La Fretta

Racconto di Maria Cristina Solza.

E’ cosa risaputa, il milanese ha sempre fretta. Mai come un pensionato in coda, o la vecchietta con un pacchettino in mano che alla cassa del supermercato vuol passare avanti, ma queste sono altre storie. Tuttavia a Milano esiste una forza inesorabile, in grado di bloccare la corsa del cittadino, lasciandolo indifeso alla mercè dei suoi stessi pensieri: l’ATM. Ma da qualche tempo a questa parte, in grado di contrapporsi, un’altra potenza è dilagata ed accorre in difesa del milanese affinchè possa ancora una volta evitare di trovarsi troppo solo con se stesso: il telefono cellulare. Non devo lasciarmi sopraffare da sentimenti di inutilità, di solitudine, rendendomi conto che io, solo io, alla fermata dell’autobus che sta tardando ad arrivare, non ho nessuno da avvisare freneticamente dei miei cinque minuti di ritardo, neanche l’ufficio, lo so che va avanti lo stesso.
Il Garante della Privacy su un mezzo pubblico non può che prendere coscienza della relatività del proprio incarico e strapparsi i capelli. Mai come su un autobus si viene a conoscenza dell’orario in cui i viaggiatori amano lavarsi sotto la doccia,
delle loro amicizie, inimicizie, suocere cognate e scappatelle. Sono rimasti in pochi, di solito gli anziani, a guardare ancora ancora fuori dal finestrino, chi sale, chi scende, e commentare i lavori stradali in corso col vicino sconosciuto, tanto un discorso generico di lamentela attecchisce sempre. Tutto, pur di non rimanere soli con se stessi,e pensare. Esiste ancora un luogo dove il telefono cellulare fatica
ad esercitare il suo prepotere sulla mente umana, ma ancora per poco: il tunnel della metropolitana. Chi non ha da leggere, o conoscenti con cui parlare, guarda avanti a sé con sguardo vitreo ed indifferente. Non si può osservare qualcuno con attenzione, ci si farebbe subito accorgere, l’ambiente è ristretto, mette a disagio. Sguardi attentissimi fissano il palo al quale si tengono con la mano: quelli con la vista migliore vi riescono a leggere qualcosa scritto in verticale… W… W la… Lo sguardo imbarazzato si sposta:forse sono più sicuri i graffiti sulle porte, almeno , sono indecifrabili, uno pensa quello che vuole, magari c’è scritto qualcosa di intelligente.
Non è più l’ora di punta, il vagone della linea gialla è semivuoto. Il rumore di fondo del treno è sempre consistente, due persone vicino alla porta si parlano urlando,
tutti li ascoltano ma fanno finta di niente.Scendono. Entra un suonatore di fisarmonica con il suo accento balcanico e allegro annuncia musica italiana piace a tutti, grande maestro, picola offerta. Attacca con brevi pezzi di vecchie canzoni italiane che scorrono via l’uno dentro l’altro, tutti i viaggiatori sono seduti, che guardano fissi davanti a sè. E se tutti si alzassero e si mettessero a ballare, e le loro figure nere intrecciandosi e ondeggiando a tempo diventassero sempre più luminose…. Nessuno si è mosso, nessuno ha danzato, eppure per un attimo… Il suonatore insiste faccio anche bella musica russa. Il vagone è popolato da statue di gesso, deluso prende la mia moneta profondendosi in auguri di tanta fortuna.

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