Non dico di no

La figlia del capo è proprio bella. Non so dire se è bella perché è la figlia del capo o se è bella di suo. La guardo un po’ più da presso per poter dirimere la questione.
Sono ormai così vicino che posso distinguere la trama di quel vestitino nero scollato sulle spalle, in tono con gli occhiali, dalla montatura esile. E a questo punto che si apre ad un sorriso, e in un saluto che mi confonde e a cui rispondo goffo.
Cercando rifugio in un altro luogo, inciampo negli occhi azzurri del capo, stretti tra le palpebre in una fessura. Ha osservato tutta la scena, in piedi, appoggiato al bancone, ha aspirato il suo sigaro, e sbuffato in aria il fumo come un locomotiva a vapore.
Non credo si illuda che le virtù della figlia costituiscano un bene da difendere, ma so che – reso poco lucido dalla paranoia egocentrica, primaria virtù di ciascun uomo che detenga un potere riconosciuto magari aggravato, come nel nostro caso, da carisma naturale – so che, dicevo, si sta chiedendo se il mio interessamento sia motivato da sani istinti ormonali oppure se è un modo come un altro per trovare posto a corte.
Vita solitaria quella del capo, se ad ogni gesto ricevuto deve anteporre la domanda: qual è il tuo scopo ?
O meglio, la domanda: a quale parte del mio potere ambisci ?
Non saprei dire se primo degli ultimi è meglio che ultimo dei primi. Ad essere il re dei pezzenti si può peccare d’orgoglio reclamando dignità, ma un servo del re riceve cena pagata e non ha da competere per il suo posto [che altri invidiando, guardano con disprezzo]. Da mediocre, la penso così.
Mediocre, ma puro di cuore. Se guardo la figlia del capo che mi riguarda e sorride e a cui sorrido anch’io ed insieme abbassiamo gli occhi per non scoprire da subito il gioco è perché penso che è bella.
E lei lo sa.

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