XXIX Salone Internazionale del Libro: Un Mondo Meraviglioso.

ConiglioPer cinque giorni, per circa quattordici ore al giorno, ho vagato per il XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino: un mondo meraviglioso del quale non farò mai parte.

Una cronaca dal basso, parziale, soggettiva e forse con sprazzi di lucidità.

Prolegomeni (cioè premesse verbose a mani avanti)

Ero lì con un pass espositore appeso al collo, grazie ai compagni di ventura dell’associazione culturale S.E.U. (Scrittori Emergenti Uniti, abbiamo uno stand – N° 17 Padiglione 3 – otto metri quadri pagati uno sproposito, siamo in una sorta di crowfounding) vendiamo i nostri libri, ci sono anche i miei, così a occhio, insieme ai ragazzi di The Dark Zone, siamo tra i pochi a proporre qualcosa di originale, non dico bello, non dico interessante, dico solo di un po’ diverso.

Non conosco il mondo dell’editoria, nella vita mi occupo di altro, non so nulla di editori, editor, strategie commerciali e tutto il resto, mi limito a compitare i miei libri, poi se qualcuno li vuole leggere bene, se a qualcuno piacciono meglio ancora, se non piacciono fa parte del gioco e la vita va avanti lo stesso. Non conosco nessuno, nemmeno i soci del S.E.U che incontro per la prima volta sul posto e ci divertiamo anche, insomma conosco gente simpatica il che vale l’investimento economico della partecipazione al Salone.

Soprattutto non conosco i VIP o presunti tali, su Netflix è difficile rimanere aggiornati sui personaggi televisivi, quindi fatico a riconoscerli.

Consiglio di dare un’occhiata al trionfalistico resoconto del Salone redatto dall’ufficio stampa del Salone che potete leggere cliccando qui.

Cosa c’era al Salone o meglio cosa ho visto.

La prima impressione è di trovarsi nel più grande megastore di libri della nazione, una sorta di Mondadori Store o Feltrinelli distribuito su un solo piano, marchi e libri sono gli stessi che potete acquistare e vedere in qualsiasi megastore nel centro di qualsiasi città. La differenza è che per entrare in un negozio qualsiasi non dovete pagare il biglietto di ingresso. Qui il primo grande dubbio: perché devo andare fino a Torino, farmi perquisire da agenti antiterrorismo, pagare un biglietto, per qualcosa che posso vedere in qualsiasi altro giorno a Milano, gratuitamente, in Piazza Duomo o Piazza Piemonte?

C’erano tanti stand, grandi, delle forze dell’ordine ed esercito: Ministero Della Difesa, Guardia di Finanza, Polizia Locale, Questura, Vigili del Fuoco, etc… Fatico a collocarli nel contesto dell’industria editoriale, qualcosa che va oltre la mia comprensione, chiederò lumi a qualche dietrologo. Sfilate di ufficiali di ogni ordine e grado, ripasso mentalmente torri, greche e stellette, mi riportano a tempi lontani: piazza d’armi all’alba, tuta mimetica e interrogazione sui gradi durante la coda per entrare a mensa per la colazione, caporali brufolosi che cercavano di darsi un tono urlando alle reclute.

Una miriade di libri per bambini di ogni età, un paio di stand che vendono penne e cover per telefoni sulle quali ti incidono il nome sul posto: la macchina per le incisioni è affascinante, una sorta di reperto della rivoluzione industriale.

Il padiglione 5 è dedicato ai giovani virgulti, ci sono tante cose interessanti per imberbi e forse è un po’ l’unica cosa che vale il prezzo del biglietto.

Il salone si autodefinisce “Internazionale”, quindi ci sono gli stand del: Vaticano – molto bello, una nave con vela bianca e gialla con effige di Francesco I-, Romania e Azerbaigian. L’internazionalità finisce qui. A questi si aggiungono le presenze regionali di Puglia con stand enorme, Toscana e ovviamente il Piemonte, e probabilmente altre che non ricordo. Prima o poi Cristoforo Colombo scoprirà l’America e forse qualcosa cambierà.

C’erano anche un gigantesco coniglio lilla con benda piratesca e, allo stand Puglia,  un lucertolone enorme.

Infine c’era il mio stand preferito: quello dei fratelli muratori del Grande Oriente d’Italia, bello grande e bianco, mistico, più avanti vi spiego perché mi è piaciuto tanto.

Persone e scarpe.

