Niente Sconti

Ezio si chiedeva sempre se lo spazzolone era troppo grande per il suo locale o se sedie e tavoli lo affollavano troppo, complicandogli oltre il lecito l’ultima delle incombenze della giornata. Stava approcciando la fetta di pavimento sotto l’ultimo tavolino, tre sedie soltanto, una pacchia, quando l’occhio gli cadde su qualcosa di bianco che giaceva sul pavimento. Era un foglio bianco, come quello delle stampe o delle fotocopie. Era pulito e ben piegato, verosimilmente non abbandonato ma smarrito, forse scivolato da una tasca. La curiosità morbosa lo spinse ad aprirlo. Tanto c’era sempre la scusa che “poteva essere un documento importante, era meglio leggerlo”.

Era la stampa di un email. Si capiva dall’intestazione della pagina.
Cominciò a leggere.
“Dunque, come ti dicevo ieri sera, la tua frase che mi ha chiarito le idee piu’ di ogni altra e’ “io non voglio giocare a scacchi, DEVO”. Qui dentro ci sta tutto.”
Scacchi. Parlava di giocare a scacchi. Ebbe un tuffo al cuore. Non sentiva parlare di scacchi dal 1972. Gli prese un misto di eccitazione e di dolore.
“Se le cose per te stanno veramente cosi’ non avrai pace per il resto dei tuoi giorni, puoi obbligare te stesso a smettere di giocare, di guardare, di leggere di scacchi ma non c’e’ niente da fare, la passione prima o poi torna a farsi sentire piu’ prepotente di prima. E’ un film che ho gia’ visto, me lo sono proiettato io stesso su di me medesimo.”, la email continuava.
Si rivide ragazzino, nella casa di ringhiera in Via Padova, la sera alle sette sul balcone ad aspettare suo padre che tornava in bicicletta dalle officine meccaniche ATM, con le tracce di morchia sulle mani e con la copia del Corriere ancora intonsa comprata al mattino.
Lui preparava i pezzi sulla scacchiera, il padre saliva le scale, entrava in casa, un bacio a sua madre, appoggiava la giacca e si sedeva al tavolo. Insieme aprivano il giornale cercando voluttuosamente la pagina con l’articolo sulla partita del giorno prima giocata al mondiale di scacchi. Un altra vittoria di Fischer. Quell’americano era un genio. Rigiocavano le mosse e le commentavano insieme, mentre la madre indaffarata ai fornelli li guardava pensando “QUANTO LI AMO”.
Riprese a leggere l’email
“Chiarito questo, che e’ gia’ tanto, tu dici di essere affascinato dalla bellezza dei pezzi, dalla loro apparente quieta sobrieta’, ma ti poni in posizione di reverenza quando pensi alla loro esplosiva dinamicita’ e al loro potenziale distruttivo. Suggestivo. Rende meravigliosamente l’idea.

Vorresti dominarli, ma hai dubbi ad ogni pie’ sospinto. Vorresti metterti alla testa di una parte di questo pacifico esercito e guidare i tuoi fanti alla vittoria ma senti che ti mancano le nozioni per plasmare tanto potenziale inespresso. La vittoria ti fa stare bene, la sconfitta ti contorce le budella.
Sei uno scacchista perfetto. Sei Alechine. Sei Fischer.
Non c’e’ ironia in quanto ti ho appena detto. Le loro biografie parlano da sole. Leggere per credere. Motivazione. Fuoco interiore. Fermento. Chiamalo come vuoi, pero’ tu CE L’HAI. Te ne rendi conto?”
Come no? Certo che se ne rese conto.
Alla fine del mondiale di scacchi suo padre lo portò alla Scacchistica Milanese. Si iscrissero ad un torneo, era il primo per entrambi. Conobbero i migliori scacchisti di Milano, giocavano in fretta per andare a veder giocare “quelli bravi”, aspettando che finissero la partita per sentire i loro commenti senza perderne nemmeno una parola.
Era tremendamente bello. Era un turbinio di emozioni. Il capogiro che ti prende in partita quando vedi una bella mossa, gli odori di caffè e di tabacco da pipa che vengono dal piccolo bar, la voce del Maestro Rubinstein che spiega la Partita Spagnola a un ragazzino, ma soprattutto la vicinanza con quell’uomo austero che era suo padre e che solo con gli scacchi lui sentiva affine.
Riprese a leggere col groppo in gola.
“Quando incontri una donna che ti affascina, all’inizio sei colpito dalla sua personalita’, da come si pone, da come cammina, vuoi sapere tutto di lei, vuoi destare la sua attenzione, sentirti vivo, parlarle, suscitare emozioni in lei, rapirla, portarla dalla tua parte, e quando incominci a credere che i giochi siano fatti ecco che lei si ritrae, sparisce, ti lascia con l’amaro in bocca e devi inventarti qualcosa di nuovo, capire cosa non ha funzionato, leccarti le ferite e ricominciare piu’ testardo di prima.
Da ragazzino i primi tentativi sono goffi, passi le sere nel tuo lettuccio a pensare a quanto sei stato coglione con quella la’, a come potevi essere piu’ brillante, immagini situazioni in cui rivivi la stessa scena ma reciti un finale diverso, ne parli timidamente con gli amici veramente fidati, guardi come fanno, ridi con loro delle vostre goffaggini, cresci e impari, e finalmente… il primo bacio!!!”
E’ questa ne piu’ ne meno la parabola degli scacchi. Sei affascinato, vuoi imparare, giochi, perdi, ti chiedi perche’, ci lavori sopra e impari. Semplice e devastante al tempo stesso.
Il Maestro Fabio Severitani di Bologna ama ripetere “…sulla scacchiera bisogna soffrire, Dio bono!”. Quanto ha ragione. Quanto.”
Curiosa la vita. Lui non ci arrivò a capirlo, e nemmeno ebbe il tempo di chiederlo a qualcuno. Una sera come tante stette affacciato alla ringhiera della sua casa. Suo padre tardava, non capitava mai. C’era uno strano fermento nel cortile, tutti correvano verso il portone e poi in strada. Chiese a sua madre il permesso di scendere. Quanto avrebbe maledetto quella richiesta.
Fuori dal portone, ad un passo da casa, dalla salvezza, c’era suo padre, in terra, la bicicletta a dieci passi. Un camionista disperato che piangeva seduto in terra: “Non l’ho visto, non l’ho visto” ripeteva a nessuno ormai perchè l’aveva già detto a tutti.
Non toccò più gli scacchi da quel momento.
L’email era quasi finita, e i suoi occhi erano lucidi
“Vuoi imparare a giocare a scacchi? Devi soffrire. Sulla scacchiera. Niente sconti, per nessuno.”
Fine.
Ripose lo spazzolone, chiuse il bar e si diresse verso casa.
Cenò in un silenzio irreale.
Prima di mettersi a letto cercò qualcosa da leggere. Quella sera non prese un libro a caso. Ne cercò uno ben preciso. Sapeva che c’era. Era un regalo di sua madre.

Si mise a letto sapendo che non avrebbe preso sonno presto. Fischer-Spassky: la sfida del secolo, edizioni Mursia, Milano 1974.

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