Red or Dead

redOrDeadRed Or Dead è un romanzo straordinario, anche se  la maggior parte dei lettori lo ritengono illeggibile, basta fare un giro sulle recensione nei vari social. Non so nulla di calcio, quindi l’ho letto senza interesse alcuno per il gioco o il tifo.

David Peace ritorna al mondo del  calcio dopo Il Maledetto United, questa volta affronta Bill Shankly e il Liverpool Footbal Club dal 1959 a metà degli anni ottanta. Biil Shankly che, nel giro di un paio d’anni, trasforma un negletto club di serie B in una delle squadre più forti al mondo: vince tutto, o quasi. Red or Dead è il ritratto di un uomo Biil: una vita per il calcio, il calcio totale. La squadra non è formata solo dagli undici in campo, ma da tutti: dai dirigenti alle riserve e soprattutto dai tifosi,  dalla città di Liverpool. Si gioca per la città, perché i giocatori hanno un debito verso i loro tifosi. Il calcio come religione e filosofica di vita. Bill è un socialista convinto e la sua parabola di vita e di manager è strettamente collegata alle vicende sociopolitiche che attraversano gli anni difficilissimi per la Gran Bretagna. Dai trionfi e sconfitte del Liverpool  e del partito laburista, fino al trionfo di Margareth Thatcher. Bill che vede nel  calcio un modo di riscatto per tutti e dove i soldi devono bastare a mantenere decentemente la famiglia: dare un tetto, cibo, vestiti e possibilità di studiare ai figli. Nient’altro. Una critica evidente agli attuali eccessi.

Bill non crede nella sfortuna o negli errori arbitrali, Bill crede solo nel duro lavoro, si gioca sempre: pioggia, sole, neve, caldo, freddo. Sempre e comunque. I grandi successi di Bill arrivano lungo un calvario di sconfitte interminabili e dolorose. Vincere è bello e facile ma dura poco, la forza di Bill e della sua squadra è reagire alla fila infinita di sconfitte per diventare la squadra migliore al mondo: “Bill knew failure could become habitual, defeat become routine. Routine and familiar. Familiar and accepted. Accepted and permanent. Permanent and imprisoning. Imprisoning and suffocating. Bill knew failure carried chains. Chains to bind you. You and your dreams. To bind you and your dreams alive. Bill knew defeat carried spades. Spades to bury you. You and your hopes.”

Ma la parte più pregevole di Read or Dead è lo stile, la scrittura. Proprio quello che quasi tutti stroncano. Read or Dead è una sinfonia linguistica. Come in un’opera musicale dove i temi si ripetono sono le piccole variazioni di note a portare avanti i temi. Così in Red or Dead le continue ripetizioni, elenchi di formazioni, classifiche, riproducono il mondo di Bill: ogni partita fa storia a se, si ripete sempre uguale e sempre diversa, e basta una parola, una variazione per entrare in un nuovo tema e  in un nuovo pezzo di storia. La fatica emotiva e fisica che si ripete a ogni partita:  “Liverpool Football Club played in the wind and in the rain, in the mud and in the fog, in the sleet and in the gales.

Red or Dead è un’altra dimostrazione che esiste ancora la possibilità di letteratura, lontana dalla standardizzazione di tutti gli altri media, che sappia raccontarci una storia obbligandoci a pensare. Ci sarebbe tanto altro da dire su Dead or Dead, ma lascio la parola a Bill Shankly: “The success of Liverpool Football Club is no one-man affair. We are a team. We are a working-class team! We have no room for individuals. No room for stars. For fancy footballers or for celebrities. We are workers. A team of workers. A team of workers on the pitch and a team of workers off the pitch. On the pitch and off the pitch. Every man in our organisation, every man in our team.”

Red Or Dead di David Peace, Il Saggiatore, pp. 648, 19.55€, 2014

,

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

%d bloggers like this:
Disclaimer