L’estetica della brugola e la regola dell’amico

burgoleIl problema dello strutturalismo è lo strutturalismo. Lo strutturalismo di per se è cosa buona e giusta, l’idea di giudicare un testo restando all’interno del testo ha certamente dei pregi, ci aiuta ad andare oltre al sommario giudizio del tipo: mi piace o non mi piace. Almeno in teoria, dovremmo avere gli strumenti per dire che un romanzo non ci piace ma riconoscere allo stesso tempo che è un capolovaro letterario. Fin qui tutto bene.

Dammi tre parole: cuore, amore e sole.

Il problema nasce quando si passa dalla parte della lettura, critica o no, sul fronte della scrittura. A partire da studi seriosamente serissimi fino ai più trucidi manuali di scrittura creativa, giù fino in fondo del baratro di personaggi pittoreschi che su youtube vi spiegano le regole per confezionare il capolavoro perfetto, nel corso dei decenni sono state formulate valanghe di teorie, strutture, processi narrativi, regole e regolette, matrici, leggi draconiane sul destino dei personaggi. Un sforzo immane per dare ordine al caos, raggiungere l’infinito con una formula matematica e realizzare il sogno dei formalisti russi: la macchina che scrive romanzi perfetti automaticamente. Alla fine il romanzo perfertto dovrebbe essere una cosa tipo E=MC2.
Una pseudo trigonometria letteraria sulla quale prosperano scuole e corsi di scrittura creativa, quelle che promettono di insegnarvi a usare i “ferri del mestiere”, e via con le metafore da carrozzieri: la cassetta degli attrezzi dello scrittore, i trucchi del mestiere: come scrivere un best seller o elaborare un carburatore è più o meno lo stesso. L’Eldorado dell’aspirante scrittore: sei analfabeta? Non hai mai letto un libro? Non c’è problema, c’è sempre un guru che ha la ricetta perfetta, basta che applichi le sue regole e scriverai un capolavoro. (Il guru di solito non scrive niente perché è censurato da misteriose forze che vanno dal l’Fbi ai Rettiliani.) E quindi via con lo schema del protagonista/antagonista, grandi spazi=pochi personaggi, spazi ristretti=tanti personaggi, l’assassino non è mai il maggiordomo, il cane non può chiamarsi Fido, se mia nonna non avesse 97 anni potrebbe partecipare alle olimpiadi.
Armatevi di brugole, cacciaviti e chiavi stark e riuscirete a scrivere Guerra e Pace in un paio di settimane, male che vada avrete acquisito conoscenze sufficienti per montare un comodino Ikea.
Curiosamente, trovo questo punto eclatante, nessuno si preoccupa mai di correggere o insegnare grammatica e sintassi. Ho visto scene che voi umani, dite all’aspirante scrittore che il suo testo non funziona perché il detective a pagina 37 non può assolutamente parlare con il fruttivendolo, inventatevi una qualisiasi regola strutturale, e l’aspirante scrittore vi loderà come un genio letterario che gli ha illuminato la via. Dite all’aspirante scrittore che la sintassi non sta in piedi, che non può distribuire virgole a caso, che scuola si scrive senza “q”: vi odierà per sempre, vi taccerà di essere dei pedanti professorini, degli sterili burocrati senza fantasia privi estro creativo e sensibilità artistica.

A questo punto potreste pensare che sono un nemico efferato della “cassetta degli attrezzi dello scrittore”, vi stupisco e alla domanda tutte queste regole funzionano?
La mia risposta straordinaria è: SI, funzionano.

Faremo di te un divo da Hit Parade.

Regole e regolette funzionano a patto che abbiate un talento vostro, che abbiate una storia da raccontare, che siate in grado di dominare grammatica e sintassi. Allora sì, in quelle formule troverete un valido aiuto per compitare un romanzo, per lo meno quelli che con sprezzo accademico vengono definiti “di genere”.
E tutto ciò ha un unico obiettivo: realizzare il sogno mostruosamente proibito, comune a editore e autore, il libro che vende milioni di copie, il Codice Harry DaVinci Potter.
Evento che presenta caratteristiche positive: soldi, fama, gloria eterna, caviale a champagne per tutti. Putroppo, nonostante i “trucchi del mestiere”, è un evento che capita un po’ più di frequente della cometa di Halley e più raramente delle vincite al superenalotto. Quindi se puntate ai soldi costa meno tempo e fatica investire 1€ alla ricevitoria che passare mesi a imbrattare carte.
Anche se spesso il sogno di gloria non si avvera nella sua fulgente completezza, ogni tanto porta a produrre romanzi degni di lettura, qualche volta anche di un certo successo commerciale che non è mai da disprezzare.
Quindi alla fine che problema c’è? Nessuno. Non stiamo a menarcela più di tanto, applichiamo le regole e campiamo sereni, leggeranno il nostro libro e ci diranno bravo, scritto bene, sei uno scrittore.
Perché è noto, ve lo dice anche Max Pezzali in persona: la regola dell’amico non sbaglia mai.

C’è solo un dettaglio, ferocemente snob e diciamocelo: settario e vagamente vittimistico. Tutto ciò porta a libri tutti più o meno uguali. La ripetizione infinita degli stessi schemi, dove il punto più alto lo raggiungono i romanzi rosa alla Harmony fino al baratro espositivo delle tesi universitarie.

Dammi una brugola

Poi c’è un altro fatto, ovviamente secondario. Ma è ciò che trovo veramente tragico: “gli attrezzi del mestiere” da mezzi diventano metri di giudizio. Il tuo manoscritto non rispetta le regole? Allora è brutto, un libro che non si può pubblicare, non solo perché non vende – tanto le statistiche ci dicono che i libri non si vendono a prescindere – ma perché non rispettando le regole o’ fai strano e i lettori – che sappiamo essere più o meno ormai un’astrazione statistica – hanno bisogno di modelli riconoscibili: come costruire quadrati sulle ipotenuse.

Putroppo, la storia della letteratura, o della scrittura qualsiasi cosa si scriva, è progredita grazie a gente che, forse poco avvezza al bricolage, non aveva nessuna cassetta degli attrezzi e ha scritto un po’ quello che gli pareva. A partire da Dante Alighieri fino al tanto esecrato baciato dalla provvidenza Alessandro Mazoni, che poveretto deve inventarsi il romanzo italiano più o meno dal nulla. La buona letteratura, di fatto, di solito nasce da deviazioni e crassa ignoranza dei ferri del mestiere.

Tanto per risollevare il livello dell’esposizione, tanto armamentario teorico, mi sembra porti un effetto “Petraraca”. Il buon Francesco è così bravo, scrive un libro così bello come il Canzoniere, così sublime da diventare una sorta di manuale per chi voglia far poesia, allo stesso tempo manuale di istruzioni e canone estetico per valutare qualsiasi altra produzione letteraria. Questa genialata, porta la produzione letteraria italiana al disastro, per secoli, ne soffriamo ancora adesso. Perché il Canzoniere lo puoi scrivere se sei Petrarca, altrimenti puoi copiare, perché l’ottone e non è oro, e non è sufficiente avere dell’ottone per fabbricare una tromba.

Tanto per concludere, editori e soprattutto scrittori: lasciate perdere le brugole e usate le penne, le cassette degli attrezzi lasciatele a chi sa fare dei lavori utili. Se volete delle regole arruolatevi nell’esercito non scrivete libri.

Sia voi che il mondo ne trarranno maggior beneficio.

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