Sarabanda

sarabandaRecensione di Fabrizio Garlaschelli.

Ultimo film di Bergman e, volendo, a trent’anni di distanza, sequel di Scene da un matrimonio. Stessi protagonisti, stessa scansione in scene numerate, prevalenza assoluta della parola, del gesto, del comportamento in una sequenza quasi ininterrotta di primi piani e piani ravvicinati.
Marianne, avvocato matrimonialista ultra sessantenne, senza una ragione apparente va a trovare l’ex-marito Johan che, ormai quasi novantenne, vive solo, caustico e amareggiato, in una grande casa tra i boschi. Nonostante abbiano perso i contatti da decenni il passato torna, doloroso, benché stemperato nelle pieghe del tempo. I due ritrovano complicità e incompatibilità lontane. Collaterale ed emblematico si dipana il dramma di Henrik, primo figlio di Jhoan, più o meno coetaneo a Marianne, alle prese con un lutto non elaborato per la morte dell’amatissima moglie e l’amore morboso per Karin, figlia diciannovenne in procinto di sganciarsi dall’opprimente tutela paterna. I temi sono consueti: la complessità dell’amore, l’incombenza della morte, la fragilità del rapporto di coppia, l’ambivalenza della relazione padri e figli, giocata tra odio e dipendenza affettiva, la basilare solitudine esistenziale. Bergman è il geniale bugiardo di sempre, un burattinaio che manipola eventi e personaggi in modo tale da lasciare spazio a verità soltanto transitorie. L’essenza della realtà.

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