Nymphomaniac

nymphomaniacL’unica differenza tra Ultimo tango a Parigi, un film del 1972 diretto da Bernardo Bertolucci, e il nuovo genere di film d’autore con espliciti contenuti sessuali non simulati che imperversa sugli schermi cinematografici da almeno un decennio, è l’assenza del burro nella ricetta sessuale del momento, perché alza troppo il tasso di colesterolo “cattivo” nel sangue. Per il resto sembra proprio che Eros e Thanatos siano entrati in un circolo vizioso.
Nymphomaniac (2013) racconta la confessione di una ninfomane dei nostri giorni, credo. Il contesto storico e sociale è piuttosto sfumato. Con questo film Lars Von Trier chiude la “trilogia sulla depressione” che lo ha visto dirigere in successione Antichrist (2009) e Melancholia (2011). Sottolineo la parola “depressione”, così che lo spettatore medio in vena di trasgressivi pomeriggi domenicali di coppia al cinema, rifletta a lungo prima di affrontare il nuovo film “scandalo” del controverso regista danese. Per dissuaderlo ulteriormente, la pellicola che è stata distribuita nelle nostre sale è una versione tagliata delle scene più hard di circa un’ora, il che fa apparire Nymphomaniac, se non proprio un film per educande, di sicuro meno “pornografico” di 9 Songs diretto da Michael Winterbottom nel 2004. Rispetto ad altri film del genere quello di Lars Von Trier è più ironico e divertente. Mi è piaciuta la figura dell’anziano confidente colto e piuttosto fuori dal mondo (come il film del resto) che fa improbabili parallelismi tra il sesso, la pesca a mosca e la sequenza di Fibonacci. E’ uno spasso anche l’intera sequenza di Uma Thurman che porta i figlioletti a trovare papà che li ha abbandonati per un’amante ragazzina,  anche se il riso è amaro.

Il difetto del film di Lars Von Trier (è vero, è solo il volume 1), come di tutti gli altri film d’autore di questo tipo, è che è superficiale e già vecchio e per nulla diverso, a mio parere, da quelle terribili commedie sentimentali in serie che impazzano al cinema di questi tempi sulla nuova moda del momento, gli amici di letto. Per temi trattati e profondità di analisi, io non vedo nessuna differenza tra Friends with Benefits (2011) con Justin Timberlake o No Strings Attached (2011) con Ashton Kutcher e i serissimi Shame (2011) del premio Oscar Steve McQueen con il pur bravo Michael Fassbender, e la serie televisiva “Tell Me You Love Me” prodotta nel 2007 dalla HBO. Tutti i personaggi di questi film, tutti questi atleti del sesso, sono dei perfetti nevrotici e c’è molta tristezza nel sesso che praticano. Ci si incontra come se fossimo dei vampiri, il sesso serve a contrastare la solitudine, a sua volta determinata da un vuoto familiare e/o interiore, l’amore fa paura e bla bla bla. Perché, ovviamente, tutti questi film non parlano di sesso ma d’amore, e dei crimini che si commettono in suo nome. Il che, lasciatemelo dire, ha un po’ stufato. Possibile che questi presunti autori non siano riusciti a trovare qualcosa di nuovo da dire dal 1972 a oggi? Se i sentimenti non cambiano nei secoli, cambia almeno il contesto in cui si esprimono. E la tecnologia che li veicola. La stessa qualità della solitudine è cambiata.
Viviamo in un mondo quasi infantile, nel quale può trovare istantanea soddisfazione ogni domanda, ogni possibilità, si tratti di stili di vita, di viaggi, o di ruoli e identità sessuali. Viviamo in un mondo governato da fantasie di ogni specie, come all’interno di un enorme romanzo (lo diceva Ballard negli anni ’70 e Cronenberg nel 1996, dirigendo Crash). Parlare solo e sempre di una generica paura d’amare, aggrapparsi a trite e semplicistiche teorie freudiane per spiegare gli oscuri segreti del cuore di una donna o di un giovane e mostrare del sesso all’ingrosso un tanto al chilo per scandalizzare un pubblico medio dedito a trasgressioni impiegatizie, può sembrare ridicolo e vagamente nostalgico quando puoi comodamente usufruire della pornografia dal computer di casa e organizzare appuntamenti con sconosciuti/e a tutte le ore del giorno in chat.  Diciamolo, è il contesto sociale in cui viviamo a rendere da solo anacronistiche le provocazioni di Lars Von Trier. Ho trovato molto più acuto e interessante, pur con le sue ingenuità e i suoi limiti, Don Jon (2013) di Joseph Gordon-Levitt. E l’unico film d’amore davvero trasgressivo che ho visto negli ultimi anni è Bright Star (2009) di Jane Campion. Tutti questi Nymphomaniac sono solo strilli sul giornale di ieri.
Nymphomaniac, Lars Von Trier, 2013

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