Un Albero ha Infilato i Suoi Rami Dentro Casa

Racconto  di Andrea Esposito

Uno dei due uomini non aveva alcun gusto nel vestire, non aveva nessun interesse nel vestire in un certo modo piuttosto che in un altro.
Vestiva sempre come se si trovasse in casa. Indossava una giacca, quando era costretto dalle circostanze, che sembrava stargli addosso per errore. Appena ne aveva la possibilità indossava una vestaglia rosso sangue. La poteva usare per le piccole compere, i brevi tratti in macchina, certe passeggiate. Era sporca e logora, costellata di bruciature di sigaretta e macchie di caffè. La indossava perché sotto poteva mettere qualsiasi altro vestito. E la indossava perché una volta una persona fece una battuta che gli piacque, riguardo a quella vestaglia.
Quella persona sarebbe poi diventata sua moglie.
All’inizio, quando lo conobbe, lei fu colpita dalla sua incuria nel vestire. Pensava che fosse in contrasto con l’attenzione che metteva nella scelta delle parole. Cercava sempre la parola esatta per esprimere un concetto, rifletteva a lungo e poi sillabava la parola.

Lo vide in un bar vicino alla stazione. Pensò a lui come a una creatura, un essere, prima che un uomo.
Fu lei a iniziare a parlare. Dopo che lei gli ebbe offerto da bere, lui non ricambiò. Lei gli disse che adesso era il suo turno, ma lui accampava scuse, non voleva, e così fu lei ad offrire nuovamente da bere. Solo la terza volta offrì lui, e la futura moglie fu ancora più attratta.
Quando lei aveva iniziato a parlargli lui non aveva assunto alcuna espressione, come se in quel momento si fosse trovato a pensare a nulla e non volesse o non potesse abbandonare questo pensiero di nulla. Sembrava non avere alcuna impressione di molte cose, e come il resto la donna non sembrava destare in lui alcun peculiare interesse.

Si sposarono e non ebbero figli, ma per molto tempo non affrontarono mai la questione. I primi anni di matrimonio ridevano molto. Anche più avanti, continuarono a ridere ma le risate avevano cambiato senso. Erano cambiati i motivi per cui ridevano, era cambiata la durata delle risate e soprattutto le espressioni che in entrambi i visi accompagnavano le risate. Se qualcuno avesse potuto vedere quelle risate e quelle espressioni nel tempo, avrebbe considerato le espressioni degli anni successivi delle smorfie molli e incattivite.
Ma non si erano resi conto del cambiamento. Frequentavano molti amici, talvolta uno di questi amici prendeva in disparte uno dei due e chiedeva con tono grave come andasse con il partner. Sottendendo che c’era qualche problema evidente ma non così evidente, un problema che si poteva soltanto presumere. Quest’amico lo intuiva, ne intuiva un vago segnale ma non poteva esserne certo. Come una macchia di sangue scuro sotto le scarpe di un uomo, un altro uomo che lo segue si accorge della macchia mentre l’uomo solleva il piede per fare un passo. Ma l’uomo che segue non è certo di quello che ha visto, come in un sogno deve inseguirlo e bussargli sulla spalla.
Tutti erano preoccupati perché la coppia rappresentava qualcosa per ciascuno di loro. Lui e lei avevano vissuto il loro innamoramento davanti a tutti, gli amici erano diventati subito amici di entrambi, la coppia si era consolidata davanti a ciascuno di loro. Gli amici erano diventati una platea di testimoni, e la coppia di amanti che si faceva di sposi aveva vissuto il suo amore davanti a tutti, ed era diventata come i due figli gemelli nati dalla platea di questi amici. Così ciascuno di questi amici vedeva qualcosa di suo perdersi, disgregarsi, se lui e lei smettevano di amarsi.
Interpellati, sia lui che lei rispondevano con freddezza. Non avevano nessun problema. Portavano un esempio recente di quella che voleva essere una dimostrazione d’affetto dell’altro: mi ha organizzato un viaggio e io non sapevo niente. Mi ha portato la colazione a letto. L’interlocutore sembrava rinfrancato, ma nell’espressione restava una strozzatura, come se volesse conservare l’impressione di affrontare un delirio, volesse comunque mantenere in un angolo del cervello l’ipotesi che lui o lei stesse in realtà mentendo. Si chiedeva se magari già dormissero in stanze separate. La casa era grande, li immaginava attraversare le stanze senza incontrarsi per giorni, per un momento si figurava che lui l’avrebbe uccisa in uno di quei saloni.
Un grande giardino separava la proprietà da una larga strada che portava ogni giorno centinaia di camion e macchine fuori città. Al centro c’era un tavolino circolare, bianco. Abbandonato a se stesso, il giardino finì presto in uno stato di desolazione selvaggia. Le piante si intrecciavano, gli oggetti davano un’impressione di testardaggine e disordine. A guardare dalla casa, tutto tendeva all’obliquo. Le gambe delle sedie erano sghembe; i rami che si infilavano nel vecchio capanno degli attrezzi.
Invidiavano i precedenti abitanti della casa perché avevano saputo tenere in ordine il giardino. Spesso quasi si rinfacciavano a vicenda di non saperlo curare.
Il giardino affiorava come un’isola misteriosa specialmente in certe discussioni, certe strane discussioni a proposito di nulla che si tenevano di notte e andavano avanti a lungo per inerzia. Nessuno dei due voleva abbandonare la discussione e così trasferivano continuamente il centro del discorso da qualcosa a qualcos’altro. Come sottendendo febbrilmente: la discussione non è finita, c’è ancora tempo, ancora siamo qui e dobbiamo ancora dirci qualcosa, lo vedi? E una volta il centro della conversazione è l’infedeltà. Un’altra volta sono i ricordi e i sogni d’infanzia che ricordiamo, tra poco gli enigmi dei sogni. Ora le confessioni, poi cosa ho pensato quella volta che io e te ci trovavamo lì, insieme, ed era la prima volta di qualcosa. Tutto sempre verte su noi due ora, tutto invariabilmente arriva a noi due ora, ma facciamo bene attenzione a non parlare mai di noi due ora.

