La Teoria dell’Elastico

Racconto di Luca Rachetta

L’ispettore Rosario Lo Ciuffo non aveva mai sopportato l’impermeabile grigio lungo fino alle ginocchia, e con esso lo stereotipo che lo associava alla categoria dei detective. Non accettava difatti che gli altri gli cucissero addosso lo stesso abito che, nei miti urbani, copre le pudenda del maniaco sessuale da parco cittadino… E soprattutto quel capo gli pareva così inelegante, dozzinale, mal tagliato, facile a sgualcirsi… Gli dava come una sensazione di nebbia, di scolorita quotidianità, di levatacce, di monotonia e accidia…
Non che il suo lavoro richiedesse una qualsiasi forma d’eleganza. Anche un dignitoso spezzato sarebbe stato troppo per le incombenze che lo attendevano e per gli ambienti che avrebbe dovuto frequentare. Per questo, anche quel giorno, si presentò sul luogo del delitto con il consueto maglione nero col collo alto abbinato a una giacca marrone, unico elemento di colore in una tenuta che era completata dai pantaloni, anch’essi neri, e da un paio di scarpe ben lucidate della stessa tinta, tanto scintillanti da sembrare nuove. Quella sorta di borghese divisa, che lo mostrava più magro e forse persino leggermente più alto di quanto non fosse, era stata accostata dal commissario Geronzi allo stile di certi intellettuali impegnati, dei quali, al nostro ispettore, mancava soltanto, sempre a detta del faceto superiore, la folta barba, che peraltro avrebbe contribuito ad assottigliare quella faccetta un po’ da caciotta e a compensare con la peluria del viso la calvizie ormai estesa su tutta la parte superiore della testa. Parole, quelle del commissario, che venivano accolte dal loro destinatario con malcelato dispetto, il quale sempre si dichiarava a chiare lettere negli occhietti neri di Lo Ciuffo, prima vivaci e mobili, poi, dopo la stoccata verbale maldestramente spiritosa, simili a due puntini neri e fissi, dispersi nel pallore di un volto inespressivo da ebete.
Ritornando a noi, nella mattina del 21 novembre 2006, alle ore 8 e 47, l’ispettore Rosario Lo Ciuffo fece la sua comparsa sul luogo del delitto. Vale a dire lo studio del noto psicologo Guido Allunati, che la donna delle pulizie aveva trovato morto alla sua scrivania. Il cadavere si presentava seduto e con il busto riverso sul piano dello scrittoio, la testa adagiata sulla guancia sinistra, gli occhi spalancati. Il braccio sinistro penzolava, mentre il destro era disteso sullo scrittoio. Colpiva immediatamente il particolare del dito indice della suddetta mano, vicino al quale stava, spezzato, un piccolo elastico giallo, di quelli che si usano per legare fasci di fogli o mazzette di banconote.
“Un caso lampante di omicidio” aveva sentenziato il vice ispettore Ignazio Gallinari mentre Lo Ciuffo si trovava ancora poco più avanti della porta d’ingresso, con la suola destra che toccava appena il margine di un ampio tappeto persiano.
L’ispettore non aveva mai digerito del tutto il suo vice, sotto il cui zelo si nascondevano la faciloneria di chi vuol fare troppe cose in contemporanea e la superficialità di chi si sente troppo bravo. E giacché era sempre uno dei primi a trovarsi sul luogo del delitto, il Gallinari era solito sbattere in faccia a chiunque, collega o superiore che fosse, la soluzione da lui elaborata a proposito di casi su cui gli altri non avevano avuto il tempo di riflettere a dovere. Lo Ciuffo, solo per questa brutta abitudine, lo avrebbe pestato sotto i piedi come uno zerbino. Se lo immaginava proprio, quel polentone, partire a razzo dal garage di casa in groppa al motorino da adolescente e sfrecciare per le vie cittadine incuneandosi tra un’auto e l’altra, non disdegnando talora di invadere la pista ciclabile o, addirittura, il marciapiede. E tutto per essere il primo… a dire fregnacce! Che sfacciataggine! Che arroganza! Ma quel moccioso credeva davvero che far carriera fosse così facile? Ne sapeva qualcosa, lui, in proposito… Soprattutto di come fosse difficile conquistarsi la fiducia e il rispetto di chi ti sta intorno.
