Lo Scudiero

Racconto di Luca Rachetta

“… e tutto questo per la stramaledetta abitudine di riciclare i regali di Natale! L’avevo detto che quel piccolo fon da viaggio regalatoci dai Rossi ci sarebbe tornato utile, soprattutto nel caso si fosse rotto l’asciugacapelli grande della zia Elvira… E tu, impossibile a credersi, ti sei sentita in dovere di regalarlo a mia madre… Proprio a mia madre, di cui dici peste e corna dalla mattina alla sera! Mi spieghi adesso come faccio a presentarmi a scuola con i capelli ancora bagnati?” disse il professor Scriboni, paonazzo per lo sforzo dell’arrabbiatura e con le vene del collo gonfie di umore collerico. “Non appena metto il naso fuori della porta mi becco la sinusite…! Senza contare il rischio che mi si risvegli la cervicale…! Mannaggia a me e a quando…”
“Senti, Giovanni, ti prego di non farla così tragica!” disse la signora Maria con composto disappunto misto però a premura, dato che questo marito, in fin dei conti, non poteva proprio farlo uscire di casa in tali condizioni. “Ti ricordo che disponiamo del mio casco asciugacapelli, che ti risolve subito il problema. E non ti preoccupare che non fai nemmeno tardi… Se ci metto poco io a fare la permanente, figuriamoci tu, con quei quattro peli che ti sono rimasti in testa!”
“Piuttosto mi scotenno!” strepitò avvampando ulteriormente lo Scriboni. “Come te lo devo dire che al solo pensiero di infilare il capo in quel forno mi sento male! Mi vuoi vedere morto? Ti è venuta la voglia improvvisa di fare la vedova allegra? Lo sai che ho il setto nasale deviato e respiro a fatica… Soffocherei in quella coltre di aria ustionante e mefitica!”
“Manco dovessi bonificare una palude nel mese di luglio! Che esagerazione! Senti, io non ho tempo da perdere con le tue fisime: o ti accontenti di ciò che passa il convento, o, per quanto mi riguarda, puoi presentarti a scuola con l’asciugamani arrotolato in testa a mo’ di fachiro!”
E dopo aver pronunciato siffatte paroline al vetriolo, la signora Maria si allontanò dalla stanza da bagno, sul limitare della quale aveva cercato a modo suo di togliere dagli impicci il povero marito, che adesso fissava per terra i miseri resti di quello che era stato un asciugacapelli di alto lignaggio, in possesso di una robustezza d’altri tempi ed efficace come pochi, deciso nel riscaldare il cuoio capelluto e allo stesso tempo delicato nel rispettare la sensibilità dell’epidermide.
“Finché morte non vi separi… Ma cos’era, una minaccia o una promessa?” bofonchiò il professore, avvilito per l’esito che si andava profilando in quella vicenda. Era difatti evidente che l’opzione presentategli dalla concreta consorte non era realmente tale, visto che solo uno scriteriato, o quanto meno uno che se ne infischiasse di sinusite e cervicale, avrebbe rifiutato quella scialuppa di salvataggio rappresentata dal famigerato casco, che la signora Maria teneva sempre pronto all’uso in una sorta di sgabuzzino, applicato al dorso dello schienale di una sedia. L’orrido marchingegno attendeva lo Scriboni; la sua superficie metallica riluceva ora minacciosa e beffarda, simile alla lama di una ghigliottina, davanti a lui, che a passi lenti (ma non troppo, giacché su quella mattinata storta incombeva lo spettro del ritardo) si appropinquava a quel patibolo, foriero, non c’era da dubitarne, di imminenti e ormai inevitabili malesseri, quali claustrofobia, senso d’oppressione, vertigini e financo male di vivere.
Non fece in tempo a sedersi sulla sedia che la moglie, la quale aveva calcolato alla perfezione il tempo che sarebbe stato necessario al marito per capitolare, varcò la porta dello sgabuzzino e gli si mise accanto, con l’intenzione di regolare la temperatura del casco. “Guarda, Giovannino,” disse con tono quasi dolce e premuroso, derivato dall’intimo compiacimento per il successo conseguito nella tenzone col coniuge “ti metto il livello medio, così non ti scotterai di sicuro.”