Non ho nessuno da incontrare, non conosco, non ho nulla da chiedere o da vendere – a parte i miei quattro libri allo stand S.E.U. – non ho biglietti da visita da distribuire, non ho affari da concludere. Vago tra gli stand e consumo scarpe – sì anche per valutare l’avvenenza delle giovani hostess e commesse, per dedicarmi ai cantieri ho ancora qualche anno – passo da una conferenza all’altra, un po’ è una missione filantropica, soffermarmi ad ascoltare tizi a me ignoti che parlano a file di sedie semivuote, in certi casi c’è più gente dietro i microfoni che seduti in platea. Dicono tutti cose intelligenti e ho una vaga sensazione alla Forrest Gump: cammino, ascolto, quando sono stanco mi fermo. E quando mi fermo vado nel candido tempio dei fratelli muratori, sedie comode, atmosfera elegante, completi blu, anelli, tutti ben pettinati, anche i calvi, sereni, nessuno urla, ventilatori al soffitto, argomenti laicamente mistici, spesso in latino. Capisco poco ma è rilassante.  Un po’ mi coglie il dubbio che poi vengo schedato come fratello muratore o profilato come serial killer dagli esperti dell’FBI, ma non sono paranoico e spero che i servizi segreti abbiano di meglio da fare che seguire me, nel caso un po’ sarei onorato di essere così importante.

Nel Salone si aggira molta gente, tuttavia un po’ poca, diciamo che non c’è da prendersi a gomitate per visitarlo. Un po’ di coda per passare i controlli antiterrorismo, uno stuolo di tizi in divisa che scrupolosamente danno la caccia a schiume da barba e shampoo, fortunatamente, almeno credo, non hanno trovato ordigni nucleari e bombole di gas nervino.

All’esterno del padiglione 3, osservo il cielo sopra Torino che minaccia un maelstrom e vengo illuminato sul perché ci sia chi paga un biglietto per entrare qui a vedere gli stessi libri del Mondadori Store. Improvvisamente ho otto secondi di celebrità: i flash dei fotografi mi accecano, mi circondano. Controllo che non mi siano caduti i pantaloni o altre cose imbarazzanti, tutto a posto. Mi volto e un grande ventre in camicia bianca sormontato da cravatta è dietro di me. Un omone con barba e baffi: i fotografi stanno immortalando lui: il Governatore della Puglia, Emiliano. Almeno credo, ora mi viene il dubbio che potesse essere qualcun altro, ma fa lo stesso, tanto fotografano lui e non me. E lì capisco perché la gente paghi il biglietto per entrare a vedere lo store Mondadori-Feltrinelli, per ammirare, toccare, ascoltare quelli FAMOSI. Davanti al padiglione 3 c’è una coda infinita, a ogni ora, per l’ingresso alla sala della gloria, la sala Gialla. Altro che la pletora di sale e salette dove si sproloquiai a quattro spettatori, il campione classico da presentazione libraia: parenti, amici e quello che si è fermato perché ha trovato un posto dove sedersi a riposare. Nella sala Gialla ci sono quelli che contano, in quel momento, oltre a Emiliano c’è Albano Carrisi, e poi sarà la volta di Checco Zalone, Cannavacciuolo, Veltroni, Fassino e tanti altri che incrocio e non riconosco, mi pare di scorgere Severgnini. Vado a curiosare a un gazebo dove ci sono un po’ di persone in fila, spero in Checco Zalone

JeffreyDeaver

ma è Jeffery Deaver che autografa copie del suo libro. Jeffrey assomiglia a David Peace ed è l’unica cosa che riesco a elucubrare, mentre Jeffery cerca di capire come si scrivano i nomi dei fan italiani che il traduttore gli suggerisce per le dediche.

Mistero risolto: si viene qui per vedere quelli famosi, tipo Alberto Angela che scopro essere un sex symbol per donne di ogni età – il mondo riserva sempre delle sorprese – Un vip lo riconosco pure io: l’anziano Pippo Baudo che non so se ha parlato in sala Gialla o sia passato di lì tanto per esserci pure lui. In fondo avrei dovuto saperlo fin dall’inizio: finché vedrai bandiera gialla tu saprai che qui si balla.

E infatti la dimostrazione di tutto ciò è il faraonico stand della RAI bianco e blu. Lì la ressa davanti alle telecamere non si dirada mai, a fianco c’è la parte dedicata ai libri editi dalla RAI ERI: deserto. Tolte le commesse, non c’è quasi mai nessuno a guardare i libri. Tutti due metri più in là dove c’è la tele, la gente che conta e perfino la riproduzione della cabina di Rischiatutto. E il libro più venduto, guarda caso, è quello di Ligabue, lo dice Einaudi nel report ufficiale del Salone.

