Tango Argentino

Racconto di Leandro Fossi

“Il tango argentino è tutta un’altra cosa”. Lo ballavano il venerdì sera alla Maison de Espana di via Montegani dopo il movida show. Il taxi imboccò corso S.Gottardo cigolando e scuotendosi per la pavimentazione stradale sconnessa. Laura, rannicchiata in un angolo del sedile posteriore, si teneva aggrappata al sostegno sopra la portiera. Corso S. Gottardo le ricordò un bel pezzo di Giuseppe Pontiggia sulle case di ringhiera nascoste dagli edifici anonimi della via. Anche lei era stata a vederle. Era una bella giornata di sole; aveva attraversato un androne buio timorosa di essere fermata e si era trovata in un’altra epoca, con case basse a uno o due piani dai colori vivaci come quelle del quartiere la Boca di Buenos Aires dove si balla il tango in strada e un tempo i ragazzi si addestravano a maneggiare il coltello.

Giorgio non aveva la macchina; l’aveva pregata di raggiungerlo direttamente al locale tra le dieci e le undici. Quando le aveva telefonato era rimasta sbalordita a sentirlo parlare come se non fosse accaduto nulla. Dopo un attimo di smarrimento, anche lei era stata al gioco fingendo indifferenza, però le tremavano le gambe per lo sforzo di contenere la gioia improvvisa e impedire alla sua voce d’incrinarsi.

Prima di partire era stata in dubbio come vestirsi. Andava bene un vestito lungo, leggero, possibilmente nero, il nero le donava, possibilmente con lo spacco per essere più libera nelle evoluzioni. Laura sapeva di avere gambe belle. Anche le scarpe dovevano essere scelte con attenzione: dovevano intonarsi con il vestito, non dovevano avere il tacco troppo alto, dovevano avere inoltre un laccio sul collo del piede per evitare di perderle mentre sferrava il gancio. Sarebbe stato davvero uno spasso se dopo essersi girata di fianco al cavaliere e piegato di scatto la gamba in mezzo alle sue, fosse partita una scarpa! Mentre si vestiva, si era guardata più volte allo specchio, aveva preso una rosa rossa dal vaso del soggiorno e se l’era infilata canticchiando sopra la tempia, rimirandosi di fronte e di lato. Però non era il caso di andare a prendere un taxi con una rosa rossa fra i capelli.

Il taxi dovette rallentare e procedere lentamente, a tratti a singhiozzo. Il taxista si girò verso di lei e con lo sguardo sconfortato la pregò di avere pazienza. Il cielo appariva come una cappa lattiginosa che la luce delle stelle non riusciva a perforare; una fiumana di macchine scendeva dal cavalcavia come una lava scura per immettersi nella circonvallazione. I semafori passavano dal verde al rosso quando ancora le auto si trovavano in mezzo al crocevia. I clacson che suonavano e i cd ad alto volume assordavano gli orecchi; musica funky, dance music, thecno music, rintronavano nella testa. Ogni tanto qualcuno si sporgeva dal finestrino per urlare, gli schiamazzi si rincorrevano da una macchina all’altra. Ecco il sabato del villaggio globale, pensò Laura, rimembrando con struggimento quello leopardiano.

Finalmente il taxi riuscì a trovare un varco e a superare via Giovanni da Cermenate. La strada era sporca di cartacce e foglie secche ed era scarsamente illuminata. Erano aperti solamente i Kebab con il grande spiedo di carne arrostita che roteava lentamente, e i Phone Center con poche persone dentro.

La Maison de Espana era segnalata da un’insegna vistosa; aveva davanti un piazzale lastricato di sampietrini, circondato da un muro basso. Sulla facciata con il tetto spiovente a forma di capanna c’era ancora la scultura della testa di un cavallo con le froge dilatate e la bocca semiaperta. L’ingresso e le finestre del primo piano erano sormontati da un arco di mattoni rossi. Strisce di mattoni rossi, sparse orizzontalmente, adornavano anche il muro esterno.

La spettacolo si svolgeva al primo piano che conservava l’aspetto di com’era un tempo: un’antica posta dove si poteva fare il cambio dei cavalli e ci si poteva rifocillare. Il soffitto di legno aveva la stessa forma a capanna del tetto; le capriate che lo reggevano e le travi erano state lasciate scoperte. In quel momento in mezzo alla pista c’era un’unica coppia, di sicuro dei professionisti per l’abilità con cui ballavano. Intorno, sedute o in piedi, assistevano diverse persone che guardavano incantate. Giorgio sedeva ad un tavolo appartato con i gomiti appoggiati sul piano di marmo e un bicchiere davanti con un liquido chiaro. Non aveva le sembianze del gaucho cattivo, del compadre che tiene il coltello a serramanico nascosto nella tasca interna del gilet. Sembrava un hombre guapo dai lineamenti gentili immerso nei suoi pensieri.

Giorgio l’accolse con un sorriso in tralice spostando la sedia per farle posto e consentirle di guardare i ballerini che rinnovavano continuamente le loro figure.

Laura non ricambiò il suo sorriso. Con la faccia scura disse: “Voglio sperare che questa volta non ti involerai”.