Cominciamo innanzitutto da quel cognome che, da quando era quasi calvo, vale a dire già da parecchi anni, aveva assunto i connotati di una presa in giro scolpita a caratteri cubitali sulla carta d’identità, e pronunciata dai colleghi in quelle battutine a bassa voce che devi far finta di non sentire, perché altrimenti, se ne chiedessi conto, verrebbero negate con un sorrisetto da fondoschiena e finiresti con l’essere bollato da tutti come il solito permaloso d’un meridionale. Già… Perché questa provenienza geografica gli aveva procurato non solo l’ilarità, che sarebbe tutto sommato poca cosa, ma anche la diffidenza dei colleghi nordici. E passi se le battutine cui accennavamo sopra, sul tipo di “ecco che arriva Lo…Riporto”, venivano pronunciate con sforzato accento del Sud… Che però taluni lo avessero bollato, nei primi tempi, come pressappochista e scansafatiche per un puro e semplice pregiudizio che si respirava a pieni polmoni, disciolto nell’aria e amalgamato alla nebbia della pianura padana, ciò lo aveva fatto penare… e non poco. Adesso, comunque, certe cose se le sentiva alle spalle. Aveva dimostrato di che pasta era fatto, e sentiva quindi di essere guardato con stima e considerazione. Si poteva dire, anzi, che ormai fosse un settentrionale d’adozione. Pensate che mangiava pure la polenta!
Era pertanto giusto che anche Gallinari, persona nel complesso non stupida e priva di risorse, facesse la sua gavetta, affidandosi con umiltà a chi aveva più esperienza di lui. Ma, come avrete capito, non era quella la mattina in cui il vice ispettore avrebbe invertito la rotta…
“Omicidio!” tuonò con sicumera l’apprendista stregone, cercando nei volti degli uomini della scientifica, che stavano facendo gli ultimi rilievi del caso, un sostegno alla propria sortita.
Lo Ciuffo si sentì salire il sangue alla testa, al punto che, se non ci fossero stati tutti quei testimoni, avrebbe volentieri infilato, tra una palpebra e l’altra del suo vice rampante, il più corrosivo e sentito dei suoi sputi. Tacque, tuttavia, rassegnandosi ad ascoltare il resto delle elucubrazioni del Gallinari, cui doveva aver dato un robusto contributo il cervelletto malato di qualche bel tomo della scientifica.
“Credo che sia andata proprio così…!” disse il vice ispettore che, non avendo trovato in nessuno dei presenti il conforto sperato, corresse leggermente il tiro, concedendo una percentuale, seppur minima, di dubbio. ” È stato il trauma infertogli dall’elastico a dare la morte all’Allunati. L’escoriazione al dito indice della mano destra ne è la prova. Come sostiene il dottor Pegoli, il medico legale, il piccolo trauma deve aver originato una serie di eventi a catena che, dal sistema nervoso, sono giunti a interessare l’apparato cardiocircolatorio e, da ultimo, il cuore medesimo.”
“E l’omicidio… cosa c’entra?” sussurrò con un filo di voce Lo Ciuffo, che di fronte a quella congerie di cretinate aveva preso la risoluzione, a questo punto irrevocabile, di dedicare quanto restava della sua vita al conseguimento di un unico scopo, quello di stroncare la carriera del Gallinari e dei suoi degni compari della scientifica. “Pur dando per buone le congetture finora formulate,” continuò l’ispettore sforzandosi di mantenere il controllo di sé “non capisco perché si debba pensare all’omicidio e non a un semplice incidente.”
” È molto semplice, ispettore!” rispose prontamente il vice, che evidentemente aveva imparato la parte a memoria per consegnare alla storia il suo quarto d’ora di celebrità. “Perché a pochi centimetri dalla mano destra è stata rinvenuta una mazzetta di banconote. Lo psicologo aveva molti nemici: quale migliore espediente che consegnargli una mazzetta cinta da un elastico stretto e magari manomesso, in modo che, una volta tirato per liberare le banconote, si rompesse e andasse a impattare contro il dito della vittima? Così sarebbe parso un incidente… pur essendo omicidio!”
