Il Parcheggio

Racconto di Luca Rachetta

C’era una volta un tale che, affacciato al balcone di un palazzo antico prospiciente verso un’ampia piazza, chiedeva al popolo radunatosi sotto di lui se amasse la vita comoda. La gente ivi convenuta, un po’ perché abbacinata dal carisma di quel tipo autoritario e nel contempo autorevole, un po’ perché pungolata dalla paura di avere una spia del capo alle spalle, finiva puntualmente col dire che della vita comoda non sapeva che farsene. E tutti vissero felici e contenti… almeno per qualche anno, come recitano i libri di storia.
Ebbene, se io fossi stato in mezzo a quella folla non so se avrei fornito la medesima risposta. È assai probabile, pertanto, che sarei stato, se non messo in gattabuia, quanto meno colpito da qualche accidente o scherzo del destino, di quelli che le dittature sono così brave ad ammannire con discrezione a renitenti e disfattisti vari.
Non pensiate però che vi abbia detto questo per farvi credere che sono un idealista o un profeta della libertà. La verità, infatti, è che non sono migliore della maggior parte delle persone, con le quali condivido un grande progetto di vita: quello della vita comoda, appunto. Nel mio caso tale aspirazione aderisce così perfettamente alla mia predisposizione naturale che davvero, nella suddetta piazza e alla suddetta domanda retorica, avrei corso il rischio di lasciarmi sfuggire un diniego, magari appena sussurrato, ma di certo assai inopportuno.
È pur vero che la vita moderna ha una grossa fetta di responsabilità nell’aver determinato questa mia indole, e con essa quella dei miei contemporanei, soprattutto in conseguenza di quella malnata invenzione che delizia e funesta allo stesso tempo l’esistenza di noi tutti: l’automobile.
No, non vi preoccupate, non ho alcuna intenzione di sparare a zero sugli agi e sugli eccessi di comodità che la società consumistica mette a disposizione dell’uomo contemporaneo, sempre più flaccido, viziato e privo di spina dorsale. No, no, non mi pare proprio il caso di sputare nel piatto dove si mangia ai quattro palmenti con tanto gusto! Non vi nascondo, comunque, che l’automobile la bandirei davvero dalla mia vita… se ne avessi la forza!
In passato mi ero pure ripromesso di accantonare questo scatolone di latta, per evitare lo stress delle code, la male parole che ci si scambia tra automobilisti, il rischio che, all’improvviso, un ciclista dall’andatura zigzagante ti finisca sdraiato sul cofano e ti chieda anche i danni. Ma il motivo che ancor oggi, pur essendomi ormai rassegnato alla sconfitta inflittami dalla mia pigrizia, mi porta a riconsiderare, ogni tanto, la possibilità di liberarmi del dittatore a quattro ruote, consiste nella difficoltà di trovare uno straccio di parcheggio!
Ricordo tuttora la giornata di un paio d’anni fa, che da questo punto di vista è stata la più balorda in assoluto tra le tante da me vissute.
Dovendo quel giorno rientrare in ufficio in orario pomeridiano, pranzai in fretta e furia e scesi a prendere l’auto. Mentre stavo uscendo dallo spiazzo su cui si affaccia lo stabile, scorsi con la coda dell’occhio il mio condomino Perfetti che, al solito, manco si trovasse in una risaia, se ne stava piantato con i suoi stivaloni di gomma nella sua fetta di orto condominiale, posto alla destra dello spiazzo medesimo. Mi accorsi, però, che stavolta non era prono sui suoi pomodori, intento a ricoprirli con un generoso e salutare strato di verderame, ma che si stava invece sbracciando come per comunicarmi qualcosa. Comprendendo che l’agitazione del Perfetti non fosse riconducibile alla voglia di salutarmi calorosamente, dovetti fermarmi mio malgrado, subodorando l’arrivo di una scocciatura. Una volta fuori dall’abitacolo, mi accorsi difatti che il suo gattaccio era appollaiato sul tetto della mia macchina. Il povero felino doveva essere stato sorpreso nel sonno dalla mia partenza inaspettata e, una volta resosi conto che l’auto era in movimento, non aveva avuto il coraggio di scendere. Tragedia! Il Perfetti sortì allora dal pantano in cui era sprofondato come Cincinnato che va alla guerra, ma a dire il vero con un’andatura resa ben poco marziale dagli stivaloni di gomma, che ne impacciavano l’incedere esponendolo pure al rischio di incespicare. A seguire una serie di predicozzi atti a censurare la mia disattenzione e, soprattutto, la mia ormai risaputa ostilità per il suo gatto, con un monito finale pronunciato a dito alzato il quale recitava che, se un giorno fosse accaduto qualcosa di spiacevole al povero Pallino, avrebbe saputo lui a chi chiederne conto…

