soddisfatta del sorriso che aveva finalmente trovato.

– Certo, me lo ha insegnato il babbo quand’ero piccolo.

– Allora non morirai, – disse lei ancora, scuotendo il capo – perché, vedi Marco, i conigli non sanno nuotare…

Quindi entrammo nel palazzo, mentre alle nostre spalle il fiume ribolliva di pioggia e urla. Ricordo che più tardi, quella notte, sognai di nuotare sott’acqua, in mezzo a decine di conigli che annaspavano intorno a me, le piccole bocche aperte, i corpi che scendevano verso il fondo, mentre io cercavo di afferrarli e non ci riuscivo.

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