Di cosa si è parlato al Salone

Vorrei essere lì in prima fila nella sala Gialla ad applaudire quelli che contano, rifilare un mio manoscritto ad Albano Carrisi – mi dicono che è così che si deve fare per sfondare – ma sono pigro, e solo l’idea di stare in coda per due ore per abbracciare Checco Zalone mi debilita nel corpo e nella mente. Opto per l’opzione dello snob che si dedica all’underground delle sedie vuote. Assisto a decine di presentazioni,  dieci minuti per volta, ascolto discorsi di altri, quando vinco la mia naturale empatia verso il prossimo scambio anche due parole con qualcuno a caso, raramente e con parsimonia, sono pur sempre nato a Genova.

Zippando la cosa, gli argomenti principali sono:

  1. Come fare una caterva di soldi con i libri ma nessuno compra il mio libro nemmeno con una pistola puntata alle tempie.
  2. Facebook e le grandi domande della vita: devo stare su facebook o no? Mi si nota di più se ci sono o non ci sono? Quelli che mi stroncano su Facebook sono degli stronzi ignoranti e vi banno.
  3. Il self publishing è merda pura, siete degli stronzi che si fanno i libri da soli e ci fa incazzare che qualcuno li legga e ci sono pure degli idioti che li trovano migliori di quelli pubblicati da noi editori seri che sappiamo fare la correzione di bozze e voi no.

Punto 1

Il trito e ritrito racconto epico sulla cattiveria degli editori, tirature, raccomandazioni fantozziane, paranoie, complotti e diventare ricco e famoso.

Smarchiamo subito la faccenda soldi: ma incassando 1€ lordo a copia venduta come puoi pensare di diventare ricco? Se hai passato l’esame di quinta elementare dovresti saper fare di conto abbastanza agevolmente. Sì è vero ci sono Stephen King, la Rowling, etc… come ci sono quelli che hanno azzeccato sei numeri al super enalotto. A meno che non sei Jim Carey in Scemo e più Scemo, dovresti arrivarci da solo che una possibilità su dieci milioni, per quanto resti una possibilità, è una cosa abbastanza remota, mettiti l’anima in pace e se deve succedere succede (un inciso, questa affermazione, vagamente nichilista, potrebbe costarmi l’ira eterna dei Fratelli Muratori che da secoli, dicono, si battono contro il grande del male del mondo che è il nichilismo, quindi che resti tra noi).

Vogliono soldi e celebrità, vogliono essere sotto i riflettori dello Stand RAI, vogliono la coda davanti alla sala Gialla per ascoltare cosa hanno da dire sul mondo, perché sono tutti grandi autori, scordandosi che quelli che citano, di solito senza averli letti, hanno campato di stenti, morti per lo più in povertà e magari pure pubblicati postumi. Così a naso, hanno sbagliato settore per il successo.

Ovviamente non manca il soffocante discorso del: la gente non legge. Una cosa vecchia di settant’anni. In Italia nessuno leggeva perché era un paese di analfabeti. Con il dopoguerra gli italiani imparano a leggere e scrivere, istruzione di massa e tanti potenziali lettori che rimangono potenziali. A nessuno pare sfiorare il dubbio che la gente non legga perché vengono pubblicati libri brutti e noiosi, a nessuno sorge il dubbio che un Salone Internazionale del libro che punta su Ligabue, Albano, Venditti e Zalone forse non è il miglior incentivo alla lettura. A nessuno sembra venire in mente che continuando a parlarci sempre e solo di Calvino e Pasolini  forse ci avete dato un’idea della letteratura un po’ troppo scolastica e che palle domani mi interrogano e non ho fatto la scheda libro sul Barone Rampante.

Poi ovviamente ci sono sempre il Gatto & la Volpe che sono pronti a farti firmare un contratto per la celebrità, tu comincia a foraggiare casa editrice, agente, materiale promozionale, adesivi, riflettori e microfoni che poi il successo è assicurato, perché così funziona il sistema. Mi chiedo quale “sistema” e prima di vedere apparire San Gennaro o i Rettiliani decido di evitare tutti questi ossessionati da numeri e soldi. Sono convito che abbiate ragione, vi auguro il meglio e spero di vedervi in prima serata da Fabio Fazio, io resto a casa a compitare romanzi che se poi qualcuno leggerà bene, se gli piaceranno ancora meglio, se un editore me li pubblica stappo una bottiglia, sinceramente: in bocca al lupo ragazzi.

