Strada Facendo

Spesso vituperato e disprezzato, bollato come cantautore per ragazzine, in realtà Baglioni ha scritto delle buone canzoni. Putroppo appesantite da testi verbossisimi. La colpa che gli viene attribuita più di frequente è quella di non essere impegnato. Il suo tema ricorrente è l’amore.
In questa celeberrima Strada Facendo, ritornano i temi cari all’autore: cuore e amore, che compaiono in epistrofe nel ritornello. Il tutto è pervaso da una catastrofica autocommiserazione che si conclude con un inno di (pigra) speranza per una vita migliore. Potrete anche storcere il naso, ma quanti di voi non hanno avuto almeno un momento in cui avete pensato che tutto e tutti che l’hanno con voi?
Forte la presenza della voce del poeta, con un “io” anaforico ad inzio di, quasi, ogni strofa.
La struttara è quella di una canzone: strofa e ritornello.
Strofa complessa, primi due versi sono formati, più o meno, da un settenario più un edencasillabo. Si aggiungono tre endecasillabi. In rima: A-B-C-D-B
Il ritornello, sempre a grandi linee, è composto da coppie di settenari.
E-F-G-H

Strada Facendo

Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme
Acuta analisi morfologica dell’umana condizione: si cresce di pari passo con i proprio corpo. Notare l’uso dell’ottimistica e infantile forma “diventare grandi”. Non si invecchia. Ma appunto si cresce, tensione verso l’infinito miglioramento. Anche se si riscontra una certa vaghezza semantica nell’aggettivo “grande”. Può essere inteso come “cresciuto” in senso fisico e anagrafico, piuttosto che in senso metaforico: grande in senso sociale e morale. Non dimentichiamo che l’autore reale ha assunto un “ruolo di primo piano” nella scena cantautorale italiano.

con l’anima smaniosa a chiedere di un posto che non c’è
Il dolore tipco del poeta romantico, byroniana lotta titanica.
Qui c’è l’anima e non un generico spirito interno, comunque è mosso da pulsioni che lo spingono alla ricerca di una meta inesistente. Quindi frustrazione assicurata.

tra mille mattini freschi di bicletta,
Dal tono alto dei versi inziali ci si avvicina a termini più prosaici della vita quotidiana,
con una notazione temporale: mille mattini freschi, (fuor di metafora almeno tre anni).

mille e più tramonti dietro i fili del tram
Un tramonto urbano, raro nelle canzoni. Qui siamo lontani dall’”aria spessa carica di sale, gonfia di odori” dei carruggi di De André, o dalla trionfale “arancia rosseggia” e “la luna se specchia dentro ar fontanone” di Venditti. Il ragazzo dai vecchi occhi scuri, in sella alla bicicletta, osserva il sole morire con una certa malinconia “dietro i fili del tram”.

ed una fame di sorrisi e braccia intorno a me…
Al vespro, il ragazzo invecchiato si sente solo, cerca un luogo inesistente evorrebbe essere amato. A meno che non si tratti di Hannibal Lecter, credo che la fame di sorrisi e braccia sia metafora di cronica carenza affettiva.

Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto
Con egocentrismo anaforico si apre la seconda strofa. Logora metafora sui cassetti per indicare grandi quantità di ricordi, però arricchita da misteriosi indirizzi persi. Si potrebbe considerare che se gli indirizzi sono nel cassetto non sono persi, sono dove li ha lasciati. Quindi ha perso anche i ricordi, o se essi permangono gli indirizzi ci sono ancora. Ma si sa: i maschi non trovano mai le cose in casa, è una delle ragioni per cui si sposano.

ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via
Con questo zeugma veniamo a conoscenza di un’atroce verità: tutti lo abbandonano, por nano. Ma non ci è dato sapere perché. Veniamo lasciati nel campo delle ipotesi. Dai versi precedenti oserei suppore: il malinconico ragazzo non è la migliore delle compagnie da frequentare; “andar via” metafora per indicare la morte, il poeta porta sfiga (lo so: certe cose non si dicono); Perde gli indirizzi delle persone e poi si lamenta che non li vede più. Si accettano suggerimenti.

e ho respirato un mare sconosciuto
Sinestesia che introduce ad una criptica metafora. Ma che cosa sarebbe questo “mare sconosciuto”? Mi arrovello ma non trovo spiegazione plausibile. Visto il contenuto vagamente wertheriano del testo, posso solo ipotizzare una tristezza interiore infinita, un certo mal de vivre, un’impossibilità di essere come e con gli altri, che felici popolano il mondo. Per dirla con Leopardi:
Non compagni, non voli /
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi; /
Canti, e così trapassi /
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

nelle ore larghe e vuote di un’estate di città
Altra sinestesia per introduci nell’estate urbana, quella in cui “il pomeriggio e troppo lungo e azzurro”. Ma a differenza del triste (cornuto?) personaggio di Paolo Conte, questo non cerca soluzioni all’esterno di se. Non rimpiange preti chiacchieroni, non si interessa di chi annaffia rose e bazzecole simili, è troppo concentrato sul suo enorme “io”, come viene chiarito nel verso seguente.

accanto alla mia ombra nuda di malinconia…
Ecco l’unica compagna di questo povero Albatros: la sua ombra. L’anfibologia, aggiunge un certo mistero a questa ombra. Quel “nuda” significa che l’ombra è senza malinconia, oppure l’ombra è nuda e malinconica? Il dubbio mi sovviene in quanto mai in vita mia ho visto, con occhi miei o altrui, ombre vesite.