“Ancora arrabbiata?”

“Be’, proprio serena non sono. Mi hai piantata su due piedi. Mi hai fatto fare la figura della babbea. Per che cosa poi? Ti sei offeso per una parola innocente che ho detto”.

Ganchos e boleos, mormorava tra sé Laura dopo essersi seduta. Evitava di avere il minimo contatto con lui mentre guardava la coppia in mezzo alla pista. La donna roteava intorno all’uomo rimanendo nella posizione frontale; col busto l’uomo bloccava la donna, poi compiva dei passi rapidi strisciando i piedi e lisciandosi la falda del cappello come un malavitoso che fa il suo ingresso in un bordello, costringendo la donna a indietreggiare. Giratosi di fianco, a un certo punto sferrò con il tacco un piccolo calcio fra le gambe divaricate di lei. Poi la coppia riprese a muoversi, avanzavano, arretravano, scartavano di lato come se stessero mimando un duello. La donna all’improvviso si lasciò cadere in avanti come se volesse essere trascinata via; l’uomo si piegò su di lei mantenendo salda la presa sulle braccia. La loro immagine si rifletteva sulla pista, le ombre si muovevano più freneticamente che i loro corpi. Lo struscio delle scarpe e il battito dei tacchi risuonavano sul parquet come nacchere lontane.
“Hanno una bella postura”, commentò Giorgio.

“Lei ha belle gambe, peccato che abbia i polpacci un po’ forti”.

La ballerina aveva un vestito con le frange invece degli spacchi e i capelli tirati, stretti in un nodo dietro la nuca; la sua fronte ovale luccicava sotto la luce; le frange scivolavano sulle sue gambe come scrosci di pioggia.

“Non pensavo che ci fosse musica dal vivo”, disse ancora Laura.

“C’è anche il bandonéon”. Accompagnava gli altri strumenti con un tono lamentoso ma virile. Lo suonava un uomo anziano con la faccia e il resto del corpo rotondi. A Laura parve di vedere Piazzolla; in quel momento suonavano proprio Libertango. Un brillio d’ironia attraversava le sue pupille: fingeva di non saper nulla del tango argentino per far piacere a Giorgio che a bassa voce continuava a darle spiegazioni.

I ballerini avevano terminato la loro esibizione; tenendosi per mano s’inchinarono per ricevere l’applauso del pubblico. L’uomo era bruttarello, tarchiato, constatò Laura, molto diverso da come era apparso mentre ballava.

I musicisti si avviarono al bar lasciando i loro strumenti sulle sedie. Anche la gente che era stata seduta a guardare si era alzata in piedi e ora occupava la pista. In un angolo Laura vide un gruppetto di donne, sicuramente delle patite: avevano le scarpe da tanghere col tacco medio, rettangolare.

Si udì lo stridio degli strumenti che si accordavano, c’erano anche due violini; l’uomo del pianoforte che dava il la, aveva un ciuffo di capelli grigi che gli scendeva da un lato. Agli orchestrali si era aggiunto un cantante.

Quando l’orchestra riprese a suonare si formarono le coppie. Era un tango milonguero dove l’abbraccio tra uomo e donna è più stretto.

“Lanciamoci”, disse Giorgio.

Laura lo guardò e gli sorrise. Sentì la pressione del suo braccio e del palmo della sua mano sotto le scapole. Giorgio avanzò strisciando i piedi secondo la tecnica del tango, teneva la testa eretta e procedeva con passo deciso. Laura faticava a tenere il ritmo, i suoi piedi cozzavano tra di loro e s’incrociavano come gli sci di un principiante. La gamba di lui s’insinuava fra le sue accarezzandole l’inguine con lievi tocchi. Il gioco delle dita e del polso di Giorgio la costringevano a piegarsi; lei, mantenendo diritto il busto, si adagiò languidamente. Uno scatto della mano di Giorgio la indusse a spostarsi, a mettersi di fianco, a compiere senza sollevare i piedi da terra una specie di otto. Poi il corpo di Giorgio fu di nuovo su di lei; avvertì il suo respiro ansimante, l’alito che le soffiava tra i capelli, il contatto della sua fronte madida, la sua gamba che si arrampicava sulle sue come un bambino sul grembo della madre. Laura era felice e appagata; le pareva di sentire il fruscio delle ruote di una carrozza sulla ghiaia, il nitrito di un cavallo e il fremito delle sue froge. Forse era la pioggia che rimbalzava sulle tegole del tetto. Il suo piede venne bloccato da quelli di Giorgio che la fece boleare con dolcezza.

Erano movimenti non programmati. Solo cuerpo de dos, diceva la canzone. Il corpo di Giorgio teneva fermo quello di Laura; il corpo di Laura teneva fermo quello di Giorgio in un continuo dialogo. Le note del pianoforte e dei violini facevano lo stesso: si avvicinavano, si allontanavano, s’introduceva la nota triste e imperiosa del bandonéon: lasciamo perdere tutto, non angustiamoci, balliamo, ballare è la felicità dove nulla ti fa male e nulla ti trafigge. Solo cuerpo de dos, ripeteva la voce roca del cantante.

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