Avevano cominciato poi a rifletterci, a quello che accennavano i loro amici. I loro amici dicevano che avevano qualcosa nelle espressioni, le loro facce erano infelici. Si guardavano, a lungo, a vicenda, ciascuno senza avvertire l’altro di queste proprie indagini private. Cercavano i segni nel volto dell’altro. Poi si guardavano allo specchio. Studiavano le proprie facce. Cercavano i segni della propria infelicità. Consideravano i propri volti come quelli delle statue, fermi, immutabili e non accidentali.
Pensavano: è una questione di atteggiamento. I nostri amici non capiscono. Pensavano, non ci siamo perduti. Anzi, forse in questo momento siamo più vicini che mai. È bello avere il tempo di fare colazione insieme. Mi basterebbe vederla ridere tutti i giorni e sarei felice. Ogni tanto guardare il suo corpo che dorme quasi mi commuove.
Prenderlo in giro perché porta sempre la stessa vestaglia.
Lui pensa sempre più spesso alla prima moglie.
Con la prima moglie aveva visto nascere alcune sue manie. Questa del vestire, faccenda che a lui non era mai interessata, ma che nel tempo era diventata quella che si chiama “una mia caratteristica”. Era diventato l’uomo che non vestiva bene, perché non aveva cura né interesse nel vestire, la prima moglie l’aveva trasformato in questo. Parlando di lui ripeteva, quando lui era presente, che lui era suo marito, che non aveva alcun gusto nel vestire. Però lo diceva con un sorriso benevolo. E ora lui era diventato quell’uomo che non sapeva vestire perché non se ne interessava, e non gli era possibile cambiare.
La cosa spregevole, pensava con tristezza, era che ripensava alla prima moglie soltanto perché non riusciva a trovarsi bene con la sua seconda moglie. Ma della prima moglie non aveva nostalgia. Era una cosa spregevole, perché gli mancava la prima moglie ma in realtà non era lei a mancargli, gli mancava il passato. E lo trovava così misero, perché la prima moglie era una figura intercambiabile, un’allegoria, un simbolo, niente di vero. Così anche la seconda moglie ormai stava diventando un simbolo. Aveva perso il suo nome, la sua identità, era diventata una moglie, una seconda moglie, e aveva perduto anche questo, era diventata una moglie infelice e lui un marito infelice. Tutti simboli e categorie che si inseguivano e via via si immiserivano insieme a un panorama quasi invisibile e insensato di azioni, di incomprensibili gesti d’affetto, piccoli scatti di rabbia, brividi.
Tutto era condannato a diventare un’ombra. Non c’era niente di vero, non c’era niente di sacro.