E difatti non si scottò. In compenso, però, non appena la signora Maria fu uscita da quell’improvvisato salone di bellezza (o stanza della tortura, a voler sposare l’ottica dell’ipocondriaco docente), una leggera puzza di bruciato cominciò ad esalare dal motore surriscaldato dell’elettrodomestico e ad insinuarsi a flussi intermittenti nelle narici dello Scriboni, le cui facoltà percettive furono in pochi attimi anestetizzate dalla piacevolezza del tepore che gli giungeva dall’alto a ondate dolci e avvolgenti e lo stordiva sempre di più.
E fu così che il nostro eroe, drogato dall’anidride carbonica e obnubilato dal calore, finì col perdersi nei meandri della sua mente alla deriva, annegando deliziosamente in un grande pantano di fluido denso e consistente, una marmellata multicolore confezionata con la polpa di sensazioni ormai depauperate della loro forma esteriore e rimodellate in maniera bizzarra e in fin dei conti affascinante.
E dal momento che, per colui che sogna, la sola e unica verità indubitabile è quella di essere da sempre vissuto nella realtà onirica in cui si trova d’improvviso immerso, lo Scriboni non si sorprese affatto, dunque, di ritrovarsi a camminare a fianco di un cavallo di color bianco sporco pezzato di nero, alquanto macilento e dalle costole ben visibili, con l’occhio spento e per nulla vivace, quasi fosse pronto non già per il macellaio, che per altro non avrebbe saputo che farsene di una simile accozzaglia di ossa, nemmeno buone per il brodo, ma piuttosto per il conciatore di pelli, il quale sarebbe forse riuscito a ricavarne un discreto tamburo. In groppa a siffatto ronzino stava un cavaliere mingherlino, dalla cui corazza, sottile come la latta smaltata della carne in gelatina, sortiva alla luce un faccino smunto e raggrinzito, non perché l’età ne avesse asciugato i tratti, ma a ragione, presumibilmente, dei patimenti passati, che dovevano aver inciso scanalature profonde nel terreno inaridito di quella martoriata esistenza; l’artificiosa compostezza da lui mostrata dava l’impressione di essere inficiata nella sua rigida etichetta da una qualche sofferenza, probabilmente di natura fisica, come, a voler fare un’ipotesi, un fastidioso indolenzimento cha dalla zona dell’osso sacro risalisse lungo la colonna vertebrale fino ad inscatolare il cervello in una morsa e a sollecitare sul volto un ghigno di disappunto appena percettibile.
Tutti e tre, vale a dire il cavaliere, lo Scriboni e l’equino (ci scusiamo coi lettori se mettiamo sullo stesso piano persone e animali, ma d’altronde, nei sogni come nelle allucinazioni, le gerarchie prodotte dalla natura non sono poi così inflessibili, al punto che talvolta possono essere del tutto accantonate) camminavano lungo un sentiero sterrato sotto il sole cocente dell’ora che s’appressa a mezzogiorno quando, da dietro una curva, procedente nel senso di marcia opposto al loro, apparvero le sagome di un altro cavaliere e del suo destriero, i quali, considerati da quella distanza, sembravano la fotocopia autenticata dei due che abbiamo sopra descritto.
“Scribonio, mio fido scudiero,” disse l’omino di latta al nostro viaggiatore onirico, chiarendogli così il ruolo che avrebbe dovuto interpretare di lì a poco “un guerriero s’avanza. Mi par di basso lignaggio, non avendo con sé scudiero né scorta alcuna. Fatti a lui prossimo e intimagli di fermarsi, affinché lasci il passo al tuo nobile signore, Ser Quirino dei Conti Carruba!”
Ma non fu necessario che l’improvvisato scudiero compisse quell’ambasciata, perché l’omologo di Ser Quirino era già di fronte a loro e, avendo evidentemente sentito tutto, così rispose: “Non vi inganni, cavalier ramingo, il mio aspetto, ché sono reduce dalla crociata contro i saracini, dove ho reso onore a Dio e alla mia schiatta col sacrificio della salute e dei migliori anni. Lì ho perso anche lo scudiero, che ebbe la buona ventura di perire da martire della fede. Sono Ser Gualtiero dei Conti di Rosasfatta, e sono io ad intimarvi di cedermi il passo!”
“Giammai tale umiliazione sarà accettata dal Quirino il Pio dei Conti Carruba, figlio di Arminio il Conquistatore, nipote di Amilcare il Saggio. Sgombrate voi la strada, che discendete di certo da minor coraggio e minor senno!”