“E la mazzetta dov’è? Non la vedo.” disse Lo Ciuffo con la fronte imperlata di sudore, ormai sul punto di tramutarsi in un vulcano in eruzione.
“L’ha presa il dottor Pegoli, che è già tornato nel suo studio col reperto per rilevare le eventuali impronte digitali presenti su di esso.”
Quello che successe mezzo secondo dopo non è cosa molto edificante, né commendevole, in particolare perché ebbe dei tutori dell’ordine come protagonisti. Si riferirà soltanto che Lo Ciuffo cominciò a inveire contro gli astanti, tutti indistintamente, rei di aver alterato la scena del delitto prima del suo arrivo e di aver partorito una serie di castronerie da guinness dei primati. Purtroppo per lui, da un qualche angolo della stanza che doveva essere sfuggito alla sua attenzione, si materializzò il commissario Geronzi, che aveva autorizzato tutte le manovre effettuate attorno al cadavere, compresa la rimozione del reperto monetario, nonché avallato la tesi del solerte vice ispettore Gallinari e di quel luminare del dottor Pegoli.
Ecco quindi l’ennesima riedizione della storia di chi andò per suonare…e ritornò suonato! Questa volta rappresentata dallo scorno del nostro ispettore.
I canali attraverso i quali si sarebbero dipanati i fili dell’indagine erano dunque già delineati, anzi, addirittura consacrati dalla benedizione del commissario.
A pranzo l’ispettore Lo Ciuffo non ebbe molto appetito. No, non era l’inappetenza di vent’anni prima. Ora non si sentiva più l’animale raro dello zoo, dal momento che, come abbiamo riportato in precedenza, la sua diversità geografica non rappresentava più un problema. Talvolta sospettava però che il problema derivasse da un’altra diversità, che non si poteva superare, e nemmeno mimetizzare, con qualche lustro d’ambientamento. Quella diversità potevi solo nasconderla… Potevi fingerti cioè un Gallinari, un Geronzi, un Pegoli, e riconciliarti coi tempi attuali. Ma sì, perché continuare ad angustiarsi! Il secolo vuole l’insipienza e il dilettantismo? Vuole l’aggressiva baldanza dell’arrampicatore alla Gallinari? Vuole la forma di un titolo professionale priva della sostanza del merito? Vuole i Geronzi e i Pegoli? Già il giorno dopo avrebbe avuto l’occasione per dimostrare di aver capito la lezione. Volevano una morte per elastico? Volevano l’omicidio? Si sarebbe allora sforzato di fargli avere tutto questo… E contenti loro, contenti tutti!
Nei giorni seguenti cominciò il valzer degli interrogatori. Utile, come aveva recitato il commissario con solennità da manuale, a ricostruire la personalità della vittima e a individuare, nei suoi costumi e nelle abituali frequentazioni che fossero emerse dall’indagine, i moventi dell’assassino e il relativo identikit.
Si cominciò dallo psicologo Celestini, collega d’università dell’Allunati e, a quanto pare, suo buon amico.
Lo Ciuffo si accomodò sulla sedia posta dall’altro lato della scrivania del Celestini. Alla sua destra quella zavorra del Gallinari, accomodato su una poltroncina aggiunta appositamente dalla segretaria, dato che lo psicologo era abituato a colloquiare con una sola persona alla volta.