Accade che la seconda moglie si allontani. Ha un lavoro che le permette e talvolta le ingiunge di allontanarsi. Ma il lavoro stavolta è più lungo, lei si trasferisce altrove. Ne parlano, parlano di “un’occasione di riflessione”.
A questa distanza si telefonano spesso, hanno crisi di gelosia, si telefonano per confessarsi piccole tenerezze. Amano questa reclusione, si ripetono di odiare quella separazione. Talvolta uno dei due tralascia l’altro, si dimentica dell’idea dell’altro e subito si sente in colpa. Ma nessuno dei due si offende o si preoccupa quando viene tralasciato dall’altro.
Al telefono la donna sempre più spesso parla del giardino. Lo ricorda, chiede al marito in che condizioni si trovi. Talvolta il marito risponde la verità, talvolta dice il falso o cambia discorso. Sua moglie ritiene che è arrivato “il momento di fare qualcosa”, che “non si può andare avanti così”.

Pochi giorni dopo telefona al marito un uomo, si presenta come il giardiniere ingaggiato dalla moglie. Chiama da un cellulare, dice che non riesce a trovare il cancello della casa. Il marito, prontamente, quasi sovrappensiero, lo svia: gli dà indicazioni sbagliate, omette certi particolari, evitando di specificare a quale strada debba girare, o addirittura descrivendo scenari inesistenti (“troverà una pizzeria…”). Nel farlo prova un profondo senso di soddisfazione. Vorrebbe che l’uomo realizzasse di essere stato preso in giro e si infiammasse in un solo sbuffo di livore, come la testa di un fiammifero. L’uomo al telefono aveva la voce smorta, anonima.
Dopo avere attaccato il telefono il marito assapora il piacere che gli ha dato offendere quell’uomo, offendere con quell’uomo la moglie, offendere con la moglie l’intera coppia, marito e moglie, che rantola senza abbandonarsi. Ricordava di un colloquio con un suo amico, in cui quest’amico fece parecchie distinzioni tra “abbandono”, “perdita”, “lasciarsi”… Ma tra abbandonarsi, perdersi, perdere, lasciare, non ne vide e continuava a non vederne, di grandi distinzioni. Si confondevano i nomi degli esiti oggettivi con i nomi delle intenzioni individuali, o degli esiti soggettivi. E in fondo si continuava a distinguere soltanto tra diverse parole.
E’ salutare l’antipatia per quell’uomo, l’antipatia per la moglie che è lontana ma non è via completamente, l’antipatia per il marito che è e che non è più.

Il giorno dopo il giardiniere chiama nuovamente al telefono il marito, e lo avverte che sta arrivando. Specifica di aver ricevuto dalla moglie “le informazioni corrette”. Il marito soffoca una risata e pensa di essere proprio contento. Dice di non sapere a cosa si riferisca. L’uomo tiene la voce ferma e secca, e non risponde al marito. Il marito specifica che però probabilmente dovrà uscire per un lavoro urgente e inaspettato, e quindi potrebbe non trovarsi in casa quando il giardiniere arriverà. Gli ingiunge di affrettarsi. Dopo pochi minuti il giardiniere suona alla porta. Il marito non risponde. Poi il telefono squilla. Il marito non risponde. Dopo qualche minuto il giardiniere chiama al telefono la seconda moglie dell’uomo chiuso in casa, appiattito dietro una poltrona, che soffoca una risata e tende l’orecchio; stralci di conversazione, “è chiuso dentro casa”, “è inammissibile, io sono un professionista”, “suo marito è pazzo”.
Poi il telefono squilla nuovamente, il marito sa che a chiamarlo è la moglie. Non risponde. Dopo una mezz’ora, il giardiniere se ne va.
La sera il marito parla a lungo con la moglie. Non è il caso di fare scenate. Il giardino è sempre stato così. Non voglio estranei in casa, torna a casa. La moglie lo tratta come un bambino che non vuole mangiare. Lui pensa per un attimo a lei come a una madre. Glielo dice. Lei dice che la cosa non li riguarda, un bambino intende, non li ha mai riguardati. E’ una risposta strana, osserva lui, ma non rimproverandola; come assonnato, stordito, osserva che è una risposta strana, mentre ci riflette su. Loro due, da soli, spiega la moglie, occupano troppo spazio. Hanno avuto bisogno di due città, per restare vicini. Prima di una casa più grande del piccolo appartamento dove abitavano prima, poi di quella casa in cui il marito si trova adesso, e ora di due città, e due città ora non bastano più. Soltanto loro due per stare insieme hanno bisogno di molto spazio, hanno bisogno di troppo spazio.