“Minor coraggio? Minor senno? Attribuite tale ignominiosa accusa a Gualtieri il Crociato dei Conti di Rosasfatta, figlio di Dionigi il Grande, nipote di Ezzelino il Santo? Inchinatevi al fulgore mio e dei miei avi, e datemi voi la precedenza!”
La questione andò per le lunghe. Scribonio, seduto su un sasso posto al bordo del sentiero ed evidentemente tuttora in possesso della prosaica concretezza dei nostri giorni, sentì snocciolare da una parte e dall’altra una sequenza infinita di nomi e titoli araldici, con annessi soprannomi tonitruanti e alquanto ridicoli, in particolare quando la fantasia dei due filiformi cavalieri cominciò a difettare, e forse con essa pure il fiato necessario per spingere fuori della bocca corbellerie siffatte; gli parve, ad un certo punto, di aver sentito anche nominare tal Torello lo Sventrapapere, o addirittura Germano il Baciapile e Berengario il Tafanario, anche se in verità non ne era del tutto sicuro. Alla fine, tra un nome e l’altro, accadde il miracolo: entrambi i contendenti nominarono il medesimo, quello di Eliano il Canterano, prova indiscutibile di come le piante delle loro famiglie, in un passato remoto, si fossero ad un certo punto diramate da un ceppo comune. Di qui baci, abbracci e complimenti reciproci, e dalle lance in resta si passò ai tarallucci col vino. Ser Gualtieri invertì la direzione di marcia e procedette appaiato al parente ritrovato, con l’intento di far visita al castello dei Conti Carruba.
Ad un certo punto, però, in lontananza apparve un gran polverone, che cresceva man mano che la compagnia appena formatasi avanzava verso di esso; i neoparenti si scurirono in volto e si scambiarono un’occhiata che doveva significare tanto la comprensione della natura del problema quanto la piena consapevolezza dell’unica soluzione possibile allo stesso.
“Orsù, Scribonio!” disse ad un tratto Ser Quirino nell’atto di destare l’attenzione del suo scudiero, fissando davanti a sé la minacciosa nube di polvere scura che si avvicinava con regolare rapidità. “La quiete degli ultimi tempi si appresta a divenire un ricordo! È ben triste la nostra sorte! Rimpiangeremo difatti tra poco il tedio che abbiamo esecrato e malediremo, per converso, l’infuocata battaglia in cui saremo trascinati nostro malgrado, che stavolta sarà del tutto spoglia, persino qualora riuscissimo a prevalere sul nemico, di onore e gloria. La turba che ci viene incontro è quella dei Penitenti Impenitenti. Brandisci il tuo spadino, Scribonio. Stavolta combatte anche lo scudiero… Stavolta conta solo sopravvivere.”
Quella dei Penitenti Impenitenti era una famigerata setta di fanatici, collocata al limite tra l’ortodossia e l’eresia, che percorreva quelle terre in lungo e in largo alla ricerca di anime peccatrici; una volta trovate (e non faticavano molto, dato che per loro persino chi tirava la coda al gatto poteva già considerarsi in attesa della barca di Caronte), somministravano loro una buona dose di nerbate purificatrici, le stesse che, durante i viaggi di spostamento da una novella Sodoma a una risorta Gomorra, infliggevano alle loro persone, consapevoli di condividere la stessa pochezza morale degli altri traviati. Il fatto che alcuni tra i purificati forzati obiettassero di non aver mai richiesto quello zelante intervento a favore della propria salvezza, essendo affezionati alle proprie mancanze e affatto intimoriti dal pensiero dell’inferno, dove tra l’altro doveva esserci un bel calduccio per tutto l’anno, questo non distoglieva quei fanatici dal prestare comunque le cure del caso agli spiriti piagati dal vizio; il fatto poi che altri, avendo beneficiato di qualche frustata in esubero, finissero col tirare le cuoia, questo veniva reputato addirittura un dono del Cielo, che chiamava a sé in anticipo un figlio più fortunato degli altri.