” È stata una vera disgrazia!” disse con un filo di voce il medico dopo aver emesso un profondo e sentito sospiro, abbassando gli occhi sulle carte che stava leggendo prima dell’arrivo degli inquirenti come a cercarvi un conforto o un’ispirazione per quanto avrebbe dichiarato di lì a poco “La perdita di Guido mi avvilisce. E non solo per l’amicizia che mi legava a lui, ma anche per il danno che la sua scomparsa reca alla nostra professione. Guido sì che sapeva entrare nella testa dei pazienti. Mai altezzoso, mai scostante. Si adeguava a chi gli stava di fronte. Sapeva mettere chiunque a proprio agio. Non riesco a capacitarmi di ciò che è successo… Ma davvero, come si dice nel quotidiano di oggi, si pensa all’omicidio? Mi sembra così assurdo…”
” È solo un’ipotesi…” si affrettò ad aggiungere l’ispettore, vincendo la tentazione di comunicare al suo interlocutore cosa pensasse realmente di quell’ipotesi e, tentazione ancor più forte, delle lingue lunghe della polizia che amavano sbottonarsi coi giornalisti “Scusi la schiettezza della domanda che sto per farle, ma… Lei è per caso a conoscenza di eventuali inimicizie che l’Allunati avrebbe potuto procurarsi per un motivo o per un altro? Invidie professionali… pazienti fuori di senno… ”
“A dire il vero, ispettore, Guido aveva due debolezze: il gioco e la femmina. Ma il tutto, per amor di Dio, nei limiti della legalità! Ad esempio scommetteva, e pure tanto, sui cavalli… Credo che abbia scialacquato una bella fetta di quanto guadagnato in vita sua e di quanto gli era stato lasciato dai genitori. Mi sembrerebbe tuttavia strano pensare a dei debiti di gioco. Guido sapeva sempre smettere prima della rovina… Come peraltro amava dire a proposito della sua vita sentimentale. Un paio di volte, difatti, si era salvato in extremis dal matrimonio, che per lui, spirito libero, sarebbe stato peggio che finire in miseria o perseguitato dagli usurai! Di belle figliole ne ha collezionate tante, ma, a dire il vero, facendo attenzione a non cacciarsi nei guai: niente donne sposate, niente pazienti o familiari di pazienti… Insomma, Guido non era uno stinco di santo, ma nemmeno uno sciocco. Per questo non riesco ad immaginarmi dei nemici che possano avergli nuociuto in qualche modo.”
Dopo che il Gallinari ebbe annotato sul suo taccuino la sintesi delle ultime parole pronunciate dal dottor Celestini, i due poliziotti si congedarono da lui. Usciti però dallo studio e chiusa la porta alle loro spalle, l’ispettore si sentì tirare in disparte da qualcuno che gli aveva afferrato con entrambe le mani il braccio destro. Era l’anziana segretaria, che aveva attirato Lo Ciuffo in un angolo della sala d’aspetto, in quel momento deserta.
Con la voce bassa e con l’aria di chi sta per fare una grande e clamorosa confessione, tipica delle vecchie pettegole, la donna, dopo aver atteso qualche secondo per ammantare la situazione di grave attesa liturgica, fece forza sulle rughe del viso e aprì bocca:
“Signor commissario,” disse consegnando all’ispettore, oltre all’avanzamento di grado, uno sguardo che cercava ora un filo diretto con le di lui pupille “non ascolti quello che dicono questi dottori! Sono tutta una combriccola! Una mafia! M’immagino cosa le avrà detto quello di là… Che il suo degno compare era un benemerito, magari un santo! Macchè! Glielo dico io chi era Guido Allunati: un donnaiolo e un poco di buono! Parliamoci chiaro, commissario, e mi perdoni la franchezza. La sua regola era una sola: se una bella donna viene in cura da me, gliela somministro io la medicina che ci vuole… Ahhh, maledetto, quante ne ha inguaiate! Quelle povere ragazze che si affidavano a lui… ingenue e fiduciose… Sì, proprio un bell’aiuto ricevevano! E tutte le sere in giro per locali di malaffare e col portafoglio sempre aperto… Tanto i soldi li spillava ai poveri malati! Perché, caro commissario, altrochè se si faceva pagare! Questi strizzacervelli…! E quello di là è della stessa risma!” parve concludere, tenendo l’indice accusatore puntato verso la porta dello studio per alcuni secondi “Qui ci vuole giustizia!” riprese “Qui, per sgualdrine e denaro, si fa di tutto! Qui per…”
Ma s’interruppe nel sentire che i passi del Celestini, dall’interno dello studio, si stavano dirigendo verso la sala d’aspetto. Allora, con uno scatto bruciante, piantò il povero commissario… pardon, ispettore, e si rimise al suo posto, seduta e con l’agenda degli appuntamenti sotto il naso. Né si degnò di considerare Lo Ciuffo e Gallinari, il quale, nel frattempo, pur con difficoltà, era riuscito a trascrivere qualcosa di quella singolare e inaspettata deposizione.
