Racconto di Fate sul Cemento

un racconto di Matteo “Bovaz” Piovanelli.

— Non posso credere che ci credi davvero… — Joshua era seduto a cavalcioni della balaustra di legno del molo piccolo. Il leggero vento salmastro di quella giornata grigia trattava la sua giacca slacciata di finta-pelle blu come fosse un mantello, ma non riusciva a peggiorare la situazione caotica dei ciuffi biondastri che aveva in testa. Lì seduto, appuntava su Marlene lo sguardo che si usa coi bambini che dicono una bugia palesemente troppo fantasiosa.

— Non ho bisogno di crederci. — La ragazza si era infervorata già da qualche battuta. Ora teneva i pugni stretti ai fianchi, le braccia tese fino a farle male dentro le maniche dello spolverino che le nascondevano lo sbiancare delle nocche. Il colletto rialzato si piegava verso il collo a sinistra e si mischiava nella danza dei capelli castani. Intanto Marlene gridava. — Non si crede in ciò che si
sa: lo si sa e basta.

— Quindi tu sai che ci sono delle fate — pose particolare enfasi su questa parola, a sottolineare che era il fulcro intorno a cui ruotava tutto il suo scetticismo — che se ne vanno in giro per la città.

— È esatto.

— Stavo riepilogando. E mi dici anche che sai dove si trovano la sera.
— Non proprio. So dove si vedono il giovedì sera. Le ho viste l’altro giorno, e anche la settimana prima e quella prima ancora. — Marlene si stava quietando: pareva soddisfatta del fatto che l’altro le
sembrava si stesse convincendo.
— Ok. Quindi sai dove si incontrano le fate il giovedì sera, qui in città. Bene. Dove?

— Al parco dei principi.

— Quella specie di prato abbandonato e sporco, con tutte quelle statue dall’aria lugubre?

— Già.

— E che cosa cazzo ci facevi al parco dei principi di giovedì sera, e per tre settimane di fila nientemeno?

— Beh… — D’un tratto la ragazza si chiuse timida.

— Ti dovevi incontrare con Max, vero? — Max era il loro spacciatore di fiducia, se così si può dire. La cosa bella era che non si sarebbe mai detto che Max spacciava, non conoscendolo, perché dava l’impressione che fosse sua madre a scegliergli i vestiti. Il suo business era cominciato al liceo: per evitare di essere preso di mezzo dai compagni più popolari, si era ingegnato a trovare un modo
di rendersi importante o almeno utile. La sua strategia si era effettivamente rivelata vincente.

— Solo la prima volta… — Rivelato questo piccolo dettaglio, Marlene si era fatta piccola piccola, perché sapeva che poteva invalidare tutta l’opera di convincimento in cui si era impegnata quel pomeriggio

— Ecco… E magari Max ti ha concesso un piccolo assaggino prima di darti quello che volevi?

— Non ero fatta! — La ragazza era di nuovo esplosa nella sua furiosa dialettica da bambina capricciosa di nove anni. — Non ho allucinato!

— Hai visto delle fate! — Concluse Joshua con un tono che voleva ironicamente darle ragione, ossia no.

— Ti odio quando fai così. — E in quel momento ci credeva davvero, soprattutto considerato il sorriso d’avorio a mille denti con cui rispose l’amico. — E comunque le altre due volte di sicuro non mi ero fatta di niente.

— Sicura?

— Ma cazzo! Te lo sto dicendo!

— Ammetterai che delle fate al parco dei principi…

— Cosa? — In pratica gli strillò la domanda in faccia, perché la sua pazienza aveva un limite, e non ne poteva più di spiegare a quel cazzo di scettico cosa aveva visto chiaramente con quei suoi due occhi.

— No, dico… è strano… difficile da credere… — Merda, Marlene era talmente convinta che quasi quasi ci voleva credere anche lui, quanto meno per farla contenta. Era stato un pomeriggio lungo, stare ad ascoltarla, e adesso stava cominciando a fare freschino. Pensò di allacciarsi la giacca, ma gli sovvenne che così era molto più bella.