Ed ecco che i Penitenti erano ormai vicini e ben visibili. Uno di essi, vestito con una lunga tonaca nera di panno grezzo come tutti i suoi confratelli, coi quali condivideva anche la vistosa chierica e la corona di spine che ne cingeva le tempie, stava davanti al gruppo, dettando il ritmo dell’autoflagellazione a tutti gli altri, che uniformavano i tempi delle nerbate che si infliggevano a quelli del capofila, singolare direttore di un’orchestra composta da suonatori dello stesso strumento a corde, che facevano impattare con vigore contro le schiene sonore.
Il nostro scudiero non ebbe nemmeno il tempo di udire squilli di tromba o grida che annunciassero l’inizio dello scontro che si ritrovò nella mischia, come se alla pellicola di quel film fosse stato tagliato qualche fotogramma che fungesse da raccordo tra due scene (d’altronde i sogni non amano ornarsi di fronzoli, preferendo essi cogliere la schietta sostanza e i significati primi). Vide alla sua sinistra il suo padrone ormai disarcionato dal cavallo, che a poca distanza da lui giaceva su un fianco immobile, atterrato, più che da un colpo avverso, dalla sua stessa debolezza, con un’espressione, ora che era moribondo, non troppo dissimile da quella che aveva quando era su quattro zampe; se vogliamo, anzi, essa pareva rasserenata da un leggero accento di sollievo, dovuto probabilmente alla coscienza che finalmente stava giungendo il momento dell’agognato riposo. Il conte di Carruba, intanto, menava colpi con la spada in modo piuttosto maldestro, dimostrandosi del tutto incapace di offendere le chieriche che lo circondavano e limitandosi difatti a disegnare con la lama ampie traiettorie a forma di parentesi tonda, che talvolta divenivano, qualora desse più forza al colpo inferto di taglio, autentiche e ridicole circonvoluzioni, il cui unico effetto era quello di tenere momentaneamente a maggior distanza le virtuose fruste dei Penitenti. Ser Gualtieri poi era stato sommerso da un grande e nero manto formato dalle tante piccole tuniche dei Penitenti che gli si erano ammucchiati tutt’intorno fino ad occultarlo alla vista, simili a un esercito di formiche che percorre in salita e da tutti i lati l’ingresso rialzato del formicaio, ormai indistinguibile.
Osservava Scribonio il dipanarsi delle vicende, che parevano scorrergli davanti e ai fianchi senza coinvolgerlo attivamente, senza che l’insulso spadino che teneva nella destra, quasi uno spiedo da pollo, fosse chiamato mai all’affondo, se non in un caso, quando però riuscì a fare non più che il solletico a un pretacchione grasso a barbuto che si trovò, per le circostanze della battaglia, a volgergli le spalle; lo spiedino in questione, infatti, sembrò quasi piegarsi come un giunco contro l’ampia schiena del nemico, che non si accorse nemmeno dell’insidia rivoltagli da dietro. Se però la bolgia militaresca lo ignorava a dritta, nonché a destra e a manca, evidentemente ciò avveniva perché aveva pianificato di riservargli una sorpresa a poppa, che gli si concretizzò, in forma di potente mazzata, proprio su quella cervicale che persino per lo Scriboni onirico doveva costituire una sorta di tallone d’Achille.
Fu così che il montatore del film, approfittando dello stordimento del protagonista, tagliò altri inutili fotogrammi, consentendo il brusco spostamento dell’inquadratura, che vedeva ora Scribonio (sebbene non sia sicuro che si possa continuare a chiamarlo così…) seduto sulla tolda di una nave nella parte centrale di un carnaio di qualche decina di persone, sorvegliate da Penitenti Impenitenti con gli scudisci pronti a scoraggiarne il minimo movimento. La bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate denunciava a chiare lettere la natura piratesca del vascello, sebbene rimanesse un mistero la presenza in veste di guardiani di quei fanatici e, in particolare, la natura del loro rapporto con dei bucanieri presumibilmente dediti all’assassinio, al ladrocinio e ai piaceri della taverna, che fino a prova contraria avrebbero dovuto rappresentare la massima esemplificazione del tipo umano da redimere con staffilate talmente energiche da portar via la pelle e il peccato su di essa incrostatosi per l’indefessa dedizione al vizio di tutta una vita.