Il giorno dopo il giardiniere entra attraverso un buco nella recinzione di cui gli ha parlato la moglie. Il marito lo sente entrare e imprecare, poi lo sente ripetere ad alta voce di essere il giardiniere, di non essere un ladro.
Il giardiniere invita l’uomo ad aprire la porta di casa. Ripete di voler iniziare a lavorare. Poi dice che avrebbe già rinunciato se non fosse per “sua moglie”, e per i soldi che la donna gli ha dato. “Ha capito? Sua moglie mi ha pagato. Mi sta pagando anche adesso, proprio in questo momento. E io non sto lavorando. Lei sta facendo spendere soldi a sua moglie, per niente, perché se non mi apre io non posso lavorare. Devo prendere gli attrezzi dentro. Sua moglie mi ha detto che ci sono degli attrezzi dentro. Mi servono. Le sta facendo sprecare soldi. Non faccia il bambino. Non la capisco.”
Dopo aver parlato così, dopo aver un fatto un giro per il giardino in una specie di disillusa ricognizione, il giardiniere impreca e borbotta ed esce dal cancello.

Il giorno dopo il giardiniere suona al citofono. Il marito gli apre, poi apre anche la porta d’ingresso di casa. Il giardiniere entra, il marito è in fondo al corridoio, sulla porta della cucina, si guardano. Il giardiniere non dice una parola, va in perlustrazione per qualche minuto per il piano terra. Il marito lo segue con lo sguardo. Ascolta il rumore dell’acqua del rubinetto in cucina che scorre. Lava i piatti una volta a settimana. Improvvisamente si vergogna di quanto poco sporchi le stoviglie e la tovaglia, di quanto poco mangi. Spesso usa lo stesso piatto per il pranzo e la cena, e ora pensa che questo non va bene. Il giardiniere gira per la casa in cerca della stanza dove tengono gli attrezzi, se entra in cucina gli darò un pugno, pensa il marito. Ma il giardiniere sta già uscendo dalla porta con una carriola piena di oggetti, ignorando l’uomo. Il marito pensa a quella carriola, si era proprio dimenticato di quella carriola.

Il giardiniere lavora testardamente, con una specie di rassegnato vigore. Come una macchina, una macchina antica. Il giardiniere lavora, toglie le erbacce, e lo fa fermandosi, sbuffando, stancandosi, talvolta si ferma e pare stupito, come se pensasse tra sé e sé che quel lavoro è troppo, è davvero troppo per un essere umano. Poi, come se ricordasse all’improvviso di essere una macchina, anche se di un vecchio modello, con ferocia si ostina e continua. Come se volesse far sapere a tutti che è una fatica ma che lui la affronterà comunque, come se il giardino, tutta la natura fosse un suo antagonista.
Non c’è quell’armonia che uno immaginerebbe. Lui affronta il giardino e lo civilizza. Ma lo fa come una bestia, come se volesse sbranarlo. Il marito pensa che la semplice dialettica tra uomo e natura non spiega nulla, qui ci sono scontri tra animale e vegetale, tra macchine e uomo, tra organico e inanimato, tra insetti e bipede, tra terra e erba, tra alberi e terra, tra sole e pioggia. Tutti scontri, continui, che il giardiniere affronta uno per uno, ci si getta in mezzo, s’immischia, si sporca, e in tutti questi scontri ci mette un piede, un braccio, un po’ di saliva. Entra dentro tutti, e in tutti tiene entrambe le parti. Un po’ sta con l’acqua, ma non sempre, un po’ sta con la terra se l’acqua è troppa. Sta con gli alberi, ma taglia i rami, taglia, sfronda. Sta con tutto, temporaneamente prende le parti di ogni cosa. Come un istitutore nevrotico che per la sua salute mentale decidesse di fingere di accogliere ogni richiesta delle centinaia di ragazzini inviperiti che lo tirano per il vestito.