— Infatti, d’accordo. Anche io pensavo di avere preso un abbaglio, cazzo, la prima volta. Ma tre volte di fila no. Non è possibile che mi sia immaginata tutto per tre volte di fila. Sono andata lì ogni fottuta sera degli ultimi venti e passa giorni, e ti dico che ogni giovedì sera ecco che spuntano le fate.

— E che fanno?

— Non so. Niente. Se ne stanno lì a svolazzare e dopo un poco se ne vanno. Magari decidono che fare della serata. Non lo so. Ma nemmeno me ne importa, cazzo. Per ora mi importa saperne di più, magari andare a conoscerle.

— A conoscerle? E cosa pensi di fare? Scavalchi il cancello e ti butti in mezzo al loro gruppo, o sciame, o stormo, o come-diavolo-vuoi-chiamarlo?
E fu così che l’entusiasmo della ragazza si estinse. Fu come vedere un fiore appassire, solo sedicimila volte più veloce. Quasi sembrò che Marlene cambiasse anche colore. — Cazzo. Non ci avevo pensato così.

— Ascolta. — cercò di razionalizzare Joshua. — Facciamo così. Giovedì prossimo vengo con te al parco, e mi fai vedere ‘ste fate, ok? Poi magari cerchiamo di scoprire come si dovrebbe fare ad avvicinarsi a dei piccoli esseri mitologici inesistenti.

L’altra non colse l’ultima parola, o la ignorò completamente. Per il piacere degli anonimi occhi castani del ragazzo, le iridi quel giorno grigie di Marlene si illuminarono dall’interno. — Perfetto
.
Il giovedì successivo Marlene era già davanti al cancello del parco una buona mezz’ora prima di quando si fosse data appuntamento con Joshua. Lui arrivò poco dopo, con in mano un felafel.

— E quello cosa cazzo è?

— Un felafel. Là dietro — gesticolio della mano libera ad indicare vagamente la direzione da cui era arrivato il ragazzo — c’è un georgiano che lo fa stupendo.

— Quando ci eravamo messi d’accordo non si era parlato di cibo.

— E allora?

— Metti che adesso non vengono per colpa del tuo panino?

— Punto primo: è un felafel.

— Un felafel-panino.

— Punto secondo: — Continuò lui allontanando la risposta con un gesto della mano che non reggeva il panino-felafel — se questi esseri magici hanno paura di un cazzo di felafel, allora hanno problemi ben più gravi del fatto che probabilmente non esistono. Punto terzo: sto felafel è proprio buono, e quindi vale la pena di non vedere delle fate per mangiarselo. E inoltre non ho ancora
cenato.

— Beh, io ti ho avvisato. Se non vengono sai che è colpa tua.

Joshua rispose un mugugno di assenso addentando con piacere il suo felafel, e scoprendo con ancora più piacere che negli occhi, quella sera vagamente dorati, dell’amica era palese il desiderio di assaggiare. Ma era troppo orgogliosa per cedere, accettando la presenza di un felafel al suo sacro incontro con il magico mondo delle fate. Ok, non aveva mai usato questa espressione, perché altrimenti lui l’avrebbe derisa davvero troppo. Ma se non fosse per questo l’avrebbe potuta usare tranquillamente. Anzi, se aveva un diario segreto da ragazzina, probabilmente aveva descritto così quella serata.

Mentre lui finiva il suo panino (ci si poteva ingozzare per quel che la riguardava), Marlene si appoggiò alle sbarre del cancello, immaginando saette che lo colpivano con effetti da cartone animato, attirate dalla polpetta vegetale che stava masticando. Quando lui le parlò seppe che aveva finito di mangiare, e che quindi poteva guardarlo senza ricordarsi di essersi dimenticata di cenare.

— A che ora è che dovrebbero arrivare le tue amiche?

— Le altre volte sono comparse intorno alle nove.

— Porca puttana! E allora perché cazzo mi hai detto di essere qui per le otto?

— Non volevi mica rischiare di essere in ritardo? — La voce le uscì più acida del voluto, ma non era riuscita a trattenersi.