“Sono delle canaglie, Scribonìn, farabutti della peggior specie!” pronunciò a bassa voce il tizio alla sinistra dello scudiero, coi capelli arruffati e il viso madido di sudore, coperto di stracci che lasciavano intravedere membra magre e abbronzate per la forzata permanenza sulla tolda delle navi, la qual cosa, unitamente all’accento veneziano, rivelava la sua origine di marinaio da galea. “Altro che uomini di fede! Questi sono diavoli neri saliti tra gli uomini per fare incetta di anime dannate… E nell’attesa ch’esse si separino dal corpo per poter essere condotte tra le grinfie di Belzebù, procurano loro un anticipo di tormento consegnandole ai pirati, che chiedono sostanziosi riscatti ai familiari dei prigionieri benestanti e vendono al contrario le mezze tacche ai mercanti di schiavi.” F fissando quindi il nostro eroe: “Sorte, quest’ultima, che sarà riservata tanto a me quanto, mi pare di capire, a te.”
“Silenzio!” urlò un vecchio pirata dalla barba quasi bianca e unta, con alcune caccole rapprese sui mustacchi. E subito dopo aver pronunciato ordine sì perentorio, onde sgombrare la gola dal catarro e dal tabacco che gli rendevano rauca la voce, emise due scaracchi in rapida successione, il primo dei quali atterrò nel breve spazio tra lo Scribonìn (tanto vale ribattezzarlo così) e il ciarliero marinaio veneto, mentre il secondo ebbe sorte più gloriosa, centrando in un occhio il prigioniero legato alla base dell’albero maestro che, a giudicare dalla logora divisa che indossava, aveva avuto un passato abbastanza recente di capitano di nave. Orgoglioso e fedele ai propri principi, ispirati al senso del dovere e all’amor di patria, egli aveva gettato in mare il forziere con i denari trasportati sul suo legno prima che i suddetti pirati riuscissero ad abbordarlo e a penetrare in coperta e nella stiva; in questo modo i quattrini della sua compagnia commerciale non avrebbero foraggiato quei lestofanti e la loro criminale attività, per altro sostenuta da una potenza straniera che usava ingaggiarli perché conducessero una guerra di corsa contro la sua amata patria. Era stato quindi caricato a bordo del vascello col Jolly Roger sul pennone e messo lì dove si trovava adesso, torturato e oltraggiato per pura e semplice vendetta.

Ma ad un certo punto il vessillo pirata fu ammainato per far posto ad un altro ben singolare stendardo: Ser Gualtieri e Ser Quirino, seminudi e legati come salami, con le schiene che aderivano l’una all’altra e le membra che combaciavano perfettamente nelle misure in virtù della comune altezza e costituzione dei due omini, furono issati tra le grida di scherno dei pirati disseminati qua e là sulla tolda, mentre si levavano gli sguardi di composta soddisfazione dei neri chierici e la disperata compassione dei prigionieri, che più che alla disgrazia dei due cavalieri era rivolta alla propria personale sventura. Quelle due facce della stessa medaglia, leggere anche sui loro destrieri e sul campo di battaglia, erano ora consegnate al vento come il manto leggero di una bandiera; una bandiera magari sbiadita nei colori e alquanto sdrucita, ma pur sempre depositaria di un significato che, impalpabile e inconsistente, ondeggiava allo spirar delle brezze marine.
Essendo la giornata serena e assolata, il vostro narratore si trova a questo punto in grande imbarazzo nello spiegare in maniera plausibile il repentino cambiamento atmosferico che si verificò, scenograficamente orchestrato dalle traveggole del professor Scriboni in forma di tempesta, con conseguente e, permettetemi di dirlo, classico e scontato naufragio. D’altro canto, poiché chi scrive non inventa, ma riporta ciò che viene da altri congegnato, non mi pare proprio il caso che mi chiediate conto di tale brusco stacco rispetto al fluire logico del racconto. Se proprio non vi va giù, protestate con l’ideatore del soggetto, vale a dire Scriboni-Scribonio-Scribonìn, non con il sottoscritto, che ha dovuto sudare sette camicie per ricavare da quattro annotazioni in croce una sceneggiatura dotata di un minimo di coerenza e di scorrevolezza.
Ritornando a noi, Scribonìn, per l’effetto del maremoto, da seduto che era fece una sorta di capriola all’indietro, ritrovandosi a pancia sotto e con la faccia piantata non già sul legno del vascello, bensì sulla sabbia umida della spiaggia su cui si era misteriosamente materializzato dopo il suddetto naufragio.
