Senza Ritorno, un’ipotesi di seguito.

Dunque, circa un paio di anni fa, avevo iniziato a scrivere il seguoto di Senza Ritorno, ne ho scritto una sessantina di cartelle, poi ho lasciato perdere. Nel frattempo ho scritto Sangue al Cuore. Giusto per dimostrare che è vero ecco una parte del primo capitolo che risale oramai al 2010, forse non lo scriverò mai tutto, il titolo c’è già ma non ve lo dico, forse lo scriverò, ma non fa molta differenza per me, per XN qualche implicazione esistenziale c’è. E’ solo una bozza buttata giù di getto, mai realmente riletta.

1. Cani, ricordi e fotografie

Gelida. Quella mattina di novembre premeva sulle finestre con rare gocce di pioggia appiccicose che rigavano faticosamente i vetri. Quando XN aprì gli occhi, stringeva tra le mani il foglietto di carta a quadretti, strappato di fretta da un block notes. Buttò la testa indietro fino a scontrarsi con lo schienale della poltrona: aveva dormito sulla scrivania. Ancora una volta. Era straordinariamente sobrio. Accartocciò il foglio di carta e lo lanciò tra le altre carte sul piano di lavoro, non possedeva più un posacenere dove bruciarlo. Smettere di fumare tempo prima gli era parsa una buona idea, si era impegnato per lei; per Laura che ora se ne era andata lasciando dietro di se solo smozzicate parole su foglio a quadretti. Massagiandosi i gomiti doloranti, cercò di decifrare l’ora da quell’orologio a parete deforme, i danni collaterali del genio di Dalì: una patacca metallica di cristallo satinato e metallo nero, che vorrebbe colare dal muro dove lancette spastiche ruotavano in un vuoto numerico. L’utilità di un orologio senza cifre sfuggiva alle più complesse speculazioni teoretiche di XN, probabilmente dovevano essere le sette del mattino, la rara luce che filtrava dalle finestre, il rumore bianco del traffico esterno, annunciavano una triste mattina di fine autunno. Una mattina nella quale, la donna amata, come personaggio di canzonetta, se ne era andata. Scomparsa senza una valigia, ma in compagnia del cane. Un uomo tradito perfino dal quadrupede, è un uomo senza speranze. A XN non rimaneva altro che contemplare le macerie di quanto gli era rimasto. Il suo appartamento completamente ristrutturato, pareti bianche, lampade cromate, cucina pulita come una sala operatoria e anche un monumentale televisore più piatto della programmazione nazionale. Rimpiangeva l’intonaco scrostato, i ragni negli angoli della libreria e soprattutto odiava il divano nuovo: un parallelepido nero e coriaceo. Avrebbe voluto affondare nel cuio lacero dall’mbottitura sfondata del vecchio sofà. Tutto era andato. Perso per sempre. Grattandosi gli ultimi capelli abbarbicati al cranio, barcollò fino alla porta del bagno, non era più un cesso, era diventato un agglomerato di linde porcellane e tecnologie idrauliche; con tanto di porta in cristallo smerigliato. Nemmeno una porta da sbattere. Lo specchio gli propose l’uomo nuovo che era diventato: occhi limpidi senza venature alcoliche, pelle che aveva abbandonato il grigiore nicotinico. Un uomo in salute, costretto dentro giacca e camicia attillate, troppo alla moda per essere i vestiti di un essere umano che debba anche muoversi. Laura lo aveva trasformato in qualcosa o qualcuno che dalla sera precedente non aveva più nessun senso di esistere. Un appartamente deformato come l’uomo che l’abitava, nel tempo deforme di quell’orologio privo di numeri e prospettiva futura. XN gettò la gicca a terra, slacciò la cintura e tentò di planare sulla tazza del cesso. Ma quella voce lo bloccò a mezz’aria: un animalesco cavernoso ruggito. E poi tutto esplose. Pioggia di cristallo sull’uomo sospeso con le braghe al ginocchio. Quella specie di latrato ancestrale divenne boato tra le candide porcellane. Una figura mostruosa aveva sfondato la porta a vetri. Un gigante dal ventre idropico insaccato in una tuta blu, brandiva un chiave inglese di exacaliburesche dimensioni. Un bestione senza collo, una testa anguiresca malamente coperta da un beretto di lana rossa. XN sedette sul cesso mentre il bestione non smetteva di sventolare l’attrezzo e urlava compulsivamente:

- Dov’è?

