L’Acchito

acchitoRecensione di Fabrizio Garlaschelli.

Opera seconda di un autore appena trentenne l’acchito stupisce per maturità espressiva e abilità metaforica. Per certi versi sembra una favola zen per altri un tuffo in una passato senza tempo di uomini e cose perdute. Ci si chiede come il giovane Pietro Grossi possa averne coscienza. La sua è una descrizione di paesaggi fisici e morali da anni cinquanta, apparentemente priva di automobili, dove regna ancora l’acciottolato. Il protagonista del libro ne è signore e padrone. Anche le atmosfere del bar e della sala da bigliardo sono insieme rarefatte e grevi, tipiche di quegli anni. Gli stessi rapporti interpersonali, moglie e marito, amici maschi, allievo e maestro, sono d’altri tempi, cortesi ed essenziali. La disciplinata geometria del bigliardo regola la vita di Dino e Sofia, i due eroi del breve romanzo, incrinata e ravvivata da un sogno congiunto di fuga in un altrove indefinito fatto di viaggi e nuove relazioni. Sofia, meticolosa e serena, tiene nota su neri quaderni delle fantasie comuni, mentre Dino serio e concreto è orgoglioso del lavoro ereditato dal padre: acciottolare le strade. La svolta nell’esistenza piana della coppia avviene quando Sofia, alla quale è stato detto che non può aver figli, resta incinta e Dino viene riconvertito dal disporre pietre, insieme alla sua affiatata squadra di operai, a stendere fetido asfalto, perché così ha deciso il comune del quale è dipendente…

L’Acchito di Pietro Grossi, Sellerio, collana il Contesto, p. 199, 12 euro, 2007

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