Alzati gli occhi, vide di fronte a sé un breve tratto di spiaggia dalla rena assai fine, che un sole tropicale faceva luccicare a scaglie come se fosse la bionda continuazione del mare; esso si interrompeva qualche centinaio di metri più avanti, laddove il terreno cominciava a inarcarsi fino a sollevarsi in forma di montagnola piuttosto piccola, ma non così tanto da impedirle di dare ospitalità a una grotta seminascosta nella vegetazione. Una cosa assai singolare colpì subito lo Scriboni: bordavano infatti il tratto di spiaggia in pianura due file di palme, le quali, nel sentiero in salita, lasciavano posto a due macchie allungate e parallele di vegetazione arbustiva che si ricongiungevano, senza tuttavia cancellarlo alla vista, proprio dinnanzi all’ingresso nella roccia, come se una regia ignota avesse voluto orientare verso la grotta il cammino di chi si fosse trovato a calpestare quella costa, di continente o isola che fosse.
Al nostro parve scortesia non accettare quel palese invito di ignota mano, e si diresse pertanto in direzione dell’antro.
Indugiò al momento di aprirsi un varco tra il fogliame che si parava tra di lui e l’ingresso, essendo stato colto ad un tratto dal presentimento di colui che vede il meglio e al peggior s’appiglia. Eppure varcò ugualmente la rupestre soglia.
Come l’ignaro che ritorna a casa e, subito dopo aver chiuso la porta dietro di sé, viene sorpreso dall’accendersi del lampadario del salotto, il quale gli rivela un corteo di parenti e amici ivi acquartierati per tributargli un festeggiamento inaspettato, così il naufrago Scriboni ebbe l’impressione di trascorrere un breve lasso di tempo nel buio pesto prima di essere investito dalle luci delle torce disposte lungo il perimetro grosso modo circolare di quella sorta di vano, che ora gli mostrava chiaramente il prodigio che custodiva.
Al centro della scena, a una distanza di una decina di metri, stava, mollemente adagiata su un triclinio, una donna dai lunghi capelli neri e dalla carnagione chiara, non più giovane ma ancor piacente, voluttuosamente fasciata da una lunga veste che le lasciava scoperte le spalle e, in grazia di un malizioso spacco, una buona parte della gamba destra, le cui forme perfette culminavano in un piedino leggiadro messo in risalto da un sandalo dalle corregge dorate. Ai lati della misteriosa bellezza stavano due altre creature, femminili senza dubbio, ma partecipi anche della natura animale. Alla destra di quella che doveva presumibilmente essere la padrona stava seduta una magnifica ancella, la quale mostrava nel crine e nelle movenze qualcosa di felino, di aggressivo e allo stesso tempo di sensuale, che sprigionava dalla generosa scollatura e dallo sguardo infuocato; sul lato sinistro, invece, stava in piedi, poggiando il peso del corpo sul piedino sinistro, un’ancella dall’apparente timidezza di cerbiatta, con gli occhi, per lo più bassi a fissare il terreno, che solo a tratti si alzavano per regalare la graziosità del viso al nostro protagonista, letteralmente in brodo di giuggiole e sul punto di liquefarsi.
“Scribosseo!” sospirò la domina con la grazia dei flauti che solleticavano dolcemente l’udito degli dei dell’Olimpo durante i loro conviti. “Mio caro Scribosseo, finalmente sei a me giunto! Potremo adesso celebrare i nostri sponsali! Avvicinati a me, o massimo rappresentante della mascolina stirpe! Suggi il nettare che ho a te riservato, tu che nasci dalla fusione perfetta di sensibilità e raffinatezza, di virilità e passione!”
Scribosseo, che finalmente scorgeva un campo di battaglia a lui più congeniale, si avvicinò a grandi falcate all’oggetto delle sue recenti brame, procedendo con la stessa disinvoltura di un orso che cammina su due zampe. Man mano che si avvicinava, però, i conti non gli tornavano più tanto bene; ad ogni passo la donna, piuttosto che acuire il di lui desiderio grazie alla prospettiva sempre più ravvicinata e, per così dire, vezzosamente particolareggiata dei suoi attributi muliebri, sembrava diventare al contrario sempre meno intrigante, al punto che la maliziosa veste nera si trasformò in una sorta di sacco ampio e spesso e fece scomparire in tal modo alla vista, risucchiati nella propria goffaggine, spalle, coscia, polpaccio, piede e ciò che di più pruriginoso fosse stato poc’anzi confezionato con la fantasia dal nostro assatanato onirico. Fino a quando si ritrovò a pochi centimetri, quasi naso a naso, da una donna di per sé non brutta, ma con un particolare raccapricciante: un accenno di peluria sopra le labbra, che per giunta pareva infoltirsi a vista d’occhio.