La chiave inglese infranse lo specchio. Altra pioggia di fortunose schegge su XN. Vetri che sbriciolavano in sinistri gracchi gracchii il silenzio sotto le suole degli stivali anfibi, un carrarmato. E ancora urla e quell’ossessivo “dov’è’”. XN riuscì proferire un flebile:

-Dov’è chi?

Crollarono anche le pareti della doccia, la rudimentale arma non perdonava nulla. Poi la doppia punta colpì lo sterno di XN, che si trovò seduto sul cesso, la schiena premuta contro la parete e il bestione davanti a lui, lo immobilizzava con la chiave, puntata al petto come a mo’ di spada pronta a spezzare lo sterno. Il gigante urlò un lungo quanto incomprensibile discorso in una lingua gutturale, solo alcune bestemmie erano intelleggibili. La doppia punta dell’attrezzo lacerò prima la camicia e poi la pelle di XN, piccole chiazze di sangue affiorarono sulla stoffa. Tra un bercio e l’altro, divenne confusamente chiaro che l’individuo era alquanto adirato, cercava Laura: la sua fidanzata. XN non riusciva a parlare, soffocato dal dolore al petto, mosse le labbra senza produrre suoni, indicando l’attrezzo e il sangue. L’uomo bestia, allentò la pressione.

-Se ne è andata, non è più qui.

Il volto paonazzo del bestione brillava sotto la pioggia di sudore che grondava sotto il berretto di lana.

-Lei è qui!
-Non più, andata, via per sempre.

Il gigante posò l’elefantiaco deretano sul bordo del lavandino. I due uomini ansimavano.

-Lei è qui!No. Andata. Via.

Qualcosa inizio a scricchiolare, un flebile rumore che divenne tuono, il lavandinò si staccò dal muro trascinando il gigante al suolo. Un terremoto biblico di calinacci, pioggia di boccette e creme dagli scaffali. La bestia, la mano destra stretta alla chiave inglese, giaceva esanime a terra, un dinosauro sepolto dalla toilette. XN poté alzarsì, riportare i pantaloni allacciati in vita e scavalcando quella specie di tricheco spiaggiato ritornare nel soggiorno.

XN vide se stesso: nelle lenti a specchio del Vampiro. La camicia a pezzi, il sangue che rigava il petto e il Vampiro davanti a lui che muoveva le labbra.

-Bros, dovresti chiudere la porta, non sai chi potrebbe entrare. Hai un’aspetto decisamente escrementizio. Dovresti farti una doccia.

XN mosse il mento in direzione della porta del bagno. Le oscure lenti del Vampiro seguirono il movimento. Il Vampiro raggiunse la soglia del bagno. Guardò.

-Non dovresti lasicare entrare elefanti nel bagno.

Sarà per la prossima volta.

XN armeggiava con la moka, riempiva diligentemente il cestello di caffè, spianava e pressava col cucchiano. Il Vampiro alle sue spalle.

-Che hai intenzione di fare?
-Il caffè
-E l’elefante?
-Cerca Laura.
-Ah le meretrici… l’ho sempre detto: se proprio dev’essere da strada meglio la moto della donna….

E mentre il Vampiro blaterava di donne, amanti e le difficili convergenze della vita di coppia il caffè ribolliva. XN posò due tazze sul tavolo, versò il caffè. Seduti al tavolo della cucina, scomodi sgabelli da un metro e mezzo dai quali penzolare i piedi, i due si scrutavano in silenzio. In un frastuno di materiali inerti e rumorose bestemmie il bestione uscì barcollando dal bagno. Il Vampiro lo accolse con lo smagliante sorriso.

-Mon amie, il caffè pronto.

Ma continua, forse prima o poi lo leggerete…

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