— Cazzo… E io che sono anche arrivato in anticipo…

Marlene tornò ad appoggiare la testa tra le inferriate del cancello. Ogni tanto si voltava verso l’altro, ma lo scopriva sempre intento a camminare avanti e indietro fumando sigarette a ripetizione, un po’ per il vizio, un po’ per il nervoso, un po’ per rispondere alla domanda (Ma chi cazzo me lo ha fatto fare?) che gli frullava in testa. Dopo una mezz’oretta Joshua cristonò sonoramente.

— Che cosa cazzo c’hai adesso?

— Ho finito le sigarette, porca troia. Vado a comprarle.

— Sbrigati.

— Altrimenti? Mi perdo il balletto delle fatine?

Il tono con cui la domanda era stata posta consentiva una sola risposta. — Fanculo!

Marlene prese a guardare ossessivamente l’orologio fino a quando non fu tornato il ragazzo. Aveva bisogno che qualcuno le credesse, e sapesse quello che sapeva lei. Non che dubitasse di quello che aveva visto, ma se si fosse sbagliata?

Alle nove spaccate, non sentirono alcun rumore. Pochi attimi dopo Joshua stava per fare una battuta sul fatto che quelle piccole stronzette volanti se la prendevano pure comoda a farsi vedere, ma preferì evitare una discussione in quel momento. Il viso dell’amica era dipinto in un’espressione così puramente implorante da essere dolorosa agli occhi. E inoltre, se avesse avuto ragione? Non che lui ci credesse, ma mettiamo caso che avesse ragione, e che se lui avesse fatto casino, le fate, spaventate o chissà che, decidessero di non mostrarsi? Meglio non rischiare. Non aveva ancora deciso se l’avrebbe derisa quando nulla sarebbe apparso. A giudicare dagli occhi che aveva Marlene
in quel momento, forse non sarebbe stato il caso, per qualche tempo. Magari le avrebbe offerto qualche cosa da bere per tirarla su, prima. Ripensandoci era meglio di no: con la delusione che sembrava dovere patire da un momento all’altro, l’alcol l’avrebbe resa una compagnia frignona e fastidiosa. La sentì trattenere il fiato, e si rese conto che era rimasto con lo sguardo puntato su di lei,
senza davvero vederla, sovrappensiero.

La ragazza si era portata una mano davanti alla bocca. Con l’altra, quasi in lacrime per l’emozione, indicava nel parco. Seguendo la traiettoria del braccio e del dito che lo terminava, gli occhi di Joshua arrivarono a delle luci che fluttuavano davanti alla statua derelitta di chissà chi. E queste luci parevano lasciare una scia come di polvere, che cadeva lenta e si disperdeva in fretta. E
ce n’erano di tutti i colori: verdi, gialle, rosse, azzurre, bianche, viola. Di tutti i colori che si potrebbero dare a delle luci allegre. Senza parole, il ragazzo provò ad aguzzare lo sguardo, ma quelle cose erano troppo lontane, e troppo piccole, e non riuscì a cogliere altri dettagli. Si limitò a fissarle, allora. Altrettanto faceva Marlene.

Ad un certo punto le fate volarono tutte nella stessa direzione, scomparendo nel buio del parco deserto.

Al ragazzo ci volle ancora un po’ di tempo per staccare lo sguardo dalle ombre dove prima avevano volato quelle cose. Quando lo fece incrociò quello dell’altra: uno sguardo felice, commosso dal trionfo. Non seppe cosa dirle, e lei si limitò ad attendere.

— Cristo… — fu tutto quello che infine lui riuscì a cavare fuori dalla sua gola secca. Aveva bisogno di bere qualcosa, e anche in fretta.

Marlene gli si gettò al collo. Era il suo modo per iniziare a festeggiare la cosa. La seconda parte dei festeggiamenti doveva assolutamente includere un pasto.
Così non pensò nemmeno di rifiutare quando Joshua propose di andare ad un pub che aveva visto arrivando, vicino al georgiano del felafel. Il pub in questione era piccolo e aveva un’aria molto familiare. Di più non si può dire, perché i due amici, presi come erano dai loro pensieri e da ciò che avevano visto, non registrarono nessun dettaglio. Si sedettero ad un tavolo. Joshua lasciò la giacca di simil-pelle blu sullo schienale della sedia ed andò ad ordinare due Guinness, e chiedere che c’era da mangiare per Marlene. Visto che la ragazza si era dichiarata disposta a riempirsi la pancia con qualunque cosa, le ordinò un po’
dell’arrosto di maiale al miele-e-mostarda con patate che c’era stato per cena.
Mentre aspettava le due stout, stette appoggiato al bancone fingendo di badare al gruppo che si stava preparando sul piccolo palco del locale. Fisarmonica, chitarra acustica, arpa, flauto. La ragazza dell’arpa (arpista?)
era già seduta al proprio posto che accarezzava lo strumento con gli occhi chiusi, un mezzo sorriso, un’aria nel complesso divertita ma concentrata, come se cercasse di capire, appena sfiorando le corde, se tutte le note sarebbero suonate intonate. “Ecco le sue due pinte, ragazzo”.