Chiunque, a questo punto, anche in sogno, si sarebbe ritratto inorridito. Forse Morfeo, impietosito, avrebbe persino abbandonato le sue posizioni per liberare il dormiente dall’incubo in corso. Ma Scribosseo ormai, nella sua euforia sensuale, aveva perso ogni ritegno; si era difatti convinto che Bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere solo se associati, ma non nel caso in cui si coltivi uno solo dei tre vizi. E lui, oltre a non sapere cosa fosse il fumo, usava levare il calice solo a Capodanno…
Adocchiò quindi la cerbiatta, animato dall’istinto del cacciatore che sente già in bocca il gusto intenso della selvaggina facile da stanare e da catturare. Non aveva però calcolato la ritrosia della preda in questione, la quale, o che volesse prolungare l’attesa del vorace Scribosseo per esacerbarne la fame, o che non avesse nessuna intenzione di concedersi alla furia cavernicola dello stesso, cominciò a galoppare a quattro zampe (vale a dire piegando la schiena ed equiparando nell’uso le due braccia e le due gambe) e a schizzare qua e là nella grotta, facendo forza sugli arti posteriori qualora fosse necessario spiccare balzi in avanti per eludere la presa dell’infuocato amante. La baffuta, intanto, novella Didone, urlava a squarciagola frasi sorrette dal risentimento e dall’ira, presagendo per il traditore un triste futuro, nel quale, per lui che aveva rifiutato il suo talamo, il letto avrebbe rappresentato soltanto il luogo del riposo e nulla più. La donna-felino, allora, balzando a sorpresa sullo Scriboni mentre questi si stava affannando inutilmente dietro alla cerbiatta, lo atterrò grazie al peso del suo corpo e alla potente spinta delle gambe nervose e tornite. Scribosseo, a terra a pancia sotto, volse la testa per comprendere la natura di quel gravame, che gli si rivelò, in tutta la sua selvatichezza, in quell’espressione cupa di aggressività, ostentata come dimostrazione di forza; rimase quindi paralizzato, provando le medesime sensazioni che il suo alter ego in carne e ossa, al momento incosciente sotto il casco asciugacapelli, aveva sofferto nei bei tempi andati, quando i primi sudori solcavano la fronte dell’adolescente e le prime ferite lasciavano il posto alle prime cicatrici. Ma nel frattempo rimbombavano nel ventre della montagnola gli ululati dolorosi della dama rifiutata: “Ahhh, malnato, mi hai rovinato la vita… Carogna, infame, egoista! Ahhh…”
“Ahhh, Giovanni, ma che sta succedendo… Oh, mio Dio, ma come diavolo fai a startene lì impalato con tutto questo fumo!” esclamò la signora Maria impegnata nel primo soccorso al marito che, appena destato da quella sorta di sogno assai articolato, vide la moglie che armeggiava attorno al casco per allontanarlo dal suo capo, uscito fortunatamente indenne da quell’inaspettato episodio di combustione.
“Ma com’è possibile? Era praticamente nuovo!” farfugliava in preda all’emotività la signora Maria, la cui preoccupazione, appurato che il marito se l’era cavata senza danni, era rivolta all’elettrodomestico, che con l’ultima spirale di fumo aveva esalato anche il suo ultimo respiro.
Il professore, nel frattempo, non aveva battuto ciglio. Se ne stava nella stessa posizione che aveva assunto durante l’asciugatura del crine, con un sorrisetto ebete che piegava in maniera appena percettibile gli estremi della bocca. Non mutò atteggiamento neanche quando la moglie gli ebbe riferito che, dopo aver constatato la sua assenza, avevano chiamato da scuola per avere sue notizie.
Non tenne in gran conto la cosa. Non tenne in gran conto nient’altro, a dire il vero. Sentiva il cervello finalmente e piacevolmente sgombro. Almeno per qualche minuto ancora, voleva rimanere vuoto com’era in quel momento.

tratto da La Teoria dell’Elastico, Maremmi Editori Firenze, 2008.

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