Sfogatasi la tempesta, mi ritrovai, oltre che con un diavolo per capello, anche con poco tempo a disposizione per arrivare in orario in ufficio.
Irruppi nel parcheggio dove, per miracolo, mi si presentò davanti un posto libero. Mi ci diressi con decisione e cominciai la manovra di inserimento, non rendendomi però conto che quella bella dama aveva un altro spasimante, il quale, peraltro, aveva cominciato a corteggiarla un po’ prima del mio arrivo. Frenammo entrambi appena in tempo per evitare la collisione, rimanendo in uno stato di esitazione per un paio di secondi. O meglio, a voler essere precisi, solo la sua esitazione durò due secondi, mentre la mia si protrasse un po’ di più, visto che il mio rivale ebbe il tempo e la prontezza di rompere gli indugi e di incunearsi nell’agognato porto.
Coi nervi a fior di pelle accolsi l’uscita dalla vettura del furbastro con una serie di pesanti apprezzamenti sulla sua scaltrezza da filibustiere, cui egli peraltro, evidentemente soddisfatto per la conquista del parcheggio, rispose appena con un cenno della mano, come a dire: “Ma levati…!” La mia sfuriata fu in effetti stigmatizzata con maggior decisione da una bambina di sei o sette anni che si trovò a passare con la madre accanto al finestrino del posto di guida da cui ero ancora proteso. “Non si dice!” profferì decisa la pargoletta, con quel moralismo tipicamente infantile fatto di tanta teoria del galateo, ma di poca esperienza della vita.
All’improvviso, mentre rimuginavo ancora sul secondo rimprovero ricevuto nell’arco degli ultimi venti minuti, venni folgorato da un pensiero terribile: “E la cartella? Non sarà mica rimasta a casa?”
Mi ci volle poco per realizzare che era questa l’amara verità, e che quindi dovevo tornare subito indietro, non prima di aver chiamato in ufficio per avvertire del ritardo che, a quel punto, era inevitabile.
“Sta a vedere che mi tocca un altro bel cazziatone!” pensai dopo aver parlato col collega Pilati, che si trovava già in ufficio.
Recuperata la cartella con le pratiche, mi recai di nuovo al medesimo parcheggio. Stessa spiaggia, stesso mare: come prima, nemmeno l’ombra di un posto. In compenso tutti i sacrosanti presupposti per un’altra arrabbiatura… quelli sì che c’erano! Perché se mancavano i posti liberi la colpa era di quegli scriteriati che, nei parcheggi a spina di pesce, lasciano la loro fuoriserie o il loro trabiccolo (la scorrettezza abbatte le barriere sociali più della rivoluzione proletaria) a cavallo di due spazi auto, sottraendone uno a qualcun altro. Ah, che pomeriggio da cani! Mosso da non so quale demone mi ritrovai fuori dall’auto a sbraitare contro la mancanza di senso civico e il governo ladro, fino a quando, per aumentare la soddisfazione dello sfogo, non cominciai a inanellare parolacce e improperi rivolti ai soliti ignoti. Come se non bastasse, ecco che la mamma e la bambina di prima tornavano alla loro auto e mi passavano di nuovo accanto. “Ma insomma… non si dice!” urlò la mocciosa, ancora una volta impegnata nel condensare in quelle parole il disappunto della genitrice, che non si degnava nemmeno di guardarmi, e di tutta la buona società, delle quali si ergeva a rappresentante e giustiziere.
Dopo quel pomeriggio eroico, che si concluse più prosaicamente con una riunione fiume egemonizzata dalle fregnacce del capufficio Campieri, compresi che era giunto il momento di passare ai parcheggi a pagamento.
Sebbene essi siano una forma di tassa sulla professione, in particolare per coloro che, come me, hanno la necessità di servirsi dell’auto per andare a lavorare in centro, quanto meno ti consentono di ridurre di molto l’angoscia e lo stress da parcheggio, dato che un posto, in genere, lo trovi senza troppe difficoltà. A meno che, in un determinato giorno, tutti abbiano dovuto ricorrere a questa soluzione per l’inagibilità di qualche parcheggio gratuito, oppure per la sua chiusura definitiva.
Un anno fa, ad esempio, alcuni automobilisti, svegliatisi la mattina a orari indecenti per occupare uno dei pochi posti dell’unico parcheggio libero rimasto nei pressi del centro storico, dovettero constatare che nottetempo l’area era stata recintata per consentire l’inizio di alcuni lavori di manutenzione. Fu così che quegli automobilisti distratti, poco propensi a leggere manifesti e avvisi affissi dal comune, si unirono a quelli meglio informati, confluendo con essi nei parcheggi a pagamento.