Anche Marlene stava guardando il gruppo. Accolse con piacere la birra che gli portava l’amico, e con un po’ di dubbio l’ordinazione che aveva fatto per lei.

— Domattina a che ora apre il parco? — Chiese lui tutto ad un tratto.

— Non so… Non sono nemmeno sicura che apra. Hai visto in che stato è?

— Se non apre, tanto meglio.

— Ma che ci vuoi fare?

— Voglio andare dove abbiamo visto volare quelle cose

— Fate — lo interruppe.

— Ok, le fate. — Acconsentì Joshua abbassando la voce. — Voglio che andiamo lì.

— E perché, scusa?

— Perché quella specie di scia, di polvere colorata che si lasciavano dietro. Deve essere finita per terra quella roba. E allora dobbiamo raccoglierne e capirne di più.

— Certo, cazzo. — Rispose Marlene, illuminandosi (anche perché aveva adocchiato un piatto uscire dalla cucina) — Non ci avevo mai pensato.

Nell’istante in cui il cameriere stempiato sulla cinquantina posava il piatto davanti alla ragazza, nel pub cadde il silenzio. Il gruppo era pronto e stava per cominciare. Joshua si guardò un attimo attorno, e scoprì che erano sicuramente i più giovani in quel posto. Tutti i clienti sembravano avere quasi l’età del tizio che li aveva serviti, se non di più, tranne un ragazzo sulla ventina che se ne stava
in un tavolino d’angolo, dando col viso verso il posto vuoto contro il muro. Ora anche lui però guardava verso il palco, in attesa.

Le prime note giunsero dalla voce dell’arpista, che ancora teneva gli occhi chiusi, e né Marlene né il suo compagno avrebbero saputo dire se erano parole o che altro. Sicuramente non le capivano, quindi potevano tranquillamente essere semplici suoni. Lentamente tutti gli strumenti si unirono alla canzone, e nel pub ripresero i dialoghi, con toni sommessi come a non volere disturbare i musicisti.
Il ragazzo nel tavolo d’angolo si mise a parlare da solo, conferendo ad ampi gesti con un interlocutore inesistente, ma nessuno parve farci caso, e quindi anche Joshua decise di ignorarlo.

La mattina seguente i due si trovarono davanti a scuola con largo anticipo rispetto alla campanella, e presero il bus per andare al parco dei principi. Trovarono chiuso, ma non si scoraggiarono. Mentre Marlene faceva da palo, l’altro scavalcò il cancello. Guidato dalla memoria e dalle mezze indicazioni dell’amica, fu sul punto dove le fate avevano volato. Guardò per terra, si guardò tra i piedi, ma niente. Non c’erano polveri colorate. Si mise gattoni per controllare meglio.

Né polveri, né null’altro di insolito. Niente di niente. Rimase lì per un bel po’ a trascinare il naso per terra, col ritmo e il volume delle bestemmie che aumentavano man mano. Neanche le imprecazioni però cambiarono la faccenda. Non c’erano tracce delle creature che erano volate su quel punto la
sera prima.

All’ennesimo — Cazzo! — Marlene rispose.

— Basta, se non c’è niente non c’è niente. Vieni fuori.

— Ma non è possibile…

— Nemmeno che ci fossero delle fate ieri sera lo era…

— Cazzo…

— Ok, hai messo in chiaro la tua opinione. Ora andiamo a fare colazione.

— Dobbiamo tornare.