I due, a dire il vero abbastanza straniti, si ritrovarono in strada, con la testa al sipario della commedia in corso, che stava per aprirsi sul secondo atto.
Alla sezione locale del partito, quello, per intenderci meglio, che aveva la maggioranza relativa in sede di consiglio comunale, furono accolti dal segretario. Entrarono nell’aula deputata alle riunioni plenarie e presero posto in fondo al vano, all’estremo del lungo tavolo rettangolare, con il segretario a capotavola e i due investigatori alla sua sinistra, l’uno accanto all’altro, un po’ rannicchiati per la soggezione che incuteva loro quell’ambiente ampio, austero e così palesemente intriso d’ideale e passione politica. Contribuiva a tale effetto intimidatorio la parete che stava alle spalle dell’ospite, dominata dal simbolo del partito, sgargiante nel colore e incisivo nei tratti semplici e decisi che lo definivano. L’ispettore si fece alla fine coraggio e, schiaritasi la voce, cominciò:
“Ci risulta che il dottor Guido Allunati sia stato iscritto al partito per alcuni anni, ma che in seguito abbia deciso di non rinnovare la tessera. Ci potrebbe chiarire i termini del rapporto che l’Allunati aveva con la politica? Il suo grado d’impegno, intendo dire, la sua assiduità nel frequentare la sezione, i congressi… E infine anche le ragioni che lo hanno spinto ad allontanarsi da tutto ciò… senza, con questo, voler entrare nel merito delle questioni interne al vostro partito, ovviamente…”
Il segretario, che rispondeva al nome di Ernesto Rossi, presidente di una nota cooperativa agricola della zona, socchiuse gli occhi, come a voler meglio focalizzare il ricordo dello scomparso, spostò la traiettoria dello sguardo dall’ispettore al vuoto che si apriva davanti a sé fino alla porta, situata nel lato opposto della stanza, trasse un profondo respiro e disse:
“Guido era un uomo in possesso di una virtù rara: la coerenza. La sua attenzione è sempre stata rivolta a chi soffre, tanto nell’esercizio della sua professione quanto nel suo impegno politico, che ci ha visto combattere importanti battaglie dalla stessa parte della barricata. Sebbene l’attività del suo studio lo assorbisse quasi completamente, non ha mai fatto mancare il suo apporto alle lotte condotte dal partito; persino quando si è allontanato da noi” disse alzando gli occhi al cielo e allargando le braccia come un sacerdote officiante, con lo stemma del partito alle sue spalle che ne incastonava la figura ecumenica e il volto emaciato, da novello Cristo con la corona di spine e il cuore in mano “ci è rimasto in realtà vicino in spirito… Perché gli screzi del contingente non inficiano la sintonia nata da una comune sensibilità… dalla medesima scelta di vita!”
“Può essere secondo lei plausibile” azzardò l’ispettore “che la sua morte, sempre che sia confermata l’ipotesi dell’omicidio, possa avere una relazione col mondo della politica? Che so… Qualche movimento inopportuno… qualche piede pestato… una vendetta…”
“Mi sento di escluderlo,” rispose il segretario Rossi con tono decisamente meno ispirato, come se la bolla di sapone dell’enfasi retorica fosse scoppiata dopo aver raggiunto la massima dimensione sostenibile “visto che Guido non ha mai occupato cariche rilevanti a livello di pubblica amministrazione, essendosi sempre limitato a una adesione da intellettuale engagé. Graditissima e utilissima, ovviamente, ma non tale da esporlo a rischi di sorta o all’ostilità, men che meno pericolosa, da parte di chicchessia. Perché Guido…”
Lo Ciuffo, avvertendo che la sorgente della retorica stava per dispensare nuovo cristallino liquido, pose termine al colloquio e si congedò cortesemente. Lo seguì disciplinatamente il Gallinari, che l’ispettore aveva caldamente invitato a stare nei ranghi con un cazziatone preventivo, somministrato in forma di calda sfuriata prima dell’inizio delle indagini e riproposto a intervalli regolari, in forma di distaccato compendio, nel corso delle giornate successive.