Punto 2

Qui entriamo in un’ucronia. Sono un ingenuo. Questi grandi cervelli della cultura stanno a discutere su Facebook e internet in generale. Sono allibito. Pensavo che certi dubbi li avesse mio figlio di otto anni. Forse sono Martin McFly e sono stato catapultato nel 1916 e non sono nel 2016. Questi stanno a spaccare il capello in quattro sulla cattiveria dei social network. Umberto Eco era un anziano e dotto professore, posso capire che avesse qualche difficoltà, ma questi sono miei coetanei, spesso molto più giovani di me e parlano di Internet come un cavernicolo diffida del terribile fuoco che arde il legno.

Gente che si lamenta che la sua creatività è minata dal tempo che perde a scrivere idiozie con gli amici su Facebook. Orrore, c’è gente che su Facebook stronca i loro libri e magari non li ha nemmeno letti. Accidenti! Questa è una novità. C’è gente che legge i vostri libri e osa pure esprimere un’opinione. Di che vi lamentate? Il problema mi sembrava di aver capito è che nessuno legge e nessuno parla dei vostri libri, quando lo fanno vi scoccia?  Scoprire che i vostri lettori fanno domande stupide e non tutti sono precisamente dei candidati al Nobel vi demoralizza? Mi permetto un consiglio: lasciate perdere queste diavolerie moderne, come internet, state al riparo dietro la scrivania dell’ufficio stampa dell’editore, è lì per quello: vi dirà che i vostri libri sono meravigliosi, vi scriverà commenti positivi e dormirete sonni tranquilli. Dedicatevi a scoprire altre modernità che possono rendervi più piacevole la vita: il frigorifero, l’acqua corrente in casa – pure calda all’occasione -, la televisione e il telefono. Se proprio volete cominciare a focalizzare un po’ meglio il web vi consiglio di cominciare con John Oliver:

Un dubbio aleggia nell’aere. Un dubbio atroce e laterale, quei piccoli bruciori che fanno presagire le peggio cose. E se i social network fossero solo macchine da marketing per vedere qualsiasi cosa? Oibò, il mercato è arrivato anche lì? Con le fauci essiccate e le pupille dilatate, il passo è breve verso lo scenario più catastrofico di tutti: la gente legge i romanzi e commenta senza arte e ne parte su internet, riviste autorevoli di critica marxista o liberale, quelle paginate di riviste scritte piccole su due colonne, quelle che in una frase di tre parole riescono a infilarci “ermeneutica” e “gnoseologia”, ecco forse quelle autorevoli riviste non le leggono nemmeno quelli che le scrivono, tutti vanno su Gugol e leggono la recensione di un deficiente qualsiasi che il libro l’ha comprato, l’ha letto, ci ha perso del tempo e non gli è piaciuto. Uno scenario veramente apocalittico. Allontaniamo subito questo spettro, Gugol è un’illusione ottica, Calvino e Pasolini sono delle certezze, Facebook non esiste.

Anche a questi auguro il meglio, che su Facebook trovino solo amici entusiasti di loro, gli altri li possiamo bannare tutti quanti e restare in compagnia solo di chi ci ama e la pensa come noi.

Punto 3

Self Publishing, l’Armageddon, il giorno del giudizio, la fine della vita nell’universo. La sintesi dei punti 1 & 2 di cui sopra, la catastrofe finale. Non solo pare che esistano il web e i social network, c’è un sacco di gente che scrive libri senza il controllo degli editori. E fin qui sarebbe forse tollerabile. Ma questi bastardi i libri li vendono pure, e non è finita: qualcuno li legge, a qualcuno questi schifosi libercoli piacciono.

Qui si sprofonda nell’horror vacui. Per la prima volta mi sento chiamato in causa, direttamente, personalmente: sono una brutta persona, uno schifoso, un  sottospecie di criminale lombrosiano, mi faccio un selfie per constatare l’altezza della mia fronte, la misura delle mie orecchie, la forma del naso e l’arco sopraciliare. Sono un mostro.

Ho rinunciato a strisciare dagli editor, ho rinunciato alle case editrici a pagamento, non ho speso euro in francobolli per spedire manoscritti, non ho partecipato a concorsi letterari. Sono un sabotatore del sistema, lo confesso ma non lo sapevo, ero solo ingenuo: scrivo un libro e se qualcuno lo legge bene, se gli piace meglio e se un editore me lo pubblica sono pure felice. Mai approccio fu più errato.

Riassumendo, il self publishing è orrendo perché è narcisistico, le copertine sono brutte e i testi sono pieni di errori di grammatica e di battitura.  E vi confesso che hanno ragione, comprate il libro di Totti che ha una bella copertina e il testo è privo di errori formali, è ora di pentirci tutti e dare a Cesare quel che è di Cesare, a ognuno il suo mestiere. Armatevi di buste, francobolli e risme di carte: spedite i manoscritti ai grandi e piccoli editori che se ve lo pubblicano significa che il libro è un capolavoro, avrete l’onore degli scaffali tra la Litizzetto e le ricette di Suor Germana.

