Una Lezione Movimentata

Racconto di Luca Rachetta

“Ma io non ce la faccio più!” proruppe verbalmente Giacomino Doppiomento mentre il professor Scriboni, impugnata la lunga bacchetta, ne aveva fatto spaziare la punta tra la pianura del Gange e la Manciuria, dov’essa si era momentaneamente fermata per recuperare energie in vista del considerevole salto che si stava preparando ad effettuare nell’arcipelago giapponese.
“Giacomino, te l’ho già detto: non si può andare in bagno ogni mezz’ora! È una norma che vale per tutti, quindi anche per te!” rispose il professor Scriboni, spazientito da quelle continue interruzioni.
“Ma da dove salta fuori questa regola? Chi l’ha messa? Se un poveretto ha bisogno di andare in bagno ogni mezz’ora, che cosa ci può fare?” chiese Gennarino Quattrocchi, che era uso rivolgere con invidiabile regolarità quesiti di difficile soluzione, a volte perché frutto dei farneticanti tipici di chi non ha niente di meglio a cui pensare, altre volte, e bisognava rendergliene merito, perché chiedevano spiegazioni relative a norme, usi e concetti che il buon senso degli adulti considera come dati acquisiti.
Ed in effetti anche in quella occasione la domanda era insidiosa: anzi, la peggiore che potesse essere rivolta al docente lì sul momento, quando le migliori risorse della sua mente erano in altre faccende affaccendate, vedi una lezione di geografia condotta a rotta di collo tra uno stato asiatico e l’altro. Il professor Scriboni rimuginava tra sé e sé, lambiccandosi il cervello senza parsimonia, indagando persino nei suoi ricordi fanciulleschi, quando la maestra Mascelloni, gran carogna, lo aveva messo nell’angolo dietro la lavagna per aver alzato il grembiulino di fronte alle compagne di classe, accompagnando quella punizione con un discorsetto tutto affettato su come ci si comporta e su cosa non si deve fare. Niente, però: non riusciva proprio a ricordare chi avesse stabilito che non si può andare in bagno ogni mezz’ora!
Un altro si sarebbe scoraggiato, forse sarebbe pure arrossito per l’imbarazzo, e alla fine avrebbe categoricamente risposto: ” È così e basta!”. Ma il nostro Scriboni era un uomo navigato, e riuscì a salvarsi in calcio d’angolo.
“Lasciamo perdere per adesso la geografia, e passiamo all’educazione civica. Da dove hanno origine le leggi che regolano la civile convivenza? Andiamo a cercare la fonte da cui sgorgano! Dove, mi chiederete voi! Ma chi è il sommo custode delle norme della vita scolastica? Il Signor Preside, ovviamente! Andiamo tutti da lui per girargli la domanda che mi ha fatto Gennarino!”.
Ah, l’italica arte dello scaricabarili! Vorrei baciare in fronte il genio che l’ha concepita!
Alla ciurma non parve vero di scendere dalla nave per assaporare un po’ di libera uscita; tutti schizzarono fuori dai banchi e cominciarono a galoppare dietro il professor Scriboni, il quale, per la concitazione del momento, aveva dimenticato di deporre la bacchetta, che continuava a tenere nella mano destra sollevata in alto, finendo così col somigliare al comandante dei bersaglieri che guida i suoi all’assalto con la sciabola sguainata.
Al preside, il cui ufficio, assieme a quelli del personale di segreteria, si trovava nell’ala dell’edificio più vicina all’entrata, parve ad un certo punto di percepire un singolare quanto inquietante sommovimento tellurico, sul tipo di quelli prodotti dal passaggio della metropolitana o del treno. Il rumore crescente che accompagnava l’incremento delle vibrazioni sismiche, però, somigliava piuttosto a quello di una mandria di bufali alla carica, dato che il rumore suddetto sembrava il risultato della somma di tanti zoccoli frementi e di narici sbuffanti caldo vapore.
Fu una vera fortuna che il dirigente scolastico non avesse avuto nemmeno il tempo di affacciarsi sull’uscio aperto del suo ufficio, perché in quel caso sarebbe stato trapassato a fil di bacchetta dal professor Scriboni, il primo dell’impropria mandria a varcare a passo di marcia la soglia della stanza. Egli si posizionò di fronte al preside, basito di fronte a quell’irruzione, mentre gli alunni gli fecero ala alla sua destra e alla sua sinistra, col naso puntato un po’ verso lo Scriboni, un po’ verso il suo interdetto interlocutore.
“Signor Preside” iniziò l’insegnante “questa è una lezione di educazione civica in atto, alla quale lei è chiamato a dare un sostanzioso contributo. La prego di chiarire agli studenti qui presenti l’origine, e quindi la ragion d’essere medesima, della regola che disciplina l’uscita dall’aula, vietando di allontanarsi da essa con cadenze di mezz’ora.”
