Il Consiglio d’Egitto: Tra Sicilianità e Illuminismo.

IlConsigliodEgittodiLeonardoSciasciaSciascia ambienta Il Consiglio d’Egitto in un frangente storico in cui il sistema feudale siciliano sembra vacillare per effetto degli interventi della corte napoletana che, nella persona del viceré di Sicilia Domenico Caracciolo, cerca di colpire i privilegi dei latifondisti e degli esponenti isolani dell’Ancien Régime, scontrandosi però contro gli impedimenti radicati in quella cultura atavica che sempre rappresenta il limite invalicabile per gli eroi sciasciani. Nella generale riprovazione dei nobili e  del clero, rassicurati in seguito dal ritorno alla normalità promosso dal successore del Caracciolo, l’abate Vella si inventa per amore della vita agiata un finto codice in lingua araba sulla storia dell’isola, che, secondo una sempre più insistente vox populi, potrebbe mettere in pericolo il sistema feudale e alimentare un complotto rivoluzionario sulla falsariga di quello francese, dimostrando l’infondatezza dei privilegi baronali in quanto frutto di usurpazioni perpetrate ai danni del potere regale. Sarà così che, ne Il Consiglio d’Egitto, si intrecceranno diverse verità: quella dei sostenitori dei privilegi secolari dei baroni e della Chiesa, quella del Vella, che sta traducendo dall’arabo un testo potenzialmente eversivo, e quella dell’avvocato Di Blasi, che vuole promuovere la rivoluzione e, attraverso di essa, la nascita di una società nuova. Alla fine tanto l’inganno del Vella quanto la cospirazione del Di Blasi vengono smascherati e puniti dai notabili, sebbene la gravità delle due colpe non sia equiparabile: il Vella, che non crede nella repubblica e nella rivoluzione, ha infatti agito per interesse economico e per desiderio di rivalsa sociale, per tenere in scacco i baroni e indurli così a temerlo e  a lusingarlo, mentre Di Blasi è reo di aver tentato di destabilizzare l’ordine costituito cavalcando il destriero imbizzarrito delle sue “idee”.

“E tutto sommato” incalzò il principe “le idee per cui scorre tanto inchiostro non sono poi tanto lontane da quelle dei ladri di passo… Solo che il ladro di passo non ha idea di avere delle idee” il giuoco di parole che gli era venuto fuori aveva voglia di gustarselo. “Se avesse idea che le azioni che commette venissero fuori da un’idea, e che di una tale idea si fa apologia nei libri, e che una nazione intera, una grande nazione come la Francia, si è messa a farne pratica… Ebbene: che differenza ci sarebbe tra il brigante Testalonga e l’avvocato Di Blasi?” “Nessuna: l’uno e l’altro tiravano per il mio” disse il marchese di Geraci. “Per il nostro” corresse il principe. “Ma Testalonga, poveretto, direi con più discrezione: appunto perché non sapeva di avere delle idee”.

È dunque sull’avvocato, simbolo della ragione mortificata, che convergono il risentimento e la feroce repressione che la reazione riserva a coloro che si fanno portatori di ideali sovversivi, offesi e oltraggiati dai metodi dell’Inquisizione e in particolare dalla tortura, condannata sul piano filosofico con un esplicito riferimento al Beccaria e sul piano umano con l’esibizione dell’umiliazione inflitta al corpo e all’anima del condannato, straziati di pari passo con un accanimento spietato sorretto da scientifico rigore. Alla fine l’abate Vella, per certi aspetti simbolo della “sicilianità” rassegnata che lo porta a non coltivare ideali di respiro collettivo ma soltanto aspirazioni personali di piccolo cabotaggio, prova comunque ammirazione per Di Blasi, martirizzato a causa della fiducia che ripone in un futuro migliore per la Sicilia. Quel martirio della giustizia e del progresso che in Sciascia non sottende mai acquiescenza a una situazione cristallizzata e immodificabile, bensì realistica consapevolezza della difficoltà di cambiare le cose, denunciata impietosamente attraverso lo scacco subito dalla ragione per far così insorgere le coscienze contro l’inganno e  il sopruso.

Il Consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia, Adelphi collana Gli Adelphi p. 170, 10€, 2009

 

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