Dopo aver lavorato il giardiniere entra in casa, posa gli attrezzi nello stanza da cui li ha presi, va in bagno e dopo essersi lavato esce di casa. Il marito lo vede allontanarsi con in mano il telefono cellulare. Chiama la seconda moglie, ne è convinto.
Ogni volta allo stesso modo. Un giorno il marito, quando il giardiniere si è allontanato, entra nel ripostiglio e osserva gli oggetti. Alcuni non sapeva nemmeno a cosa servissero, ma ora che li ha visti in mano al giardiniere, gli sembrano evidenti, chiari, perfino belli. Tutto appare estremamente funzionale. Si rigira una pinza tra le mani, prende un martello, lo posa.
Il giorno spesso guarda fuori dalla finestra. Gli piace guardare il giardiniere lavorare: oggi l’ha osservato per ore mentre strappava le erbacce dall’angolo ovest del giardino. Nel tempo si è formato una pozza d’acqua nerastra, che chissà perché si è formata solo lì e non in altri punti del giardino.
Il giardiniere pare spazientito dagli sguardi, e dopo tre giorni di silenzio rivolge al marito la parola. “Ma tu non lavori mai?”
Il marito soffoca una risata, ogni volta che c’è il giardiniere di mezzo gli vengono delle risate sciocche che deve soffocare. Gli risponde che non ne ha bisogno.
Il giardiniere torna a infilare le mani nell’acquitrino, offeso. Il marito crede sia stupido che l’uomo si ritenga offeso. Dopotutto non voleva intendere di essere così ricco da non essere costretto a lavorare. Intendeva che non sentiva il bisogno di lavorare, che nonostante la sua situazione finanziaria fosse drammatica – forse disperata – nonostante ciò continuava a non sentire l’impellenza di lavorare. Ha pochi soldi, che stanno finendo. Ma ormai come potrebbe tornare a lavorare? Sapeva fare un solo mestiere che adesso non serve più. E non potrebbe fare altro, niente di diverso dal mestiere che sapeva fare e che adesso sembra non servire più a nessuno. Non si vede a fare altro. Non saprebbe nemmeno come cercare un lavoro. Si è sempre considerato un inetto senza disperazione, ma nemmeno istrionico o fantasioso. Gli succederà di andare in pezzi. Sa che andrà in pezzi. Come sapeva, quando faceva il suo lavoro che ora non serve più, che un giorno quel lavoro sarebbe semplicemente finito, e lui non avrebbe saputo fare altro.
Ci sono magari le traduzioni ma dovrebbe imparare una lingua. Può firmare degli articoli su qualche rivista specializzata, ma non troppo specializzata. Potrebbe imparare il lavoro dal giardiniere. Questo, a differenza delle due ipotesi precedenti, non è un lavoro che gli si addice, ma ora lo vede in azione davanti ai suoi occhi, e non sembra nemmeno un lavoro, ma una cosa da fare.

Una notte il marito scende in giardino e con una pala fa crollare la già pericolante cabina degli attrezzi. Era inutilizzata da anni. La vernice rossa era stata scrostata quasi del tutto dal tempo e dal vento. Poi scava qualche buca. Poi con la pala deforma un cespuglio su cui il giardiniere aveva lavorato tutto il giorno.
Il giorno dopo aspetta la punizione in giardino. E’ seduto su una sedia a sdraio bianca e indossa degli occhiali scuri che la moglie ha lasciato in casa. Il giardiniere arriva, si ferma sul cancello perché nota il piccolo sfacelo e la presenza dell’uomo in giardino. Poi improvvisamente corre verso il cespuglio e comincia a imprecare. Si volta verso il marito e allarga le braccia, e urla che non è possibile lavorare così. Domanda al marito se non sia pazzo, e il marito specifica che la sua salute mentale è ottima. Ma che il giardiniere non può venire qui, in casa sua, e farla da padrone. In che senso da padrone? Io sto lavorando. Mi hai capito benissimo. No, non ti ho capito affatto. Comunque, sottolinea il marito con distacco, il capanno degli attrezzi era vecchio e nessuno lo usava più.
Il giardiniere ha una lunga conversazione telefonica con la seconda moglie dell’uomo seduto davanti a lui. A un tratto si avvicina al marito e gli porge il cellulare. L’uomo si allontana come se il cellulare fosse infetto, o se da esso potesse uscire un getto d’acqua bollente. Il giardiniere lo insegue per qualche metro, mentre la voce della moglie nel telefono chiama il nome del marito, spazientita. Il marito immagina la moglie dall’altra parte, immobile nella stanza, mentre il telefono con la sua voce corre intorno alla sedia a sdraio e il giardiniere ripete con un ghigno feroce che la donna vuole parlare con il marito. Poi il giardiniere rinuncia, l’uomo si ferma. Ma il giardiniere all’improvviso riprova a mettergli il cellulare all’orecchio e l’uomo fugge in casa.