Il filone, per così dire, “politico” delle indagini non si era però esaurito. Il giorno dopo, difatti, si presentò in Questura un certo Carlo Spaccaferri, il quale chiese di conferire con l’ispettore Lo Ciuffo.
“Egregio ispettore” attaccò deciso l’omone dalla folta barba nera e dal colorito rosso vinaccia “ieri l’ho vista uscire dalla sezione del partito mentre stavo seduto al tavolo del bar Emiliano. Ho saputo che ha parlato col segretario e, a dire il vero, non fatico a immaginare l’argomento della conversazione. Penso però che Ernesto Rossi non sia la persona più adatta per descrivere l’Allunati… Non mi giudichi male per quello che sto per dirle, ispettore: io, per natura, non sono né malizioso, né invidioso, e in particolare odio parlar male di chi non è presente o di chi non c’è più. Ma, e qui sono sicuro che mi capirà senz’altro, quando si vuol scoprire se una donna è di facili costumi, non è al marito che bisogna andarlo a chiedere… Perché, se anche fosse a conoscenza dei peccati della consorte, non avrebbe di certo interesse nel divulgarli… Se poi anche lui non è del tutto irreprensibile, allora ecco calare un bel velo d’indulgenza, che copra col suo candore lo sporco che c’è sotto. Per farla breve, ispettore, nel nostro partito esiste una frattura tra il vertice, che comprende i dirigenti e gli intellettuali, come il Rossi e l’Allunati, e la base, composta dalla gente che lavora, come me e come la maggior parte degli iscritti. Cosa ne sanno loro, gli alti papaveri intendo, dei nostri problemi, delle nostre esigenze? Niente, glielo dico io! Sono solo bravi a fare i buonisti, gli amici del popolo, senza rendersi mai davvero conto della realtà vissuta dalla gente! E perché stupirsene? In fin dei conti il loro mondo è tutt’altro rispetto al nostro: soldi, donne, vita mondana, conoscenze che contano, corsie preferenziali. Guido Allunati non era che un ipocrita, perché a lui, del sociale, poco gliene importava. L’interesse comune, espressione roboante che riempie la bocca, era soltanto il vestito buono, quello da esibire la domenica o nelle occasioni che contano, per dimostrare quanto era sensibile e altruista, e per nascondere dietro a una cortina di fumo il succulento arrosto che stava preparando… per sé medesimo! E non si preoccupi che anche il Rossi ha avuto la sua parte… e bella grassa! Per questo le consiglio di non tenere in gran conto le sue parole, di qualunque tenore siano state!”
Terminata quella singolare testimonianza spontanea e uscito lo Spaccaferri dalla Questura, l’ispettore Lo Ciuffo ebbe a chiedersi se quanto aveva appena ascoltato, inquinato da ragioni di classe (come si voleva far credere) o da rancori personali (com’era più probabile), potesse risultare almeno in parte attendibile e, pertanto, utile ai fini dell’indagine. A un certo punto, nel bel mezzo delle sue riflessioni, si ricordò dei farneticanti presupposti che avevano dato il via all’inchiesta e dei propositi di cambiamento che aveva fatto dopo aver constatato che non poteva continuare a combattere coi mulini a vento. Con una leggerezza inconsueta aggiunse quindi quei quattro appunti agli incartamenti redatti precedentemente dal Gallinari.