Mi redimo e domani prometto che chiamo il Gatto & la Volpe per imboccare la retta via. Nel frattempo mi resta un dubbio: ma se i libri che pubblicano gli editori sono così di alto livello, così ben scritti e ben fatti perché c’è gente che li snobba per gli auto pubblicati? Perché gli editori ne hanno così tanta paura? E’ un po’ come se Cartier si preoccupasse dei gioielli di plastica e latta che vengono venduti sui banchi dei mercatini di paese. Che problema hanno gli editori? Come giustamente affermano, hanno un prodotto superiore, quindi non siamo nemmeno in concorrenza, giusto? Dato il nervosismo sull’argomento forse le cose non stanno proprio in questi termini. Prima di cominciare a imbustare manoscritti scritti con penna d’oca e riprodotti in più copie vergate a mano da fedeli monaci, mi permetto un’ultima annotazione: prendersela con il self publishing mi sembra un po’ antistorico, una sorta di guerra disperata degli amanuensi contro Gutenberg e la stampa a caratteri mobili, un esercito armato di spade contro quello dotato di fucili a ripetizione, l’Ultimo Samurai è un personaggio affascinante e i seicento di Balaklava rimarranno sempre eroi nei nostri cuori, tuttavia il mondo ha preso un’altra direzione e non viaggia più su eleganti carrozze trainate da cavalli bianchi

Detto tra noi, al XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino se volevate trovare qualcosa di originale, lontano da ciò che trovate nelle librerie, l’unica speranza erano gli scalcagnati banchetti degli auto pubblicati e simili, ma non ditelo a nessuno, hush hush.

E con il punto 3, oltre a essermi convito di quanto sono spregevole, penso che l’unica cosa da fare sia tornare a scrivere romanzi che se qualcuno li legge bene, etc…

Il Quinto Giorno

VittorioSgarbiNell’arena della Regione Piemonte c’è folla accalcata sui gradoni dell’emiciclo: Vittorio Sgarbi tiene una lectio magistrali sulla grandezza della poesia italiana, magnetizza le folle, è bravo, lo invidio, Paolo Villaggio non saprebbe riprodurre la livida e feroce invidia da grigio ometto medio della quale sono preda. Sgarbi è lì sul pulpito, sdoppiato nel megaschermo alle sue spalle,  arringa le folle con Leopardi e poeti medievali, dei quali ho l’immagine di un poderoso tomo, primo volume dell’antologia del triennio del liceo, roba spessa scritta da persone autorevoli dei quali non ricordo i nomi, per intenderci gente del calibro di Sapegno. Non so se Vittorio, nel sua lectio, abbia varcato le colonne d’ercole del novecento e finalmente sia arrivato anche lui a Calvino e Pasolini, sono andato a rifugiarmi dai Fratelli Muratori. Lì nel bianco delle pareti, il cielo stellato con tanto di gufo. C’è il Gran Maestro della loggia, brilla di luce propria, parla bene, dice cose belle: hanno lo stand al centro del Salone perché la massoneria non è segreta, è cosa pubblica, laica, tutti possono aderire, lo spirito di fratellanza, l’ascolto dell’altro prima di tutto. Vorrei abbracciarlo, vorrei essere calmo, suadente e di buon senso come lui. Poi affronta l’argomento nichilismo, la gente senza valori, che non ascolta e sproloquia: capisco che non farò mai parte del meraviglioso mondo dell’editoria, non vesto come loro, non parlo come loro, non scrivo come loro, per quanto possa sforzarmi non ho speranze. Anche con i fratelli muratori temo avrei qualche difficoltà.

Saluto Torino, mi sono divertito, non so se andrò anche al XXX Salone del Libro nel 2017, in cinque giorni non ho praticamente sentito nessuno o quasi discutere del contenuto dei libri e cose simili, in parte perché ho vagato senza meta, sono certo che da qualche parte hanno sviscerato l’argomento e io ero troppo preso a invidiare Sgarbi e Ligabue, e quel che conta sono le vendite, una decina di copie io e 350 Jeffrey Deaver.

PS Ho dimenticato la presenza massiccia di stand e libri su argomento culinario, ma per gli amanti del genere credo che fosse un buon motivo per visitare il Salone, io non so preparare nemmeno un’insalata quindi ne sono stato distante.

Per chi volesse farsi un’idea dei nichilisti:

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