Una sera il marito uscì in giardino e offrì al giardiniere una bottiglia di vino. Bevvero. La bottiglia era un regalo di due amici della sua prima moglie.
Il marito ripensò alla storia dei suoi amici: quando li conobbe i due amici si erano appena sposati. Dopo pochi mesi cominciarono ad avere seri problemi economici. Poi seppe si erano separati, anche in conseguenza di questi problemi. Raccontò la storia dei suoi due amici al giardiniere, ma il giardiniere credette che stesse parlando in realtà di se stesso e di sua moglie, e glielo disse. No affatto, sto parlando di due vecchi amici. Ma il giardiniere insistette con la sua teoria, e il marito gli disse che era proprio stupido.

Il giardiniere era una persona estremamente paziente. Non aveva di sé un’opinione molto alta, ed era abituato a pensare che dovesse migliorarsi, continuamente. Gli sembrava che ogni cosa potesse essere una palestra. Gli sembrava che sbagliando e evidenziando e ragionando sull’errore ci avrebbe guadagnato qualcosa. Così nelle discussioni, quando raccontava delle discussioni che aveva con il fratello o che aveva avuto con il padre, tendeva spesso a prendere le parti dell’altra persona. Ciò impressionò molto il marito, che provava gusto a proporgli delle situazioni paradossali, dei dilemmi improvvisati, e lo costringeva a scegliere, solo per vedere come funzionava il suo ragionamento.
Sei su un ponte di legno, molto vecchio. Ci sono dei bambini da un lato che devono attraversare il ponte, altrimenti una valanga li travolge. Ma dall’altro lato ci sono delle tigri, che sbraneranno i primi bambini, magari non tutti, ma alcuni li sbraneranno sicuramente. Ma gli altri saranno salvi. Invece dalla valanga potrebbero salvarsi tutti, o potrebbero morire tutti. Come ti comporti? Li fai aspettare o li porti dall’altra parte?
Il giardiniere rifletteva molto a lungo, perché voleva dare l’aria di prendere molto sul serio la faccenda. Chiedeva informazioni sulla natura del ponte, perché era “molto vecchio”? E se cadessero tutti attraversando il ponte morirebbero sicuramente o si potrebbero salvare? Non tutti in blocco, rispondeva il marito, e il giardiniere ripeteva “non tutti in blocco” come delle bislacche coordinate geografiche per un continente misterioso.

Una mattina litigarono perché il giardiniere voleva abbattere un albero che diceva essere malato. Il marito non voleva.
Il marito si rese conto che il giardiniere non prendeva mai in considerazione ciò che gli diceva. Con lui non si comportava come con le altre persone. Perché non si fidava, pensava gli tendesse continuamente dei trabocchetti. Quando realizzò questa cosa, il marito fu molto lusingato, e l’albero fu tagliato.

Urlavano spesso, si offendevano. Il marito sperimentava degli insulti particolari, parole inventate o che non erano insulti. Peripatetico. Carduno.
Il giardiniere ripeteva che lì avrebbe resistito ancora per poco. Dava all’uomo del fallito.

