L’Ultimo Amico

Come posso lasciare questa casa ? La guerra mi ha già portato via dieci anni, e poi i dieci del ritorno; sono stato troppo tempo lontano da qui.
Mio figlio è diventato un uomo; il mio cane è morto ormai vecchio; e mia moglie…

Dalla finestra del palazzo guardo il mare che mischia i suoi colori con il cielo, e cerco l’orizzonte, la linea che ho tanto inseguito, e che si è ostinata a non lasciarsi raggiungere. E di me, dei miei compagni, di questi venti anni non sono restate che le le scie nel mare.
Nelle sere trascorse nel salone del palazzo, alla fine del banchetto, i dignitari mi
invitano a raccontare dei venti anni d’esilio. Non amano i racconti di guerra; preferiscono quelli con maghe e ciclopi, sirene, gli spiriti dell’Ade. Mia moglie seduta al mio fianco ascolta con lo sguardo basso; e non tradisce alcuna emozione ai miei racconti, che si riempiono sempre più con il passare del tempo di dettagli cattivi. Una misera vendetta per chi in cambio ha avuto questa isola a vita.
La vita di un vecchio si riempie in fretta di piccole abitudini. Trascorro i pomeriggi prima del tramonto sul terrazzo del palazzo, coccolato dalla brezza del mare e dall’ombra degli aranci. Mentre lo sguardo si spinge ancora all’orizzonte e ai suoi tormenti, da qualche tempo lascio che a tenermi compagnia sia un ragazzetto. Il piccolo Omero è cieco, e per quanto uno schiavo cieco non abbia alcun valore, ho lasciato che il padre lo tenesse. Si accovaccia accanto a me, in silenzio, e non chiede, ma aspetta. Non posso sapere cosa immagini del mare, o dell’orizzonte. Per alleggerire la malinconia, comincio a raccontare, lui ascolta, e non interrompe nemmeno se ripeto storie già dette, o se le modifico un poco: del resto sono ricordi, il loro pregio è quello di confondersi con la realtà.

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One comment on “L’Ultimo Amico
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