Io, per iterata abitudine, mi recai anche quella mattina al grande parcheggio nuovo e ipertecnologico detto “Il Formicaio”. In realtà questo è il soprannome leggermente spregiativo che gli abbiamo affibbiato noi cittadini, a significare, oltre alla sua vastità, la nostra antipatia per questo esattore delle tasse in cemento. Mi indirizzai come al solito verso il piano al coperto, vale a dire sotterraneo. La luce verde all’ingresso segnalava la presenza di posti liberi, perciò premetti il pulsante rosso, ritirai il biglietto e mi addentrai nel corpo della balena. Ma gira a destra, svolta a sinistra, sgrana gli occhi di qua, aguzza la vista di là… niente da fare! Incredibile ma vero, non c’era un solo posto libero! E la luce verde? Nella mia stessa situazione si trovavano altre persone, e in numero sempre crescente, dato che il verde all’ingresso non accennava a diventare rosso. E poiché tutti entravano e nessuno usciva, quel parcheggio assunse ben presto i connotati di una pentola a pressione pronta ad esplodere. Cosa che si verificò puntualmente.
Abbandonata la macchina nel punto in cui ero rimasto imbottigliato, con le maniche della camicia rialzate mi diressi verso la biglietteria, posizionata nel cuore del sotterraneo, con l’intenzione di far valere i miei diritti e di trovare uno sfogo all’esasperazione accumulata a causa del lungo e infruttuoso girovagare per le stradine di quel labirinto. Altri automobilisti avevano optato per la stessa iniziativa, al punto che l’impiegato della biglietteria, separato da quell’orda tumultuante e inferocita che reclamava pane e giustizia da un semplice vetro, si vide perso e chiamò lesto la polizia.
Non credo, a giudicare col senno di poi, che in quell’ambiente ristretto si stesse protestando soltanto contro un disservizio; penso che in quei pochi metri quadrati qualcuno stesse protestando piuttosto contro la moglie tiranna o le trattenute in busta paga, qualcun altro contro il fallimento delle proprie giovanili aspirazioni e il fato avverso. Noi uomini siamo fatti così, d’altronde, tali e quali a candelotti di dinamite che aspettano solo che si dia fuoco alla miccia per far esplodere contro il mondo tutto il carico di delusioni e sofferenze di cui sono gravati.
Ricordo comunque che quell’episodio finì su tutti i quotidiani regionali, che ci intinsero il pane per un bel pezzo. E ci credo! In un colpo solo, infatti, si trovarono la notizia di cronaca nera, vale a dire la zuffa con feriti che scoppiò in quella bolgia dantesca, con tanto di intervento delle forze dell’ordine; quella di cronaca rosa, dal momento che una donna, rimasta bloccata nel sotterraneo, partorì in auto due gemelli, assistita dal marito, promosso ostetrico sul campo, e da un paio di suore in libera uscita, che s’improvvisarono a loro volta infermiere; la polemica accesa di matrice politica e sociale, che alimentò infuocati editoriali e articoli di commento.
In definitiva, sono anni che cerco parcheggi, al punto che in certi momenti ho l’impressione di non aver fatto altro, e che studi, lavoro, svaghi e cose della vita siano stati solo delle parentesi, brevi e tutto sommato felici, collocate all’interno di questa diuturna situazione di provvisorietà.
Quanto mi piacerebbe trovare un parcheggio stabile, duraturo, non viziato dalla precarietà. In genere ho invece rimediato soltanto una o due ore di respiro o, nei casi più favorevoli, non più di una giornata di stabilità. Magari esistessero degli abbonamenti vitalizi! Che tranquillità ci sarebbe!
A pensarci bene, però, tali forme di assicurazione sulla serenità non esistono in nessun ambito dell’umana esistenza.
Mi ripropongo pertanto di accantonare la chimera della vita comoda, che è in fin dei conti l’origine della mia insoddisfazione quotidiana.
D’ora in poi, ve lo prometto, mi accontenterò dell’abbonamento mensile.

tratto da La Teoria dell’Elastico, Maremmi Editori Firenze, 2008.

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