A poco a poco il giardiniere non lavora più come prima. La sera bevono insieme. Non ogni sera ma spesso. Talvolta passano intere giornate a litigare, o non si rivolgono la parola e basta. Una volta si sono presi a pugni. E poi tornano a bere insieme.
Il giardiniere si disinteressa al giardino. Lo cura, ma non come prima. Non vuole trasformarlo, sembra una mamma che dà da mangiare al figlio di pochi mesi, e con un tovagliolo a ogni cucchiaiata pulisce con cura le labbra del bambino. Strappa qualche erbaccia, impiega un pomeriggio a pareggiare un cespuglio.
Perché non gli interessa il giardino. Perché ha capito che al marito il giardino non interessa affatto. E la moglie non si cura effettivamente di venire a controllare il suo lavoro. Il marito non ci fa caso, perché appunto a lui il giardino non interessa. Ma lo rimbrotta ugualmente, una mattina che sono già un po’ brilli. Il marito si è tagliato la mano con un coltello, in casa, mentre tagliava dei cetrioli. Esce fuori irritato e chiede al giardiniere perché ci mette così tanto a pareggiare una siepe. E lui risponde che la forma delle cose è importante.
Poi cambiano discorso, ed entrambi sanno che a nessuno dei due importa di quel giardino, che quella forma non è importante perché non è importante il giardino.
E il marito lo osserva, osserva il giardino nuovamente in sfacelo.
Non parlano più molto, il marito non prende più posizione su nulla. Pare dimenticarsi di tutto. Con la seconda moglie del tutto passano via i litigi. E il marito piange quando la richiama al telefono, per tre giorni di seguito. E anche la seconda moglie piange. Si dicono molte cose che nessuno dei due pensa. Poi lasciano stare, si arrendono.
Il marito passa tre giorni a cercare qualcosa che ha perduto, un libro, ma non lo trova in nessun angolo della casa. Esce fuori, in giardino, irritato. Poi con il giardiniere beve le bottiglie di vino che comprano al supermercato, a volte le compra il giardiniere a volte il marito. Non parlano mentre bevono. Il giardiniere sbuffa per sottolineare la stanchezza.

Ora il giardiniere non viene più pagato dalla moglie. E ora, pensa il marito, sarebbe quasi il momento di spiegare al giardiniere la sua situazione economica, che non ha più soldi ormai e che non sa che lavoro potrebbe mai fare. Ma non lo fa, odia il fatto che due persone possano sentirsi vicine perché una si mostra debole all’altra, o perché entrambe si mostrano deboli simultaneamente.
La moglie non paga più il giardiniere e il giardiniere si deve allontanare. Ha bisogno di lavorare per vivere, specifica al marito.
Per un po’ ha continuato a curare il giardino senza essere pagato, ha continuato la sera a bere con il marito ma ora non può più farlo. Deve andarsene, e saluta il marito e se ne va.

Dopo anni il giardiniere torna nella casa del marito. Piante rampicanti coprono ogni cosa. L’acquitrino si è riformato e si è espanso, tutta una parte del giardino si infossa da un certo punto in poi nel fango e nell’acqua densa e nera. Insetti minuscoli si vedono in controluce a ogni ora del giorno. Si infilano nelle orecchie e non danno tregua. C’è l’edera che sembra soffocare la casa, lunghe braccia che scendono su una finestra e la occludono. Si sono infilate anche sotto una piccola tettoia e l’hanno piegata.
L’erba impedisce l’accesso a una delle due strette porte d’ingresso laterali. Le porte portano a una cantina già inutilizzata e abbandonata quando il giardiniere lavorava qui. Dalla cantina sale un odore ottundente, inverosimile. Un albero ha infilato i suoi rami in casa.
L’interno della casa è invaso dall’edera, che prosegue dalle pareti esterne a quelle interne senza alcuna interruzione. L’albero ha spinto i suoi rami in una stanza del secondo piano. I rami sono calati fino al pavimento e ci sono foglie dappertutto. L’intera casa è invasa dalle foglie. Foglie verdi, marroni, accartocciate, slittano da una stanza all’altra spinte dal vento, senza sosta. Quando il marito o il giardiniere aprono una porta o camminano per la casa, le foglie si attorcigliano per un attimo attorno a un perno invisibile e rotolano in un altro punto della stanza, in corridoio, per le scale, tornano fuori, rientrano.
L’umidità ha ingrigito i muri, la superficie si è deformata e l’intonaco si è sbriciolato sul pavimento. Lumache senza guscio si affacciano alle finestre e si trascinano per le stanze nei giorni di pioggia. La muffa ha occupato gli angoli più bui del primo piano, su una parete crescono dei piccoli funghi biancastri. Una porta rimane sempre chiusa perché nella stanza ci sono gechi dappertutto.
Il giardiniere e il marito bevono una bottiglia di vino seduti al tavolo in giardino. Il tavolo è inclinato perché un arbusto è cresciuto attorno a una delle gambe. Una sedia è quasi completamente incavata in un cespuglio. Dei rami cadono dall’alto e penzolano sopra il tavolo, sopra i corpi del giardiniere e del marito. Bevono, parlano a voce bassa e stanno bene attenti a non toccare nulla, nessuno dei due sposta una foglia.

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