Il Pappagallo di Flaubert

pappagalloFlaubert Il Pappagallo di Flaubert è un divertente libro di Julian Barnes. Non è propriamente un romanzo e nemmeno un saggio. Forse è un pamphlet contro la critica letteraria. La trama è pressoché inesistente. Barnes ripercorre la vita di Gustave Flaubert e la sua opera avvalendosi di cenni biografici dell’autore e i suoi scritti pubblici e privati. Un sostanziale attacco frontale a Todorov e allo strutturalismo costruito con intelligenza e tanto umorismo e sarcasmo. In sostanza, nella tesi di Barnes, non è possibile scindere l’uomo dalla sua opera; lo scorbutico, solitario, tagliente e geniale scrittore normanno non può essere ignorato se vogliamo veramente capire Madame Bovary, Bouvard e Pecouchet e tutto la sua opera non si può prescindere dalle debolezze, gli amori, le malattie e le idiosincrasie dell’uomo reale. Il romanzo come specchio della vita sotto forma di metafora, una grande menzogna che nasconde la verità dello scrittore e del lettore. Il romanzo, per essere degno di interesse deve essere una grande balla che parla della vita.

Il Pappagallo di Flaubert riprende anche certe strutture flaubertiane a partire dal Dizionario dei Luoghi Comuni e lo Sciocchezzaio. Per parlare del grande scrittore, forse il più grande di tutti, bisogna utilizzare il suo stesso linguaggio e stile, perché il suo talento è tutto nella forma, dalla quale lo scrittore stesso era ossessionato, era quello che non dormiva la notte se non trovava l’aggettivo giusto.

Tanto che non ha nessuna importanza quale fosse il vero pappagallo impagliato Gustave abbia tenuto sulla sua scrivania mentre scriveva un Cuore Semplice. Di pappagalli impagliati ce ne sono tanti, quello descritto da Flaubert è realmente esistito ma non è possibile sapere quale tra i tanti fosse quello vero. Non ha importanza, ciò che conta è che la descrizione del pappagallo fosse stilisticamente eifficace nel racconto.

Per concludere un passaggio del testo che, tra gli altri, non so perché, ho trovato particolarmente divertente:

A Flaubert piacevano le fiere, con il loro accompagnamento di saltimbanchi, donne-cannone, orsi ballerini e scherzi di natura. Una volta, a Marsiglia, entrò in un baraccone in riva al mare che reclamizzava delle “donne pecore”. Queste strane creature si aggiravano qua e la, mentre i marinai le afferravano e le tiravano il vello per accertarsi che non si trattasse di una simulazione. Non era certo uno spettacolo di tenore elevato: “impossibile immaginare qualcosa di più imbecille e ripugnante” avrebbe raccontato lo scrittore.”

Il Pappagallo di Flaubert di Julian Barnes, Einaudi, 225 pp.

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