Ma anche Veltroni scrive libri e l’Italia è fondata sul Lavoro

Leggo la strutturata recensione di Christian Raimo all’ennesima pubblicazione di Walter Veltroni e mi sorge un dubbio: ma chi se ne frega del libro di Veltroni?
Confesso che secoli or sono ero un fan di Walter, eravamo entrambi più giovani, avevamo entrambi grandi idee.
Il tempo passa, le grandi idee forse restano, di certo siamo entrambi un po’ meno giovani.
Raimo mi sembra proponga un’analisi seria e divertente del libro di Walter, non l’ho letto e non lo leggerò quindi resta qualche remota possibilità che Quando non sia così brutto e scritto male: l’idea di fondo della trama però è patetica, a esser gentili.

Dovremmo giudicare Walter Veltroni per la sue politiche e quali risultati concreti abbia realizzato in Italia. Da questo punto di vista temo, nel tempo, resti solo essere uno dei fondatori del PD, forse è meglio discutere sui suoi libri e suoi film.
Qualunque sia il valore letterario dell’opera di Veltroni, quello che – mia modestissima opinione – infastidisce è che in questo Paese, magari anche negli altri ma non so, c’è chi ha tutto e chi ha nulla, chi può far qualsiasi cosa e chi niente.
Walter è l’enfant prodige, il golden boy, del Pci (che rinnegherá) e fa carriera politica perché ha delle innegabili capacità, oltre a essere figlio d’arte.
Grazie alla politica riesce a diventare direttore de L’unità, riesce a diventare giornalista: tanti ci provano pochissimi ci riescono. A L’Unità ha delle ottime idee di marketing: introduce per primo, credo, in Italia i gadget assieme al giornale. Politicamente magari Gramsci si rivolta nella tomba, ma io sto con Walter: il muro di Berlino è caduto e cadono i taboo.
Walter si è creato un Nome, diventa sindaco di Roma, pubblica romanzi e riesce a girare film: riesce a fare quello che milioni di giovani e vecchi sognano ogni notte. Lui può fare quel che gli pare: la politica gli ha spalancato ogni porta. Perché vende a prescindere dal valore delle sue opere. Non ha nessuna importanza se sappia fare il giornalista, lo scrittore o il regista: gli basta la celebrità politica. Ad altri è sufficiente essere un personaggio televivo e/o avere un cognome già celebre.
Niente di nuovo, niente di strano.
Niente di più lontano da un ragazzino un po’ stonato, figlio di gente normale, che suonicchia e canta così così, che vive in un posto sperduto nel Minnesota e diventa Bob Dylan arrivando al Nobel. Succede nel Minnesota ma non in Italia.
Qui nel cinema si investe sul cantautore Ligabue, oltre a Veltroni, non si rischia su qualche sballato italico dal cognome improbabile, non siamo tra i minatori del Minnesota.

In tutto ciò penso non abbia senso stroncare le opere di Veltroni: è famoso quindi viene pubblicato perché male che vada i suoi libri li comprano alcuni iscritti al Pd, un investimento sicuro che farei anch’io se fossi un editore.
Penso che a questo si possa reagire in un solo modo: scrivere libri migliori di quelli di Walter, girando film, scrivendo canzoni, fondando aziende innovative (vedi Steve Jobs e Bill Gates).
Veltroni e quelli nella sua situazione hanno le relazioni, i finanziamenti e tutto il resto.
Per scrivere Like a Rolling Stone, girare Star Wars, scrivere L’Ulisse servono  talento e lavoro.
Poi se arriveranno soldi e successo meglio.
Il milionario Stephen King scriveva di notte in una roulotte, senza un soldo, dove viveva con moglie e tre figli. Certo non solo qui non siamo nel Minnesota: non siamo nemmeno nel Maine.
Non è una questione di american dream, si tratta di smetterla di criticare e cercare scorciatoie al successo. Si tratta di giocare la partita sul campo, col sole o con la pioggia, si tratta di lavorare: art. 1 l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Se preferite Bill Shankly in Red or Dead di David Peace.

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