Ci sono momenti, nella vita di un uomo, in cui la mente diventa una tabula rasa, l’esperienza di ciò che ha fatto si svuota di significato e gli viene a mancare sotto i piedi quella scialuppa di salvataggio che bene o male gli ha sempre permesso di tenersi a galla tra i marosi; ma è solo un attimo, perché da qualche parte esiste comunque un gommone da gonfiare o, nel peggiore dei casi, un materassino su cui coricarsi mollemente per giungere senza troppi patemi alla fine della navigazione.
Il preside si atteggiò solennemente e profferì dunque con voce impostata e autorevole:
“Noi dirigenti scolastici, cari ragazzi, così come i vostri insegnanti, siamo servitori dello Stato; applichiamo fedelmente le disposizioni della Repubblica Italiana, che regolano la nostra vita (di noi adulti e di voi adolescenti) in comunità secondo le norme del buon senso, dell’equità e della giustizia. Potrei rispondere alla vostra domanda anche subito, ma, giacché il vostro scrupoloso professore ha partorito la brillantissima ed efficacissima idea di una lezione di educazione civica in atto” e qui un’occhiata inceneritrice verso lo Scriboni, reo di averlo impelagato nelle sue stravaganze “vi consiglio di soddisfare la vostra legittima curiosità presso il più alto rappresentante delle istituzioni presente nella nostra città: il Signor Sindaco.”
Sublime maestro dell’arte dello scaricabarili! Se tu fossi femmina, equiparabile per grazia e bellezza alle Muse ispiratrici dei poemi epici, adesso ti bacerei addirittura in bocca!
Ottenuta l’autorizzazione all’uscita, reclutato il collega Sileno, che sarebbe dovuto subentrare allo Scriboni nell’ora successiva, come secondo docente accompagnatore, disarmato della bacchetta l’infervorato fautore dell’educazione civica in atto (una provvida mano di bidello gliela sfilò poco prima che varcasse il portone della scuola), la turba si riversò per le strade cittadine, pronta a irrompere nelle stanze del potere.
Quando al sindaco fu annunciata l’imprevista visita e gli fu riportata per sommi capi la motivazione della stessa, almeno per quel poco che aveva potuto capire la sua segretaria, ebbe la tentazione di mandarli tutti via o, quanto meno, più diplomaticamente, di fingersi impegnato in una importantissima riunione in sede di Consiglio. Ebbe però un’illuminazione improvvisa: pensò che il suo primo mandato era appena cominciato e che l’eventuale riconferma sarebbe coincisa col primo appuntamento al voto dei virgulti che gli chiedevano ora udienza, arrivando perciò alla conclusione che forse la strampalata iniziativa della scuola si sarebbe potuta tramutare in un comizietto preparatorio del futuro elettorato. Ma cosa dire? Cosa diavolo ne poteva sapere lui di quante volte si può andare in bagno durante le ore di lezione? Quale codice o codicillo si sarebbe potuto inventare lì su due piedi? Rischiava di dare una brutta impressione. A meno che…
La classe si trovò nel giro di cinque minuti davanti al primo cittadino, il quale, presosi il tempo di raccogliere da terra il fermacarte che Marietto Manolunga, pressato dai compagni retrostanti fino a farlo incombere con la pancia sulla scrivania, aveva fatto cadere, e di abbozzare uno stiracchiato sorriso assolutorio nei confronti di Marina Pasticcina, che aveva rovesciato il calamaio finto antico pieno d’inchiostro su un fascio di documenti in carta bollata, cominciò a dire:
“Cari ragazzi, la democrazia è una gran cosa. Tutti dobbiamo essere coscienti di vivere regolati secondo gli ordinamenti e le istituzioni della miglior forma possibile di governo. Cos’è la democrazia? La democrazia è quella cosa che ci garantisce di fare tutto ciò che vogliamo, purché le nostre scelte di pensiero e d’azione non danneggino il nostro vicino, che dispone della nostra stessa facoltà di libero arbitrio. La nostra Repubblica non pone dunque vincoli, se non quelli necessari al mantenimento delle condizioni della civile convivenza, nel rispetto dei convincimenti etici e religiosi di ognuno. Se si può andare in bagno ogni mezz’ora, mi chiedete voi? Si può e non si può: la politica non mette bocca in proposito, garantendo essa la più ampia libertà di scelta, ma è necessario determinare se l’atto disturba la morale o la fede di qualcuno. Non sarò certo io, pertanto, modesto rappresentante di un’istituzione laica nel senso più alto del termine, a rispondervi. Etica e religione di ogni cittadino sono per lo Stato insindacabili.”
“Allora tutti da don Guglielmo!” gridò Paolina Furbina, che aveva ormai capito il meccanismo che per quel giorno avrebbe posto fine alle lezioni “Ci spiegherà lui se andare in bagno ogni mezz’ora è contrario alla religione!”