Io e le mie tante sere chiuse, come chiudere un ombrello
Ed eccoci alla terza strofa, “io” finalmente sprofonda nella più bieca autocommiserazione. Orgia retorica di metafore, allegorie, sinestesie e paragoni in otto parole otto. Forte comunque la potenza evocativa: sere tristi, solitarie, si chiudono senza importanza come un nero ombrello bagnato. Ma sì, calchiamo la mano. Un gesto prosaico e quotidiano, l’ombrello che senza attenzione viene abbandonato a sgocciolare in un angolo. Va beh, andiamo avanti.

col viso sopra il petto a leggermi i dolori ed i miei guai
e “io” si immerge nel suo disperato abisso egocentrico. Spesso si rimproverano gli artisti italiani di guardarsi l’ombelico, qui c’è un notevole passo avanti, siamo giunti al petto.
Sempre più solo, sempre più disperato, non si sa ancora bene per quale motivo, la vaga malinconia delle prime due strofe si trasformano in “dolore” e quindi in “guai”.

ho camminato quelle vie che curvano seguendo il vento
Bob Dylan si rode ancora il fegato dall’invidia. Absint iniuria et ironia.

e dentro un senso di inutilità
Colpo finale, raggiungiamo il climax della disperazione più devastante di cui un individuo può autocovincersi.

e fragile e violento mi son detto tu vedrai…vedrai…vedrai..
Coupe de teatre. A questo punto avrei detto: lo sfigato si sfila la cinta dai pantaloni e si appende al lampadario. E invece, dopo un breve mentra, vede la luce, la via è illuminata.

Strada facendo vedrai che non sei più da solo
La metafora che fornisce il titolo alla canzone apre il ritornello e spiega come uscire dalla depressione.
Strada Facendo, nel lento scorrere della vita, senza fare nulla, si convince che non sarà più da solo. Non è necessario disperarsi, recuperare gli indirizzi dal cassetto, mettere annunci matrimoniali o iscriversi ad un corso di ballo: è sufficiente esistere e prima o poi qualcosa succede, qualcuno lo si incontra.

strada facendo, troverai un gancio in mezzo al cielo
Cammina che ti cammina troverai il gancio… forse uno dei versi più enigmatici della storia della musica. Ma cos’è questo gancio? Escludo si tratti di un sostituivo del lampadario accennato nella nota due versi prima. Questo è un gancio che dà vita, un gancio magico. I maligni non pensino ad un “gancio” in senso di raccomandazione per posto di lavoro immeritato ma pagato in maniera abnorme. Questo gancio dev’essere una cosa tipo la lampada del genio, una cornucopia, un… boh.

e sentirai la strada far battere il tuo cuore…
Bob passa al pancreas.

vedrai più amore….vedrai!.
Epanidiplosi a suggellare il salvifico mantra.

Io troppo piccolo fra tutta questa che c’è al mondo
“io, io, io, io” ancora un buona dose di autocommiserazione ma oramai la svolta think positive è intrapresa. Lui è solo un minuscolo Gulliver nel paese dei giganti. Per farsi coraggio non ha bisogno di pensare come Paolo Nori che in giappone è alto, Big In Japan., c’è il “gancio”

io che ho sognato sopra un treno che non è partito mai
Un altro “io” non guasta, i più materialisti potrebbero intravedere in questo verso un pendolare assonnato, strenuato dalla durezza del lavoro. Ma la poesia è metafora, il treno che non è mai partito sono i sogni che non si sono mai realizzati.

e ho corso in mezzo a prati bianchi di luna
Metonimia bucolica per indicare una reazione sconsiderata per aver sbagliato treno. Non ho nozioni di psichiatria sufficienti a spiegare una simile reazione.

per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità
DeAndré, più prosaicamente, scrisse: “quant’è bella giovinezza non vogliamo più invecchiare” parafrasando il DeMedici “Quant’è bella giovinezza. che si fugge tuttavia!”

e giovane e invecchiato mi son detto tu vedrai,vedrai..vedrai..
Ma il poeta è sempre stato vecchio, anche in gioventù.

…Strada facendo, vedrai, che non sei più da solo
strada facendo, troverai, anche tu
un gancio in mezzo al cielo, e sentirai la strada
far battere il tuo cuore, vedrai più amore, vedrai…

Ritornello con variante al secondo verso, la via di salvezza è universale, vale per tutti! Anch’io camminando camminando troverò il mio gancio.

E una canzone e neanche questa potrà mai cambiar la vita
Autocritica e critica della canzonetta in generale. Anche il Guccini accetta la lezione: “però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia.” La canzone non cambia la vita ma il gancio in mezzo al cielo sì.

ma che cos’è che mi fa andare avanti e dire che non è
finita…cos’è che mi spezza il cuore tra canzoni e amore

Notevole enjambment, il concetto è complesso, direi quasi ironia a 360 gradi. La canzonetta non basta ma aiuta. In un solo verso demistifica tutto il repertorio della musica leggera mondiale: cuore spezzato, canzoni e amore.

e che mi fa cantare e amare sempre più,
Non servirà, ma canta che ti passa. Non si capisce chi ami, visto che per quattro strofe ha insistito sul fatto che nessuno lo considera, però si sa che l’amore si dà senza aspettarsi nulla in cambio.

perché domani sia migliore, perché domani tu…
e qui si chiude su un enigma degno di Nostradamus, “perché domani tu…” cosa?

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