— Va bene…

— E sai cosa? Chiamiamo Marco e Andrea, e gli diciamo di portare una telecamera.

— Giusto. Dopo colazione andiamo a vedere se Marco è a casa.

— Perfetto.

Così dopo colazione andarono dal loro amico Marco, che abitava con la sua ragazza Andrea in un appartamento per universitari, e che aveva una telecamera perché si spacciava per un regista. Andrea non c’era, ma Marco fece che accettare la proposta per entrambi, dichiarandosi scettico ma ben disposto, nel caso si fosse sbagliato, a riprendere delle vere fate.

Il giovedì Marlene e Joshua si presentarono alla stessa ora. Come la volta precedente, per scaramanzia e fame, il ragazzo si presentò con un felafel. Il che fece ridere l’amica.

— Cosa?

— Niente.

Poi arrivarono Marco e Andrea. Lui era armato di una telecamera piccola piccola, ma che garantì essere perfetta per riprendere qualunque cosa con qualunque luce. Lei si era messa addosso i vestiti più sgargianti che aveva trovato nell’armadio, perché pensava che sarebbe stato il modo giusto di agghindarsi. Si era anche ricoperta il viso di trucco colorato, come si potrebbe dipingere la faccia di una bambina per carnevale. Joshua aveva la sua giacca in simil-pelle blu, slacciata, ed un paio di jeans; i suoi capelli erano disposti in una maniera talmente caotica che si poteva pensare solo fosse dovuta a ore davanti ad uno specchio. Marlene indossava il suo spolverino; teneva i capelli sciolti, ma sopra ci portava un basco morbido che non si faceva notare troppo. I suoi occhi erano tra l’argento e l’oro. Marco si era infilato dentro ad una camicia chiara, e poi in un gilet a tinte smunte ed un paio di pantaloni slavatissimi. Aveva i suoi occhiali inutili (dovevano servire per riposare gli occhi, tipo quando usava il computer, ma li portava sempre, e quindi erano inutili) e la tracolla della telecamera.

Le nove. Da qualche parte sicuramente delle campane stavano suonando nei loro comodi campanili. Marlene non ne sentiva: fissava le ombre del parco fremendo per l’attesa. Dentro di sé sapeva che non sarebbe stata delusa. Joshua dubitava di avere visto ciò che aveva visto la volta precedente, e pregava di non essere considerato pazzo: quelle fate dovevano ricomparire. Marco si era già stufato di aspettare. Aspettare era una cosa da fotografi: lui doveva cogliere la vita, il momento, e questi erano sempre in moto e non si fermavano ad aspettare.
Andrea non sapeva cosa pensare, ma d’altronde lei non lo sapeva mai. In genere si limitava a non pensare affatto: l’importante era dare all’esterno l’impressione di essere a proprio agio, buttando magari vaghi commenti privi di significato ed aggirando le domande dirette.

Un altro rintocco da qualche parte dichiarò che erano le nove e un quarto.

— Beh, si fanno attendere le vostre amiche… — Dal tono di Marco era palese che si sarebbe divertito a deriderli pubblicamente non appena gli si fosse presentata l’occasione.

Joshua rispose bruscamente. — Che cazzo vuoi che ne sappiamo?

— Tranquilli ragazzi. — Si interpose Andrea, tutta moine. — Non è il caso di arrabbiarsi, mi pare. Siamo usciti una volta noi quattro tutti assieme, approfittiamone per berci qualcosa e fare quattro chiacchiere da amici, no?
— Per me va benissimo. — La appoggiò Marco. — Purché nessuno tiri in ballo elfi, orchi, o altre cazzate simili.

Senza dire niente, Marlene se ne andò. Joshua, mandando affanculo gli altri due, la seguì preoccupato. Andrea disse che non era modo di comportarsi, e Marco dichiarò che si sarebbero calmati e avrebbero sistemato le cose. Loro due se ne tornarono a casa, passando subito a parlare di nulla con spensieratezza.

Marlene e Joshua tornarono al pub, appena lei riuscì a convincersi che non avrebbe pianto dalla delusione, e lui fu in grado di non essere troppo acido per la figura fatta con gli amici. Non c’erano gruppi che suonavano, e nemmeno l’arrosto

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