Il professor Scriboni non mise bocca, determinato a cavalcare l’onda almeno fino a quando una qualche folgorazione non lo avesse fatto entrare, o ritornare, in possesso della risposta all’ormai famosa domanda. Il collega Sileno, appena uscito da un forte esaurimento nervoso, che lo aveva portato, nella sua fase più acuta, ad abbracciare, di punto in bianco, nel bel mezzo di una lezione sui mammiferi, un cinghiale impagliato, ondeggiava anch’egli in balia dei flutti, ma guardava talvolta il collega di lettere come a dire, forte della sua esperienza personale: “Non ti preoccupare, io ne ho fatte anche di peggiori. Vedrai… un bel po’ di Prozac e passa tutto…”
Don Guglielmo, l’anziano parroco, si trovava, al momento del loro arrivo, in sagrestia, intento a lucidare i candelabri dorati che facevano bella mostra di sé durante la messa e le altre funzioni. Canuto di crine e anche di cervello, don Guglielmo condivideva la predisposizione alla commozione dei buoni vecchi d’altri tempi di fronte ad un attestato di stima ricevuto da parte delle giovani generazioni, quale doveva sembrargli appunto quell’inaspettata visita. La punta del naso si arrossò e aumentò la liquidità delle congiuntive, rilucenti ad intermittenza per il battito accelerato delle palpebre, che ora le mostravano, ora le celavano dietro la loro coltre di pelle rugosa coronata dal grigio delle ciglia.
“Padre” disse lo Scriboni “ci necessita la sua rettitudine morale, nonché la sua perizia in campo teologico, onde poter venire a capo di un cruccio che ci affligge da qualche ora. Contrasta forse con qualche divieto di natura religiosa o con la verità consacrata di qualche dogma, l’andare… mi scusi la franchezza, padre, è per farmi intendere dalle povere e ingenue creature qui presenti… diciamo… sì, insomma… l’andare in bagno con eccessiva frequenza?”
Don Guglielmo si rabbuiò all’improvviso, contraendo i muscoli del volto e delle braccia; si spostò quindi da una parte, facendo cenno allo Scriboni di seguirlo. Indi accostò la bocca all’orecchio del professore e, con voce bassa tipica del predicozzo da confessionale, disse: “Per carità, mi raccomando, voi educatori dovete evitare che i giovani trascorrano troppo tempo in bagno! Altrimenti diventeranno tutti ciechi!”
“Bene, cari ragazzi,” si girò repentinamente il professore verso gli studenti “don Guglielmo ha da fare: torneremo un’altra volta!” E si diresse alla porta piantando il povero curato nel punto della sagrestia dove aveva cercato quell’intimo e sfortunato colloquio, non tralasciando, prima di uscire, di tirare via con sé il collega Sileno, che stava avanzando verso il parroco con le braccia tese in avanti, alla maniera di un sonnambulo. “Eh no, ci manca solo la ricaduta depressiva, oggi! E poi non è mica un animale impagliato: è semplicemente un fossile, e neppure tanto ben conservato!”
Tornando verso l’edificio scolastico, il professor Scriboni rifletteva amaramente su quanto accaduto nelle poche ore di quella mattinata. Mentre passava davanti ai tavolini all’aperto di un bar, sentì un tale che sentenziava sguaiatamente: ” È tutta una manica di ladri! Gente attaccata alla poltrona e a nient’altro! Che ne sanno loro di cosa vuol dire mandare avanti una famiglia… loro che dove passano calpestano sempre un tappetino rosso!”. Ed un altro lì vicino: “Ve lo dico io: si stava meglio quando si stava peggio! Siamo abituati troppo bene e non ci accontentiamo più di niente!”. E ancora: “Queste donne! Fatte apposta per rompere gli zebedei da mane a sera!”. Distratto, ma comunque arricchito da siffatti contributi di saggezza, lo Scriboni si ritrovò ad un certo punto a camminare da solo, eccezion fatta per il collega Sileno, che per sicurezza teneva sotto braccio come una vecchietta che si vuole aiutare ad attraversare la strada. La truppa si era fermata qualche passo più indietro e sostava a ranghi compatti sotto il cartellone pubblicitario che reclamizzava un nuovo gioco per la play station. Mai visti tanti nasetti in alto e così attenti durante le lezioni in aula!
Li divelse dal marciapiede quasi ad uno ad uno e li fece rimettere in cammino. Ad un certo punto, Gennarino Quattrocchi si accostò al professore di lettere e gli chiese a bruciapelo: “Ma insomma, si può sapere o no perché non si può andare in bagno ogni mezz’ora?”.
Lo Scriboni diventò torvo in viso e si fermò, attendendo che anche Gennarino facesse altrettanto; raccolse quindi le poche energie residue e, puntatigli contro gli occhi infiammati, urlò a squarciagola: ” È così e basta!”.

Tratto dalla raccolta:Dove sbiadisce il sentiero, Maremmi Editori Firenze, 2006.

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