A casa dell’avvocato Guidobaldo Cerebelli, paziente storico dell’Allunati, si respirava un’aria apparentemente distesa. Lo Ciuffo e Gallinari furono fatti accomodare in salotto dalla padrona di casa, mentre il marito, che era stato avvertito con largo anticipo della visita degli inquirenti, li attendeva già seduto sulla poltrona in pelle marrone chiaro posta alla destra del divano, di foggia analoga. Indossava egli un’elegante vestaglia di seta ornata di fini arabeschi, sotto la quale si poteva intuire un completo di buon taglio, parzialmente visibile da quanto si scorgeva dei pantaloni, messi in maggiore evidenza dall’accavallo del Cerebelli; il largo nodo della cravatta faceva capolino dalla scollatura a “V” che la chiusura della vestaglia produceva sul petto, coperto a tratti dall’avambraccio sinistro quando la mano andava alle labbra per appoggiare o rimuovere da esse la pipa di ciliegio con bocchino nero. Con il volto rasato di fresco e irrorato di dopobarba, che emanava ondate di profumo percepibili all’olfatto ogni qual volta il fumo della pipa si alzava verso il soffitto e sgombrava il campo a quell’odore più delicato, il decano dei pazienti dell’Allunati, che per ben vent’anni, con una certa frequenza, aveva posato le stanche membra sul lettino dello psicologo, iniziò con tono rilassato:
“Il dottor Guido Allunati… Che uomo straordinario! Quando mi sono presentato alla sua porta, vent’anni or sono, ero una sorta di selvaggio coi nervi allo stato brado. Ne avevo combinate di cotte e di crude: baruffe coi colleghi, assistiti mandati a quel paese nel corso dei procedimenti a loro carico… Talvolta sono giunto persino alle mani! E, passata la sbornia dell’invasato, me ne vergognavo! Eccome se me ne vergognavo! Non riuscivo più a guardare in faccia quella santa di mia moglie! Anche lei, anzi, soprattutto lei ne ha dovute sopportare tante… Troppe! Il caro Guido mi ha preso per mano… mi ha rassicurato… In particolare mi ha dimostrato che non sempre gli uomini sono sprovvisti di quella virtù cardinale che è la sensibilità… la capacità di sentire davvero il prossimo, di entrare in lui senza invaderne il territorio, con quella discrezione senza la quale non può esistere vera osmosi tra le persone. Guido, che chiamo per nome perché lo ricorderò come un secondo padre, mi ha ridato la vita, mi ha riconsegnato alla luce… Sì, mi ha guarito…”
All’improvviso gli occhietti semichiusi del Cerebelli si sgranarono, continuando a fissare nella stessa direzione da cui era giunta alla loro attenzione un’immagine che li aveva palesemente turbati: il Gallinari, infatti, da una trentina di secondi, aveva preso a ticchettare con le dita sul tavolino in noce al centro del salotto, a portata di mano di chi, come i due ospiti, sedeva sul divano a tre piazze. O che l’atto avesse urtato la psiche dell’avvocato, ancora debole a dispetto del proclama di guarigione appena pronunciato, o che l’avesse in un certo senso ipnotizzata, catalizzandone l’attenzione, il risultato fu l’interruzione di quel monologo di celebrazione dell’Allunati così ben avviato.
Calò allora un profondo silenzio. Un silenzio di ghiaccio.
Poteva forse Lo Ciuffo porvi fine con una domanda? A chi l’avrebbe rivolta? Era evidente, difatti, che il suo interlocutore, praticamente imbalsamato, era presente solo fisicamente in quel salotto. Gallinari, dal canto suo, aveva desistito dal ticchettare ulteriormente sul tavolino, sebbene i bulbi oculari del Cerebelli lo puntassero tuttora, con pupilla, iride e bianco a riprodurre in miniatura, ma in duplice copia, la fissità tricolore di un bersaglio da tiro con l’arco. Fu con grande sollievo di tutti i presenti (quindi ad eccezione, come abbiamo detto, del suddetto folgorato in vestaglia) che prese la parola la signora Eulalia, non prima però di essersi seduta sul divano in mezzo al Gallinari, a sua volta reso rigido e immobile dall’atteggiamento imbarazzante dell’avvocato, e a Lo Ciuffo, che presagì subito l’arrivo di un’altra testimonianza, per così dire, a latere rispetto a quella ufficiale, che peraltro pareva essersi arenata in maniera definitiva.
“Ispettore, a questo punto le sarà chiaro che mio marito è tutt’altro che guarito. Nella sua debole mente si è costruito l’idea di un salvatore di nome Guido Allunati. Soprattutto dopo la dipartita del dottore, venuto a mancare il puntello della propria instabilità, Guidobaldo avverte l’inconscia necessità di sentirsi ormai al di fuori del cono d’ombra che l’ha risucchiato tanti anni fa e che ancora lo tiene. Per lui è una questione di vita o di morte. E magari ha pure ragione. Non creda però, ispettore, che il dottor Allunati fosse quello da lui descritto poc’anzi. Non solo non ho mai creduto che quello strizzacervelli potesse dare un concreto aiuto a mio marito (né lui, né altri, a dire il vero)… In verità quel tale non mi ha mai convinto nemmeno come persona. Guidobaldo talvolta mi ha riferito le domande che gli faceva… almeno fino a quando non gli ho manifestato le mie perplessità, relative alla natura delle stesse… oltre che alla loro effettiva utilità. Per farla breve e non abusare del suo tempo prezioso, ispettore, le voglio proprio dire, e mi scuserà lo sfogo, che quell’Allunati era proprio un gran sporcaccione! Sì, non mi prenda per matta… Non è mica automatico che chi va con lo zoppo impari a zoppicare! Per cui, mi creda, chi sta coi matti” disse voltando la testa verso il marito, sempre impegnato nel tenere il Gallinari inchiodato alla spalliera con il suo sguardo persistente e senza scopo “non è detto che diventi come loro! Ma lo sa cosa voleva sapere da Guidobaldo quel mediconzolo? A proposito della… ehm, nostra intimità, intendo! Guardi, mi vergogno a riferirglielo ad alta voce, col suo vice… che si trova già in tale imbarazzo, peraltro… Guardi, mi permetto di sussurrarle in un orecchio una sola delle tante sconcezze che ancora mi frullano per la testa e mi mandano su tutte le furie… Si avvicini!”
Lo Ciuffo si prestò, ed essendo un uomo all’antica, un fautore del “si fa, ma non si dice”, o qualcosa del genere, arrossì un poco, non tanto per la cosa in sé, quanto per il modo in cui gli era stata raccontata, sussurrata cioè a un orecchio da una signora, per giunta sposata e col marito, o almeno con ciò che ne rimaneva, seduto lì a due passi.
Fu contento di uscire da quella casa. E anche il Gallinari. Entrambi spesero un pensiero per lo psicologo deceduto, e non perché fosse morto, magari persino di morte violenta, ma per il tipo di gente che aveva frequentato quotidianamente. Fosse anche stato un pessimo professionista, un depravato o un incompetente, almeno un briciolo di comprensione la meritava.
In Questura, dove giunsero in tarda mattinata, trovarono ad attenderli il responso della scientifica, il quale, a dispetto di un’attesa inspiegabilmente lunga, somigliava, più che a una risposta razionale, a un vaticinio espresso in maniera sibillina. Il che equivaleva a dire che quei genialoidi del bisturi post mortem non ci avevano capito nulla! Omicidio? Incidente? E chi lo poteva dire? Persino l’ipotesi del suicidio, spuntata da chissà dove, non poteva essere esclusa!
Il commissario Geronzi prese le carte del medico legale e le portò nel suo ufficio, appoggiandole su un mucchio di altri documenti impilati in un angolo della sua ampia scrivania. Lo Ciuffo conosceva a menadito quella simbologia. E così anche gli altri suoi colleghi. Quel rituale asciutto ed essenziale significava: insabbiamento! Vale a dire, la fine dei sogni di gloria del Gallinari, autore di un’ipotesi che non sarebbe mai stata dimostrata.
L’ispettore ci rifletté un po’ su. Poiché si era accostato alla vicenda con maggior disincanto rispetto alle volte precedenti, non provava nulla di più che la solita endemica amarezza, che ne accompagnava l’esistenza, in qualunque ambito e a qualunque livello, fin dall’adolescenza. Nulla di grave, pertanto.
Il pensiero gli andò a un certo punto all’elastico spezzato che aveva visto sulla scena del delitto, che era stato, in fin dei conti, l’origine di quell’inchiesta bislacca e insipida.
Gli venne, strano a dirsi, la voglia di fare il filosofo. Arrivò così alla conclusione che la verità, in fondo, può assumere tante forme, proprio come un elastico. Ma, come con un elastico, bisogna fare attenzione a non tirarla troppo, perché, se maldestramente sollecitata, può spezzarsi e sfuggirti dalle dita. E talvolta può farti pure molto male.

tratto da La Teoria dell’Elastico, Maremmi Editori Firenze, 2008.

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